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Papa Francesco e la rinuncia al Pontificato: perché ne ha parlato ancora?

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Papa Francesco e la valigia pronta: ennesima puntata del tormentone rinuncia al Pontificato. Intervistato dal quotidiano spagnolo ABC, il Pontefice, tra le numerosissime questioni affrontate, non ha mancato di tornare sul tema del proprio possibile abbandono. 

Prima di vedere che cosa ha dichiarato e scoprire come, fondamentalmente, sia una non-notizia, facciamo una considerazione preliminare. Viviamo, indiscutibilmente, in un tempo dominato dal politicamente corretto. Bene: chi avrebbe mai detto, sino ad un paio di decenni fa, che la persona e l’ufficio stesso del Papa non sarebbero rimasti sotto embargo? Giovanni Paolo II ha retto l’urto della comunicazione di massa, anzi, l’ha cavalcato. Benedetto XVI ha sopportato per un po’, prima di farsi da parte.

Ora, Francesco fa direttamente gli scoop al posto delle testate. In tutti i casi, il capo della Chiesa cattolica e, con lui, la Chiesa stessa non sono temi politicamente corretti. Se ne può dire pubblicamente qualsiasi cosa, senza temere conseguenze reputazionali. Ricordiamocene, quando dovessimo ancora dipingerli come poteri forti del nostro tempo.

Come si prepara la valigia 

Parlavamo di non-notizia. Diciamo meglio: il Papa, al giornale spagnolo, ha dato una mezza notizia. E lo ha fatto alla sua maniera, che sa quasi sempre (perdonate l’ossimoro) di ricercata approssimazione. «Ho già firmato la mia rinuncia», ha detto Francesco, incalzato dal giornalista spagnolo. Ha aggiunto di averla consegnata al cardinale Tarcisio Bertone, allora in qualità di segretario di Stato.

Ciò significa che si è trattato di una risoluzione, cui il Papa ha dato corso entro pochi mesi dalla sua elezione. Infatti, il porporato salesiano (ereditato come primo collaboratore da Papa Ratzinger) è rimasto a capo della segreteria di Francesco per poco più di sei mesi, dal marzo all’ottobre 2013. Papa Bergoglio ha concluso, dicendo di ritenere che le sue “dimissioni sospese” siano ora nella disponibilità materiale dell’attuale segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin.

La legge della Chiesa

Perché si tratta solo di una mezza notizia? Perché che il Papa possa rinunciare al suo ufficio è stato clamorosamente confermato dalla rinuncia di Benedetto XVI. Questo, per quanto riguarda la conoscenza generalissima dell’opinione pubblica. Naturalmente, è il diritto canonico a dare copertura a questa facoltà papale, pur senza esplicitarne le forme (can. 332 § 2, Codice di diritto canonico). La legge della Chiesa si limita a stabilire che il Pontefice dev’essere libero di determinarsi. E che, nel caso, debba scegliere una modalità debita di manifestazione delle sue volontà.

Teniamo presente che c’è una differenza significativa tra la rinuncia contestuale di Benedetto XVI e l’ipotesi di cui si discute con Francesco. Cioè il differimento di una decisione presa anzitempo, per un futuro in cui il Papa non dovesse più essere in possesso delle proprie facoltà. È una sorta di Dat (disposizione anticipata di trattamento) papale. Francesco ha precisato che la “rinuncia congelata” è stata approntata non solo per un «impedimento medico», ma anche per altre non meglio specificate ragioni.

Da Paolo VI…

C’è un altro motivo per cui quello di ABC è solo un mezzo scoop. E lo dimostra un ulteriore scambio di battute tra il Papa e il suo intervistatore. È stato quest’ultimo, infatti, a chiosare la rivelazione di Jorge Bergoglio con il richiamo ad un’analoga modalità di “Dat” papale, scelta da Paolo VI nel 1965 e rivelata solo a ridosso della canonizzazione di Papa Montini, nel 2018. Il reggente della Casa Pontificia, monsignor Leonardo Sapienza, pubblicò allora una copia del chirografo (scritto autografo) di Paolo VI.

Indirizzato al cardinale decano del Sacro Collegio, con preghiera di condividerlo almeno con i cardinali responsabili della Curia romana e col vicario di Roma, lo scritto conteneva anche un’imprecisione, giacché vi si pregava i porporati, all’occorrenza, di accettare e rendere operativa la rinuncia. La rinuncia del Papa, però, non è soggetta ad alcuna accettazione. Evidentemente, «volere accettare» andava interpretato nel senso di volere prendere atto. Paolo VI scriveva in previsione di una «infermità che si presuma inguaribile, o di lunga durata e che Ci impedisca di esercitare sufficientemente le funzioni del Nostro ministero apostolico; ovvero, nel caso che altro grave e prolungato impedimento a ciò sia parimenti ostacolo».

…a Pio XII

Francesco, dimostrandosi a conoscenza del documento di Montini, ha detto nell’intervista di ritenere (non specificando se ne abbia preso visione) che anche Pio XII avesse disposto qualcosa di simile. In effetti, si è sostenuto che Papa Pacelli, temendo il proprio rapimento per ordine di Hitler durante l’occupazione tedesca di Roma (settembre 1943-giugno 1944), potesse avere stabilito che, in quel caso, si dovesse ritenere vacante la Sede Apostolica. In tal modo, i nazisti avrebbero avuto in mano il vescovo e non il Papa Pacelli, mentre il Collegio cardinalizio avrebbe dovuto eleggere un nuovo vescovo di Roma.

Dovere o potere?

Con quella che avevamo subito definito una ricercata improvvisazione (cosa significa, infatti, rinuncia per altre imprecisate ragioni, rispetto all’impedimento di salute?), Papa Francesco, praticamente in ogni intervista, accetta di parlare del tema della propria rinuncia pontificale. Al punto che si deve ritenere voglia direttamente, cioè positivamente, trattarlo. Basti dire che ne avevamo dato conto, l’ultima volta, nel luglio scorso. La circostanza, forse non sorprendente alla luce del rapporto odierno tra Chiesa e mondo della comunicazione, non finisce nondimeno di disorientare.

La natura vitalizia del mandato papale dipende più dalle ragioni intrinseche dell’ufficio pontificale, che non dalla particolare assistenza provvidenziale, dal quale pure la Chiesa non può non ritenerlo assistito. Che oggi, nelle mutate condizioni medico-scientifiche (oltreché socio-culturali), i Papi si pongano il problema di una sopravvivenza in condizioni invalidanti per l’esercizio del loro ministero, è senz’altro saggio e responsabile.

Dunque, questa forma di previdenza è anche doverosa. Continuare a parlarne, invece, non si può non vedere come nuoccia alla stabilità dell’istituzione. Ove si consideri, poi, che il Papato consiste essenzialmente nel servizio di conferma della fede dei credenti, minarne costantemente la percezione della stabilità sembra, almeno in parte, controproducente. Ci convinceremo, allora, che la valigia pronta, cara a Papa Francesco, sia la versione aggiornata (e mitigata) del teschio, con cui la spiritualità medievale e poi quella controriformista ammonivano circa la caducità della vita terrena.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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