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Papa Francesco e i preti omosessuali: niente di nuovo, comprese volgarità e scuse

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Papa Francesco e la sua irritazione per l’omosessualità nel clero: nonostante la dichiarazione di scuse successiva al deflagrare della notizia della parolaccia dal sen fuggita, niente di nuovo, né nella sostanza, né purtroppo nella forma volgare. L’espressione colorita e tendente al triviale, alla Lino Banfi (attore per cui notoriamente il Pontefice prova simpatia) dei tempi d’oro della commedia sexy-scollacciata degli anni ’70, carpita al Santo Padre durante un incontro a porte chiuse con i vescovi italiani, ripropone due problemi.

Il primo e più grave è quello dell’ammissione all’Ordine, concernente cioè i criteri e la pratica di reclutamento dei candidati al Sacerdozio. Il secondo è l’irresistibile leggerezza verbale odierna dei più alti esponenti della Gerarchia cattolica. Se avevamo appena scritto, non senza qualche sconcerto, dell’infelice uscita del cardinale Fernández in occasione della presentazione alla stampa di un documento del Dicastero da lui presieduto, questo relata refero attribuito al Papa schiude nuove e peggiori prospettive.

Una cosa, però, l’anticipiamo subito. Sareste fuori strada, se vi aspettaste di leggere qui una censura delle parole attribuite al vescovo di Roma in nome del ben noto “politicamente corretto”. Quest’ultimo, infatti, è stato incenerito dal Pontefice nella sostanza e non nella forma. Quello che non si potrebbe dire oggi, in ossequio al “politicamente corretto”, è che l’omosessualità sia la manifestazione di un disordine psico-fisico e morale. Francesco, invece, questo lo ha detto, sia pure in via più o meno riservata. Parlare, come avrebbe fatto, di «frociaggine» è solo (e solo, all’evidenza, è un modo di dire) una mancanza di rispetto nei confronti della generalità delle persone; mentre da un pastore della Chiesa è lecito si attenda un linguaggio corretto (quindi, non lesivo di nessuna sensibilità e vulnerabilità) e assolutamente estraneo alla volgarità. Nonché, la fonte di un possibile malinteso relativo ad un’insussistente preclusione generale del Papa e della Chiesa verso le persone omosessuali. Circostanza, quest’ultima, esclusa esplicitamente dalla citata nota di stampa vaticana di scuse.

L’esclusione degli omosessuali  

Cominciamo dall’ammissione all’Ordine e, prima ancora, agli studi propedeutici a questa. Ripetiamo che non c’è nulla di nuovo. È del tutto ovvio che la Chiesa si dia la regola e osservi la cautela di non ammettere al percorso finalizzato all’Ordinazione individui dall’identità dubbia. Tra l’altro, possiamo cogliere l’occasione per svolgere rapidamente una riflessione che dovrebbe essere scontata, ma forse non lo è. La sessualità (maschile e femminile) è una questione che attiene prima di tutto all’identità personale. Ridurre strettamente la sessualità alla genitalità, cioè agli organi riproduttivi e alla pratica sessuale, è una miopia grave.

Detto che l’esclusione dal clero degli uomini dall’identità non definita è del tutto logica, si potrebbe – e, diremmo, da tempo ormai si dovrebbe – discutere come e perché essa risulti, in concreto, disattesa con sensibile frequenza. Malintesa comprensione del significato del sacramento dell’Ordine. Addirittura, preferenza accordata all’omosessualità rispetto all’eterosessualità in nome del perdurante nesso (nella Chiesa cattolica di rito latino) tra presbiterato e condizione celibataria. Penuria di vocazioni, a sua volta riflesso della perdita d’influenza sociale della Chiesa e dell’autorità al suo interno. Nessuna tra queste possibili (e nondimeno tutte scongiurabili) motivazioni, né invero qualsiasi altra, giustifica un errore tanto marchiano qual è l’ammissione agli studi seminariali e tanto peggio all’Ordine di soggetti dall’orientamento omosessuale manifesto, ovvero anche soltanto dubbio. La Chiesa aderisce ad una precisa concezione antropologica, che per essa ha un fondamento rivelato. Se e quando ordinasse degli omosessuali, vorrebbe dire che la Chiesa non aderisce al dato che essa stessa addita come naturale e rivelato, ovvero che non crede (o almeno dubita) che quest’ultimo sia effettivamente tale.

Chiesa cattolica e rischio-tenaglia

Di questo tema ci eravamo già occupati incidentalmente in passato, mettendo in guardia a proposito di un rischio-tenaglia per la Chiesa cattolica. Da una parte, rimarcavamo il carattere dirimente del reclutamento dei candidati all’Ordine: questione portata alla ribalta dalla proliferazione di denunce di casi di pedofilia clericale. I quali, anche se non lo si vuole dire, consistono in gran parte in violenze o abusi commessi su adolescenti e bambini, cioè su maschi. Dall’altra, paventavamo il pericolo che una più esplicita sottolineatura della tassatività dell’esclusione degli omosessuali dall’Ordine potesse scatenare una tempesta mediatica internazionale, tutta incentrata sulla discriminazione.

Non ci sentiamo di fare altro che ribadire quelle stesse considerazioni. La seconda sessione del Sinodo dei Vescovi, nel prossimo ottobre, dovrebbe occuparsi del problema. Circolano già voci secondo cui c’è chi propone che si insista sulla distinzione (tradizionale, è vero, ma alquanto problematica) tra tendenza e pratica omosessuali anche degli aspiranti allo stato clericale. Probabilmente, il Papa intendeva anticipare, con la ruvidezza del linguaggio che talvolta gli è proprio, la sua decisa contrarietà su questo punto.

Buon senso e buon gusto 

I lettori troveranno altrove altre interpretazioni della soffiata malandrina. Su tutte: la trappola tesa al Papa, il calcio negli stinchi tiratogli dai suoi nemici, la guerra senza esclusione di colpi tra progressisti e conservatori.  Si tratta di tentativi di diversivo comprensibili non meno che inefficaci, perché conosciamo l’ammonimento evangelico rivolto a quanti ingoiano il cammello dopo avere filtrato il moscerino.

È possibile, purtroppo, che qualcuno (anche uno o più altri vescovi) riferisca un ragionamento fatto in termini riservati del Pontefice, contando comunque di nuocergli. È possibile, peggio ancora, che taluno condivida la scelta di puntare sulla volgarità, pensando così facendo di provare a non perdere il contatto con la massa delle persone. In seguito alla dichiarazione di scuse, diramata dal portavoce della sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni – “Il Papa non ha mai inteso offendere, o esprimersi in termini omofobi e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine, riferito da altri” – la sostanziale veridicità dell’accaduto non può più essere messa in dubbio.

Quello che non è possibile fare, in tutti i casi, è ignorare i guasti che si producono nella nostra civiltà andando contro al buon senso, il retto sentimento e il buon gusto. La lezione vale per tutti, in pubblico e in privato.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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