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Papa Francesco e i tradizionalisti: siamo alla resa dei conti?

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Papa Francesco: dopo oltre tre mesi dall’accettazione della rinuncia presentata dal cardinale Robert Sarah, il Pontefice lo rimpiazza alla guida del dicastero vaticano per il Culto divino. E i rapporti, sempre complicati, con i portatori di una sensibilità tradizionalista dentro la Chiesa (non riducibili ai soli ex scismatici lefebvriani) minacciano di volgere al peggio.

È stato il bollettino quotidiano della Sala Stampa vaticana di giovedì a dare l’annuncio della promozione a prefetto del segretario in carica della Congregazione, l’arcivescovo inglese Arthur Roche. Contestualmente, l’incarico di prelato superiore del dicastero, da lui lasciato, viene affidato al francescano monsignor Vittorio Viola, attuale vescovo di Tortona. Proviamo a vedere perché questo riassetto richiami attenzione e susciti qualche preoccupazione.

Il rapporto difficile con Sarah

Prima di tutto, torniamo alle questioni del Messale e del Padre Nostro in italiano. Questa vicenda, di cui avevamo già parlato, si è protratta fin quasi ad oggi. Infatti, è stato solo con l’ultimo Avvento, lo scorso inverno, che la terza edizione italiana del Messale romano ha potuto trovare applicazione, divenendo obbligatoria a partire dalla Pasqua celebrata il mese scorso. Il collo di bottiglia, come si usa dire quando ci si trova in presenza di un’ostruzione nel corso di un iter, era proprio l’ufficio presieduto dal cardinale Sarah. 

Il porporato, creatura cardinalizia di Benedetto XVI, ha fatto a lungo penare alla Conferenza episcopale italiana l’approvazione dell’ultima versione italiana del testo-guida della Messa. Basti pensare che l’edizione era stata trasmessa dalla Cei alla Curia romana nel 2012. Ad onor del vero, bisogna dire che il cardinale guineano era a capo del Culto divino e della Disciplina dei Sacramenti solo dal 2014, nominato nell’incarico da Papa Bergoglio. La controversia fra il Pontefice e Sarah riguardava, più in generale, la questione delle traduzioni dei libri liturgici dal latino alle lingue nazionali. Ci eravamo occupati anche di questo tema, parlando del difficile equilibrio che Papa Francesco andava cercando tra la rimodulazione del peso del Papato nella Chiesa contemporanea in favore degli Episcopati e l’autorità necessaria per favorirla.

Un’ispezione inconsueta

In questa prospettiva, la dialettica francamente troppo esplicita e di pubblico dominio tra il Pontefice e un suo primario collaboratore come il cardinale Sarah rappresentava oggettivamente un problema. Ma, spiazzando come sovente gli capita di fare chi si avventura nelle previsioni, il Papa non ha avvicendato anzitempo il presule nel suo incarico. Ha, invece, atteso che questi presentasse secondo il diritto la rinuncia all’ufficio, al compimento dei 75 anni e al quel punto l’ha quasi subito accettata, lo scorso febbraio. 

Prima, però, di provvedere alla successione, Francesco ha proceduto ad una sorta di ispezione del dicastero. Ha, infatti, incaricato monsignor Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, di studiare da vicino la Congregazione reduce dalla gestione Sarah. La missione è stata informalmente conferita, giacché non ne è mai stata data comunicazione rituale nel citato bollettino quotidiano della Sala Stampa, né altrove. Il legame con la prolungata ferma del Messale italiano presso il dicastero era, comunque, evidente. Monsignor Maniago, infatti, è il presidente della commissione della Cei per la Liturgia ed è stato proprio uno dei curatori della terza edizione del Messale.

La Curia romana è papale o non è

I timori riguardanti la promozione di monsignor Roche, considerata con sospetto da quanti manifestano una sensibilità teologica, liturgica e pastorale più legata al passato prossimo ecclesiale, non ci sembrano fondati. Il prelato inglese ha gestito insieme al cardinale Sarah il dicastero in cui è infine rimasto. Se i due fossero stati inconciliabili, al giorno d’oggi si sarebbe provveduto per tempo a separarli. In tutti i casi, da sempre nel seno della Chiesa convivono sensibilità differenti: sta al senso ecclesiale di quanti ne sono portatori non esasperarle, rendendole divergenti. Il principio dell’unità è visibilmente incarnato e giuridicamente assicurato dal Papa.

Non vorremmo che l’equivoco fosse proprio questo. La Curia romana, lo abbiamo già scritto diverse volte, è il braccio operativo del Pontefice. Pensare che, dal suo interno, alcuni possano fare sintesi diverse da quelle che competono alla responsabilità del Papa, tenderebbe sottilmente allo scisma ed integrerebbe sicuramente una gravissima disfunzione. È perfettamente ragionevole che Papa Francesco metta a capo dei dicasteri della Santa Sede persone di sua fiducia. Semmai, non di rado egli stesso ritorna sui propri passi, come nell’infelice caso del cardinale Angelo Becciu.

Pluralismo liturgico: sì ma…

Quanto a ciò che i critici di Francesco dicono di temere di più dalle nuove nomine in seno al Culto divino, cioè il superamento della liberalizzazione condizionata della Messa di Pio V, decisa nel 2007 da Papa Ratzinger, bisognerà aspettare. Tuttavia, a priori, un tale esito non sembra probabile, perché apparirebbe più che altro uno sgarbo nei confronti della Fraternità San Pio X degli epigoni di monsignor Lefebvre. Il Motu proprio “Summorum Pontificum”, che disciplina la materia, prevede condizioni e limiti ben precisi per la celebrazione secondo il Messale tridentino. E, soprattutto, definendo quest’ultima come rito romano straordinario, marca nettamente la differenza con la Messa di Paolo VI seguita al Concilio Vaticano II. È quest’ultima a costituire il rito romano ordinario e, mediamente, il più adeguato alle necessità pastorali del mondo contemporaneo.

Ciò non toglie che possa convenire alla Chiesa latina riscoprire un sano pluralismo liturgico e, anzitutto, non fare passi indietro rispetto a quello compiuto su questo terreno da Benedetto XVI. L’esempio fornito in questo campo dagli Orientali, non solo ortodossi ma anche cattolici, non andrebbe trascurato.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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