Cultura

Papa Francesco e la nomina di Fernández: cosa si aspetta dal nuovo “custode della fede”?

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Papa Francesco ha proceduto ad una nomina importante, quella del nuovo prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. La scelta è caduta su un connazionale del Pontefice, l’attuale arcivescovo di La Plata, monsignor Víctor Manuel Fernández. Il presule chiamato a Roma è relativamente giovane (compirà 61 anni tra due settimane); ha un’esperienza ecclesiale variegata (sia pastorale, sia di studi teologici); è ben introdotto nelle dinamiche sinodali (ha preso parte alle assise sulla famiglia del 2014-2015).

La provenienza argentina dell’eletto assicura la conoscenza reciproca tra il Papa e quello che è destinato ad essere uno dei suoi più stretti collaboratori. Anzi: le responsabilità assunte da Fernández per conto dell’episcopato argentino, ancora prima che questi diventasse vescovo (2013), sono certamente da ricondurre all’approvazione dell’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Mario Bergoglio.

Perché ci occupiamo di questa nomina? Non solo per la sua rilevanza intrinseca: si tratta, infatti, di una delle scelte qualificanti di un pontificato, per quanto oggi la temporaneità degli incarichi ne induca la reiterazione. A suscitare interesse è stato soprattutto il contenuto della lettera di Francesco a monsignor Fernández, a mo’ di accompagnamento della nomina. In essa, il Papa ha tracciato in qualche modo il programma a cui il prelato dovrà attenersi; ma più ancora con essa gli ha suggerito l’attitudine con cui volgersi alle sue nuove funzioni. Il mandato, va da sé, è all’insegna della più grande apertura. 

Il problema è: scontato l’appello al dialogo e alla polifonia delle posizioni teologiche, non sarà che, come nel caso dei laici votanti al prossimo Sinodo dei Vescovi, anche in questo caso si rischi di fare credere qualcosa che non può essere vero? Partiamo dalla lettera e poi proveremo a spiegarci meglio.

Fede, evangelizzazione e…

Dopo un’asserzione molto decisa (al tempo dell’Inquisizione, il dicastero è ricorso a metodi immorali), il Papa ricapitola sinteticamente il curriculum vitae di monsignor Fernández. Quindi, Francesco gli scrive: mi aspetto che lei si occupi principalmente del compito di custodire la fede. Anche perché, aggiunge, ad attendere alle questioni disciplinari di competenza dell’ufficio provvede oggi una struttura specifica. Il Papa si riferisce alla più importante delle novità strutturali decise da Praedicate Evangelium, la Costituzione apostolica del marzo dello scorso anno, con cui Francesco ha riformato la Curia romana: l’istituzione di due sezioni in seno al dicastero, una dottrinale e l’altra appunto disciplinare, dirette ciascuna da un segretario. 

Il Pontefice, al centro della missiva, spiega che “custodire il deposito” significa essenzialmente due cose. La prima: avere consapevolezza che la purezza della fede è funzionale all’imperativo dell’evangelizzazione, da rinnovare audacemente in un’epoca come la nostra, caratterizzata da straordinarie sfide scientifiche e socio-culturali. La seconda: tenere presente che la promozione della fede cattolica, solidamente fondata sulle basi bibliche, non implica la mortificazione, bensì la valorizzazione armoniosa del pluralismo teologico, attraverso il quale essa si esprime. 

Infine, due considerazioni pure fondamentali. Da una parte, il richiamo al fatto che il cuore dell’annuncio di Gesù Cristo, la misericordia del Padre, deve essere il criterio dirimente di ogni lecita forma teologica entro il perimetro ecclesiale («Sarà sempre vero che la realtà è superiore all’idea»). Dall’altra, l’avvertenza di non smarrire la distinzione tra questioni centrali e questioni secondarie, nell’ambito dell’economia della fede («Sapete benissimo che c’è un ordine armonioso tra le verità del nostro messaggio»): le seconde non devono oscurare le prime.

Teologi e limiti 

Veniamo a una riflessione critica. Un testo scritto, specie nel contesto della Chiesa, si interpreta meglio prestando attenzione alle note e citazioni da cui è corredato. La lettera pontificia al neo-prefetto del Dicastero della Fede Fernández conta 11 note. Di queste, nessuna fa riferimento a documenti del Magistero anteriori al corrente Pontificato. Non solo: Francesco, scrivendo al presule argentino, non si riferisce mai a Praedicate Evangelium, l’ultima legge generale della Curia e riguardante, quindi, anche il dicastero che Fernández andrà a presiedere. Il Papa fa cenno solo ad Evangelii gaudium (6 volte), nonché a Laudato si’ e Gaudete et exultate (una volta ciascuna). 

Curioso che, rivolgendosi ad un neo-nominato ad un incarico apicale di Curia, il Papa non accenni mai alla disciplina generale di quell’organismo, peraltro appena riformata dallo stesso Pontefice. Si dirà: Praedicate Evangelium resta sullo sfondo, si dà ovviamente per scontata. Né sfugge come i rimandi concernano soprattutto l’Esortazione del 2013 sulla Chiesa missionaria (“in uscita”): la fede è fatta per essere vissuta concretamente, non solo ruminata intellettualmente o nutrita in chiave intimistica. 

C’è, però, qualcos’altro che rimane sottinteso: il compito proprio dell’autorità della Chiesa, in campo teologico, è quello di fissare dei limiti. Così è perché, per contro, il compito dei teologi è quello di spingersi sul confine di dove è lecito andare, cioè alle frontiere della ricerca, pure rispettosa del Magistero e della Tradizione. Il teologo ha un’autentica vocazione ecclesiale, come ricorda l’omonima Istruzione del dicastero del 1990. È dalla dialettica tra il suo ardimento intellettuale e la prudenza pastorale dei vescovi che scaturisce la sintesi, radicata e fondata sul sensus Ecclesiae dei soggetti coinvolti nell’approfondimento della fede.

Custodire la fede

Non vorremmo, insomma, che gli appelli all’apertura e al pluralismo (a cui, peraltro, aveva già concretamente risposto la Congregazione per la Dottrina della Fede dopo le riforme post-conciliari, cioè da quasi 60 anni) facessero scambiare il ruolo che andrà ad assumere monsignor Víctor Manuel Fernández con quello di un teologo tra i tanti. Come ogni ufficio della Curia romana, anche il Dicastero per la Dottrina della Fede è un modulo organizzativo per l’esercizio vicariale dell’autorità del Papa. Quindi, in nome e per conto del Papa, quando alcune opinioni teologiche dovessero eccedere i limiti di cui si diceva, monsignor Fernández dovrà correggerle; senza esclusione dell’irrogazione di sanzioni, o comunque di restrizioni a carico delle pubblicazioni e degli stessi autori. Dovrà farlo e, nel caso, lo farà.

È vero, come afferma Papa Francesco, che l’armonizzazione delle diverse linee di pensiero promuove la dottrina cristiana, più di qualsiasi meccanismo di controllo. Il controllo, però, è parte della promozione della fede, al pari del dialogo armonioso. Sarebbe inutile e, probabilmente, controproducente lasciare che qualcuno s’illuda.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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