Papa Francesco: la strategia del “fatto compiuto” pagherà anche con le suore al governo della Curia e le porte dei seminari schiuse agli studenti omosessuali? Per parlarne prenderemo spunto da una sorprendente nomina vaticana femminile della scorsa Epifania e da un documento sul reclutamento dei seminaristi emanato dalla Cei, l’ente rappresentativo dei vescovi dell’Italia di cui il Papa era tradizionalmente considerato il Primate. Due casi che continuano a far discutere.
Cominciamo dal Vaticano. Il 6 gennaio, la Santa Sede ha reso nota la nomina di suor Simona Brambilla delle Missionarie della Consolata: già superiore generale della sua congregazione, e sino a quel momento segretario del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, diventa prefetto di quest’ultimo. Brianzola monzese, 60 anni il prossimo 27 marzo, la religiosa è stata membro del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità ed era componente del Dicastero che ora presiede sin dal 2019. Suor Brambilla è stata la seconda donna ad assumere un incarico apicale (si diceva un tempo da «prelato superiore») della Curia romana, mentre è in assoluto la prima a conseguire la presidenza di un Dicastero.
Donne, sacerdozio e governo nella Chiesa
La notizia è che a capo di un ufficio ecclesiale, qual è indiscutibilmente un Dicastero della Curia del Papa, è stata posta una donna. Vale a dire, una persona che non è idonea – secondo l’immutata dottrina cattolica sacramentale – a ricevere il sacramento dell’Ordine. D’accordo che non è mai stato compiutamente definito il legame tra potestà d’Ordine (esercizio del Sacerdozio, cioè essenzialmente celebrazione dell’Eucaristia) e potestà di giurisdizione (governo delle persone, delle strutture e dei beni materiali) dentro la Chiesa. D’accordo che il servizio prestato nell’ambito della Curia romana è vicariale, cioè svolto in nome e per conto del Papa. Nel caso di sorella Brambilla, comunque, siamo in presenza di un soggetto che non è chierico e, nondimeno, è chiamato ad esercitare la potestà di giurisdizione nel governo centrale della Chiesa.
Questo, evidentemente, avviene in deroga al disposto del canone 129 del Codice di Diritto Canonico, che stabilisce: «Sono abili alla potestà di governo (…) coloro che sono insigniti dell’Ordine sacro». C’è una problematicità dottrinale della questione e c’è un problema pratico. Infatti, al Dicastero per i Religiosi, dei chierici (cioè, degli ordinati) si trovano ora ad essere funzionalmente (cioè, nell’organizzazione dell’ufficio) subordinati ad una religiosa che chierico non è, né può diventare. La sorprendente nomina è stata circondata da qualche cautela formale. Pensiamo al fatto che la donna elevata alle responsabilità di governo è una religiosa e non una laica. Oppure, anche al fatto che suor Brambilla è stata singolarmente affiancata da un pro-prefetto nella persona del cardinale salesiano Fernández Artime: la figura del pro-prefetto di solito coadiuva i titolari di presidenze, se non impedite, almeno limitate.
La Chiesa è una società come le altre?
In altre epoche, la scissione tra Sacramento e governo ha nuociuto alla Chiesa. Certo, erano tempi in cui le cariche ecclesiastiche venivano assegnate anche a uomini del tutto alieni dal rispetto della disciplina evangelica. Non è questo il caso di una religiosa consacrata, quale sorella Brambilla.
In termini strettamente funzionali, suor Simona è di sicuro particolarmente indicata per assolvere i compiti direttivi ed organizzativi a cui è stata chiamata. E tale è certamente in confronto anche di molti chierici, cioè di molti uomini. La Chiesa, però, non è una società come le altre. La Chiesa non è lo Stato Città del Vaticano, che potrebbe benissimo (teoricamente) essere retto esclusivamente sia da laici di entrambi i sessi, sia da donne consacrate. La Chiesa è la comunità dei credenti nel Dio di Gesù Cristo, fondata sui Sacramenti e organizzata giuridicamente su base gerarchica. È cambiata la dottrina sul sacramento dell’Ordine riservato ai maschi? Non risulta. È stata archiviata la struttura gerarchica della Chiesa come società in senso giuridico? Non consta ufficialmente neanche questo. Eppure, di fatto, alcune decisioni di Papa Francesco alimentano indirettamente incertezze sul primo punto e sembrano contraddire direttamente il secondo.
Nessuno tocchi i principi, ma la pratica…
Non è l’unico caso in cui questo avviene. Pensiamo alla morale sessuale. Il binarismo (femminile e maschile), l’alterità e la complementarità dei sessi non vengono messi in dubbio come dati di rivelazione divina naturale e positiva. Nondimeno, l’infeudazione del clero e dell’episcopato, nonché del dibattito teologico e accademico, da parte di quanti li negano anche esplicitamente come tali sulla base della teoria del genere e in nome della sedicente misericordiosa comprensione verso qualsiasi opzione individuale, è un fatto che con questo Pontificato ha assunto dimensioni prima d’ora sconosciute.
Pare scorgersi una strategia dietro questa linea pastorale: consiste nel non impegnarsi a ripensare i principi (forse perché ragionevolmente non si potrebbe farlo?), mentre in pratica si è largamente accondiscendenti nei confronti della loro elusione.
Cei e nuove norme sui seminaristi gay
Passiamo così alla pubblicazione, a cura della Conferenza episcopale italiana, dei nuovi Orientamenti e norme per la formazione dei presbiteri nei seminari italiani. In essi, al paragrafo 44, si parla degli individui che siano o si scoprano omosessuali accostandosi alla preparazione al Sacerdozio. Ebbene, anche queste nuove norme – che non sono pontificie, ma certamente nemmeno ignote alla Sede Apostolica che le ha approvate – sembrano permeate da quell’ondeggiamento tra strategia d’attacco e cautela tattica di cui abbiamo già parlato.
Qui si ribadisce sia il rispetto profondo per gli omosessuali, sia la preclusione agli studi e all’Ordinazione per quanti praticano l’omosessualità, manifestano corrispondenti tendenze definite «profondamente radicate» e «sostengono la cosiddetta cultura gay». Il testo effettivamente non è chiaro, perché non precisa in cosa differiscano dalla pratica le tendenze radicate, in particolare se siano integrate dalla sola affermazione dell’identità omosessuale. A tutto il mondo dell’informazione è parso comunque di capire, sia pure non senza incertezze, che alla luce delle nuove linee-guida la condizione dell’omosessualità non sia più considerata di per sé ostativa agli studi e alla stessa Ordinazione, a condizione che la condizione celibataria e quindi la continenza (astensione dai rapporti sessuali) siano liberamente e seriamente praticate da tutti gli aspiranti all’Ordine, eterosessuali e omosessuali. Eravamo stati infelici ma facili profeti quando, nel maggio dell’anno scorso, avevamo previsto che la tenaglia si sarebbe presto stretta ai fianchi della Chiesa, con il timore dell’accusa di discriminazione a serrare la morsa iniziata dalle condanne per la tolleranza e l’omertà rispetto agli abusi.
Fare chiarezza: l’antidoto al dissenso strisciante
Di fronte a questa strategia del “fatto compiuto”, è possibile che nella Chiesa cattolica si diffondano pratiche di resistenza passiva; qualcosa di non dissimile – almeno nelle migliori intenzioni di chi dovesse attuarle – all’obiezione di coscienza. In questo caso, sarebbe lo stesso meglio che insolentire pubblicamente Papa e Papato, vulnerare l’unità della Chiesa e aggravare il disorientamento dei fedeli.
Tuttavia, il dissenso strisciante e la resistenza passiva sono tutt’altro che buone disposizioni per i membri della Chiesa. Conviene che la Santa Sede se ne faccia carico a partire dal ripensamento della strategia del “fatto compiuto”, che assomiglia troppo all’accumulazione della polvere sotto il tappeto, con il probabile rischio di inciampare e farsi male.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







