Cultura

Papa Francesco e il caso Aupetit: sotto lo scoop scandalistico… teologia e comunicazione

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Papa Francesco alle prese con il caso di monsignor Michel Aupetit, l’ormai ex arcivescovo di Parigi, dimessosi dopo l’emersione dal suo passato recente di una relazione con una misteriosa donna. Perché parlarne? Per fortuna, non capita spesso che il vescovo della capitale di uno storico bastione cristiano, di una delle città più grandi e famose del mondo, venga dipinto scandalisticamente come un adolescente alla scoperta del sesso.

Non è questo, tuttavia, il motivo per cui ce ne occupiamo. In realtà, siamo a parlare ancora una volta dello stile comunicativo di Papa Francesco: colui al quale, ovviamente, le dimissioni di Aupetit sono state indirizzate. E dal quale sono state accettate, con pubblica ed anticonvenzionale spiegazione delle ragioni dell’accoglimento della rinuncia. È bene chiarirlo subito: i particolari pruriginosi della vicenda Aupetit ed il proliferare di illazioni relative ad altre sue ipotizzate relazioni femminili non ci interessano. Abbiamo già scritto del celibato ecclesiastico, della sua funzione e anche di qualche equivoco, tuttora alimentato al suo riguardo. È il Papa, però, a spiazzare ricorrentemente e, allora, lasciamoci coinvolgere.

Sferzata su chiacchiere e ipocrisia

Partiamo, dunque, dalle parole del Pontefice. Di ritorno dal viaggio in Grecia e a Cipro, colloquiando come di consueto sull’aereo con i giornalisti al seguito, Francesco ha risposto alla domanda di una corrispondente di Le Monde sull’accettazione delle dimissioni di monsignor Aupetit. Dapprima, ha come replicato (retoricamente) alla giornalista, chiedendole se fosse nota la ragione per cui il presule si è risolto alle dimissioni. “Cos’ha fatto di così grave, da dover dare le dimissioni? Qual è stata l’accusa, chi lo sa? Se non conosciamo l’accusa, non possiamo condannare”. 

Poi, però, l’ha rivelata il Papa stesso, l’accusa. Non prima di aver stigmatizzato le condanne non giudiziali, ma popolari e mediatiche, bollate come “il chiacchiericcio”. L’accusa, dunque: una mancanza contro il Sesto comandamento; non totale, però. E qui il Pontefice si è diffuso in particolari decisamente inusuali per il discorso pubblico di un Papa, specificando che Aupetit si sarebbe lasciato andare solo a piccole carezze e massaggi ad una segretaria. Questo è peccato, ha aggiunto Francesco, ma non certo dei più gravi e non per il basso contenuto sessuale degli atti stessi. Sono i peccati commessi per debolezza carnale in quanto tali ad essere meno gravi di quelli (come li ha chiamati il Papa) con un tasso più elevato di “angelicalità”, quali la superbia e l’odio. Qui il riferimento angelico è evidentemente a Satana, secondo la tradizione cristiana una creatura spirituale ribelle, nemica della relazione tra Dio e l’uomo, che infatti punta a dividere (donde diavolo, che dal greco attraverso il latino significa appunto separare).

Conclusione su monsignor Aupetit: privato della sua buona fama dal chiacchiericcio montante, non poteva più realisticamente governare la diocesi parigina. Pertanto, il Papa ne ha accettato le dimissioni sull’altare dell’ipocrisia e non della giustizia. La precisazione papale su quest’ultimo aspetto va pure riportata, perché è al cuore del ragionamento ecclesiale condiviso pubblicamente da Francesco. Il Pontefice ha detto che ogni vescovo (anche il Papa), come chiunque, è un peccatore: credere il contrario significa favoleggiare o, peggio, essere ipocriti. Bisognerebbe tornare al tempo di Gesù e di Pietro, quando il rinnegamento che il secondo fece del primo nel momento dell’arresto e della passione non gli impedì di essere posto proprio da Gesù a capo della comunità. Bisogna tornare ad una Chiesa umile, consapevole di essere peccatrice, a scapito di una comunità in preda alle chiacchiere ed all’ipocrisia.

Contraddizioni apparenti

Che dire? Ascoltare Papa Francesco mentre parla, specie poterne apprezzare contemporaneamente la comunicativa dei gesti e degli atteggiamenti, dà chiaramente l’idea di trovarsi di fronte ad una figura carismatica. Quando si congiungono pose e parole, risalta il carattere anticonvenzionale del messaggio. È questo che fa problema e non possiamo ignorarlo.

Ci sono due apparenti contraddizioni nel ragionamento fatto sull’aereo. La prima: come mail il Papa trova tutto sommato normale che l’erosione sostanzialmente immotivata della buona fama comporti l’abbandono delle responsabilità? La seconda: che idea di uomo (quale antropologia) sta sotto la distinzione tra peccati angelici e peccati carnali? Per quanto riguarda la prima questione, Francesco probabilmente intendeva dire: non ho accettato che Aupetit lasciasse perché basta un’insinuazione, ma perché la sua credibilità è stata incrinata, legittimandosi oggi quest’ultima non più dall’alto ma dal basso. È una dichiarazione di impotente saggezza, se così possiamo osare esprimerci. Dopo di che, siccome il Pontefice ha voluto parlare addirittura di peccato, c’è stata almeno imprudenza da parte di monsignor Aupetit, diremmo quasi insopportabile leggerezza.

Per quanto riguarda l’altra questione, distinguere per gravità le colpe, a seconda di quali dinamiche il soggetto attiverebbe commettendole, è funzionale a farsi capire. È una modalità pedagogica di esprimersi, tradizionale ma abbastanza superata per un uomo come Papa Bergoglio, che sa, in dialogo con la cultura moderna e contemporanea, come la persona sia una dinamica unitaria. Così, la superbia e l’odio, anche se non passano necessariamente e tipicamente attraverso la sessualità, implicano comunque l’umanità tutta intera. E l’esercizio della sessualità non è separabile dalla mente e dalla dimensione spirituale, ancorché talvolta possa riuscire consolante pensarlo. 

Punti fermi e dubbi

La vicenda Aupetit è l’ennesima occasione in cui il Papa ha dato dimostrazione di (voler) essere un comunicatore di semplicità tranquillizzante. Parlando del vescovo francese, il Pontefice ha colto l’occasione per ribadire anche un altro sano principio cristiano, quello della Chiesa santa e peccatrice.

Resta l’incertezza, ineliminabile del resto, circa la migliore utilità pratica di questo tipo di comunicazione, all’insegna della semplicità e dell’immediatezza. Francesco, in ogni caso, ha un evidente carisma comunicativo e non sembra costruito, ma naturale. Al giorno d’oggi, è una qualità non disprezzabile per chi porta responsabilità come le sue.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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