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Papa Francesco convalescente: tra incognite e pressioni, cosa succederà?

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Papa Francesco: dopo 38 giorni di ricovero al Policlinico Gemelli di Roma per curare la grave polmonite bilaterale da cui è stato affetto, il Pontefice è rientrato in Vaticano lo scorso 23 marzo. Da allora, a parte la fugace apparizione sul balcone al decimo piano del nosocomio e la tradizionale sosta nella Basilica di Santa Maria Maggiore per ringraziare la Vergine Salus populi romani (raffigurata nella celebre icona del I millennio), il Papa non è più comparso in pubblico. Anche ieri, la consueta recita domenicale dell’Angelus ha visto la lettura di un testo scritto attribuito alla sua intenzione. Dunque, non è tempo nemmeno di vederlo ripreso nei suoi appartamenti di Santa Marta, «da remoto» come abbiamo imparato a dire quando infuriava la pandemia.

La fase acuta della grave patologia respiratoria sofferta da Francesco appare alle spalle e anche l’inoltrarsi nella primavera dovrebbe aiutare. La convalescenza non sarà comunque breve (i medici, dimettendo l’illustre paziente, hanno parlato di due mesi) e comprenderà, oltre al riposo, la riabilitazione nelle sue varie forme, compresa la rieducazione vocale. 

Detto delle condizioni di salute del Papa, ci interessa riflettere su due altri aspetti. Anzitutto, il modo diverso in cui, forse non solo transitoriamente, egli eserciterà il suo ministero potrebbe sembrare avvolto da qualche incognita. Secondariamente e per conseguenza, è verosimile che il tema della rinuncia al Pontificato torni ad affliggere la Chiesa.

La prudenza che è mancata 

Prima di considerare queste due questioni e le loro reciproche implicazioni, facciamo un’osservazione sull’antefatto del lungo ricovero ospedaliero di Papa Bergoglio. Che ogni Papa sia un paziente difficile quando la salute grippa è intuitivo. E che questo Papa, così convinto della necessità di de-mitizzare l’aura di eccezionalità del Pontefice, sia un paziente ancora più difficile è molto probabile. Del resto, i Papi sono preti, cioè persone che hanno giocato la propria vita sulla vocazione e il servizio.

Tuttavia, poiché abbiamo già fatto un fugace riferimento ai tempi del Covid-19, è difficile non restare sorpresi dalla leggerezza precauzionale di chi circonda Papa Francesco, rispetto al rischio di infezioni del tipo di quella che lo ha poi tormentato per settimane. Il Papa è un paziente a rischio per età (è nell’89° anno di vita), criticità strutturali (gli è stato asportato il lobo polmonare destro quasi 70 anni fa) e consuetudine clinica (la bronchite lo colpisce quasi ogni inverno). Nonostante questo preciso quadro individuale e nonostante fossimo tutti reduci da anni in cui non si è parlato quasi d’altro che di precauzioni per i fragili contro le infezioni respiratorie, Francesco ha dato udienze e incontrato persone sino al giorno stesso del suo ricovero. È vero che il Vangelo ammonisce “Medico, cura te stesso”, ma è vero anche che la Chiesa di Papa Bergoglio ha limitato drasticamente la stessa Liturgia al tempo del Covid. Un po’ di prudenza ci vuole, perché la prudenza è una virtù e il Papa ha un ruolo esemplare.

Linee-guida, persone di fiducia e…

Veniamo alla questione del governo della Chiesa. Essa è più semplice di quanto, forse, non si vorrebbe. I criteri per orientarsi sono il possesso delle facoltà mentali (la lucidità, per capirci) da parte del vescovo di Roma e la distinzione tra i diversi gradi d’importanza delle materie e degli affari da trattare. Infatti, come abbiamo già detto più volte, la Curia romana è il complesso degli uffici per l’esercizio vicariale dell’autorità del Papa: essa agisce in nome e per conto suo. Quindi, fintantoché il Pontefice è nel pieno possesso delle sue facoltà superiori, si deve presumere che l’attività dei Dicasteri e degli altri organismi della Santa Sede resti entro le linee-guida che il Papa ha dato loro. Quanto alle responsabilità apicali (cardinali prefetti e presidenti, segretari e sotto-segretari), Francesco è già tornato più volte sulle sue stesse nomine di Curia, realizzando una mobilità ai vertici sconosciuta al Papato contemporaneo. Vale a dire che chi è in carica deve godere necessariamente della sua fiducia.

La priorità degli affari da trattare è un discorso un po’ più delicato, perché è innegabile che la distanza fisica dall’ufficio (inteso ovviamente come modulo organizzativo, non come stanza di lavoro) possa attenuare la capacità di apprezzarla. Anche relativamente a quest’aspetto, comunque, soccorre la disciplina della Curia, che ininterrottamente dai tempi di Paolo VI e Giovanni Paolo II ha attribuito compiti di coordinamento alla Segreteria di Stato. Se in tempi “normali” questa preminenza dell’organo attualmente presieduto dal cardinale Pietro Parolin è stata tacciata criticamente come una forma di rinnovata centralizzazione, in tempi difficili come l’infermità prolungata del Papa essa si rivela uno strumento prezioso. Di fatto, a Francesco basta ricevere con la regolarità che gli è possibile Parolin e i responsabili di due delle tre Sezioni della Segreteria (il Sostituto monsignor Peña Parra e il Segretario per i rapporti con gli Stati monsignor Gallagher), per mantenere il polso della situazione. Non dimentichiamo poi che, come ricordava sabato scorso il cardinale Parolin in un’intervista al Corriere della Sera, la Chiesa è una realtà di comunione e perciò irriducibile a modelli aziendalistici.

Papa Francesco e l’ipotesi rinuncia

A questo punto, chiudiamo sul rischio che i ragionamenti sulla possibile rinuncia di Jorge Mario Bergoglio al Pontificato tornino ad essere incombenti. In realtà, la loro ricorrenza sino alla noia in passato, spesso alimentata dallo stesso Papa accettando di parlarne, consente a quanti ne sono più o meno apertamente fautori di fare sfoggio di eleganza, evitando di ripeterli nel pieno della malattia papale. Tanto, il terreno è già ampiamente preparato; senza contare la via aperta da Benedetto XVI e la scomparsa di Joseph Ratzinger, intervenuta nel frattempo.

C’è una differenza, però, tra i due ultimi Pontefici. Quello che aveva rinunciato dieci anni prima della morte, ad onta della fama non certo accattivante di conservatore, si considerava titolare di un mandato di transizione. Il Papa regnante, invece, era il primo vero “candidato di programma” al momento della sua elezione, conformemente a come si è evoluta la “Costituzione materiale” del Conclave e della Chiesa. Non sappiamo se egli consideri compiuto il suo programma, mentre il futuro collegio elettorale papale è pieno quasi esclusivamente di sue creature. Certamente, chi accetta un’elezione da candidato di programma sa che, mentre quest’ultimo va adattato alle circostanze, la propria persona è l’unica cosa su cui prima si era concordato ad essere rimasta integra. A noi, che pensiamo che l’elezione del Papa sia una scelta individuale ispirata dallo Spirito Santo, non resta che rinnovare a Francesco l’augurio classico della Chiesa: Ad multos annos!

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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