Papa Francesco si fa due “regali” di Natale. Due rescritti (cioè due decreti, per dirla alla maniera civile) con cui il Pontefice torna per l’ennesima volta sulla questione della pedofilia clericale. Sono stati resi noti martedì ma, mentre uno dei due reca la data del 4 dicembre, l’altro porta addirittura quella del 4 ottobre scorso. Forse esigenze di pubbliche relazioni hanno suggerito una pubblicazione congiunta.
D’altra parte, come si diceva, è una variazione sul medesimo tema. Certo, i due documenti stabiliscono novità di qualche rilievo, che passeremo subito in rassegna. È però soprattutto la costante ricorrenza del tema sul versante papale a stupire, al punto da far sorgere una domanda. Non sarà che, dando la caccia ai pedofili, si sta smarrendo il senso ecclesiale dello scandalo? Ma andiamo con ordine e cominciamo dai rescritti.
Via il segreto pontificio
Il rescritto con la data più recente contiene l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”. Il suo contenuto è semplice e chiaro. È abolito il segreto pontificio sulle cause penali canoniche riguardanti i delitti contro il 6° Comandamento (pedofilia e abusi su persone vulnerabili, materiale pedopornografico, abusi in forza dell’autorità) commessi da chierici e religiosi.
Il segreto pontificio è escluso anche quando questi delitti siano stati commessi in concorso con altri crimini. Soprattutto, il segreto non può più essere opposto nei confronti degli obblighi di denuncia e segnalazione previsti dagli ordinamenti statali. Nonché contro le eventuali richieste esecutive provenienti dalle giurisdizioni civili. Alle persone offese e ai testimoni, infine, non può essere imposto alcun vincolo di segretezza sui fatti di causa.
Ma che cos’è il segreto pontificio? Si tratta di uno speciale vincolo di riserbo della Santa Sede, cui quanti sono tenuti si obbligano col giuramento. La sua disciplina più recente risale a san Paolo VI, con l’Istruzione “Secreta continere” del 1974. I casi interessati dalla riforma voluta da Francesco erano previsti dall’articolo 1, numero 4 di quel documento.
Avvocati laici contro l’omertà
L’altra decisione del Papa è stata data il 4 ottobre e consta di due disposizioni. La prima eleva da 14 a 18 anni l’età dei soggetti le cui immagini pornografiche se acquistate, detenute e divulgate da chierici e religiosi integrano il delitto di pedofilia. La seconda prescrive che gli avvocati abilitati al patrocinio dinanzi alla Congregazione per la Dottrina della Fede (supremo tribunale per i delitti canonici più gravi, tra cui pedofilia e abusi) siano fedeli laici.
Prima di questa novella normativa, i patrocinatori dovevano essere sacerdoti, qualità tuttora richiesta per i giudici, i promotori di giustizia (l’equivalente dei pm statali) e i notai. La ratio della riforma sembra l’opportunità di non trasformare la solidarietà del difensore con il proprio assistito, in ragione della medesima appartenenza clericale, in una struttura omertosa che vada anche al di là dei fatti di causa.
Plauso per il Papa, ma lo scandalo?
Sin qui, le ultime decisioni del Papa. Sono state accolte, per una volta, con unanime apprezzamento nei commenti della stampa e soprattutto delle associazioni delle vittime degli abusi. Sarà difficile, però, che presto anche questi non vengano considerati solo come “primi passi” di un percorso, che assomiglia molto a una china. Indubbiamente, comunque, il Pontefice ha tolto un altro alibi normativo canonico alle reticenze dei vescovi e dei superiori nell’acconsentire alle richieste delle giurisdizioni nazionali. Resta sul tavolo, però, un problema che Papa Francesco conosce bene, come gli altri vescovi della Chiesa: lo scandalo.
Il fondamento cristiano della dottrina sullo scandalo è ovviamente evangelico. Luca (17, 1-2) fa dire a Gesù parole molto dure riguardo a chi dà scandalo: meglio che si metta una macina da mulino al collo e si getti in mare. E l’evangelista istituisce anche un legame proprio con i piccoli, considerati le vittime principali delle condotte scandalose. Se ne evince che esistono due accezioni di scandalo. L’una, quella oggettiva, concerne il comportamento scandaloso. L’altra, quella soggettiva, riguarda chi resta scandalizzato. Ne deriva ulteriormente che nella prima accezione i responsabili sono gli autori delle cose scandalose, mentre nella seconda la loro platea si amplia. Include infatti anche quanti ne diffondano ampiamente e insistentemente la notizia, portandola a conoscenza di un numero illimitato di persone.
Lo stato di eccezione non basta
È certamente vero che l’evocazione delle condotte scandalose serve anche a condannarne i responsabili e a metterne in guardia le ulteriori potenziali vittime. Per tornare però al Vangelo, il passo di Luca esordisce dicendo che è inevitabile che vengano scandali. Ciò significa che la loro ossessiva e talvolta gratuita pubblicizzazione è essa pure inescusabile. Infatti, l’intrinseca immoralità e l’attitudine esemplare corruttiva dei fatti scandalosi è motivo grave e sufficiente per cercare di contenerne la diffusione. Insomma: il pur doveroso intendimento di fare giustizia non esime dall’imperativo di contenere gli scandali. Perché, per la natura di questi ultimi, sforzarsi di impedirne la propagazione è parte essenziale del dovere di evitarli.
La dottrina (il Catechismo) e il diritto (Codice di diritto canonico) della Chiesa sono largamente informati all’accortezza del contenimento degli scandali. E anche il rescritto di Papa Francesco non manca di un richiamo alle esigenze di riservatezza, a tutela della buona fama e della sfera privata delle persone coinvolte. Il problema, però, è l’apparente incapacità della Chiesa di uscire dall’emergenza e dallo “stato di eccezione” anche normativo che l’accompagna.
La speranza è che i vescovi superino le residue esitazioni, quando siano ispirate all’antica e malintesa preferenza per il buon nome dell’istituzione. Ma il problema dello scandalo non può essere ignorato, né minimizzato. La Chiesa cattolica, anche in confronto con le esperienze cristiane della Riforma, ha come caratteristica di non semplificare, di tenere conto della complessità delle cose. L’auspicio è che continui a fare così anche in mezzo a questa tempesta.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.








