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Papa Francesco riforma la Curia Romana: luci e ombre della “Praedicate Evangelium”

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Papa Francesco riforma la Curia Romana e realizza così uno dei principali punti del programma sulla base del quale è stato eletto, nove anni or sono (13 marzo 2013). La Costituzione apostolica che abroga quella previgente (“Pastor Bonus” di san Giovanni Paolo II, 1988), è stata promulgata lo scorso 19 marzo e dispiegherà i suoi effetti dal prossimo 5 giugno.

Il suo titolo dice tutto: “Praedicate Evangelium”. Cioè: la Chiesa è missionaria, o non è ed anche il Papa e la sua Curia hanno la loro ragion d’essere nell’annuncio di Gesù Cristo. La riforma delle strutture del governo centrale della Chiesa è la riconversione di quest’ultimo alla luce di nuove priorità.

Sin qui, lo spirito e lo scopo della riforma e torneremo a parlarne. Dobbiamo, però, premettere una cautela e un’avvertenza assoluta. La cautela è la consapevolezza di come, al pari di ogni altra, anche questa riforma abbia dei limiti. Proveremo poi ad esemplificarne qualcuno, che ha destato perplessità anche tra gli addetti ai lavori.

Inutile illudersi

La cautela assoluta da osservare è la seguente: asteniamoci dal leggere quello che non è scritto, come pure dal capire l’impensabile. La Curia Romana è la curia del Papa, cioè del vescovo di Roma. Nel fatto che sia una curia è ricompresa la conseguenza che i suoi membri esercitino una potestà vicaria, cioè in nome e per conto del titolare dell’ufficio, che resta il Papa stesso. Nel fatto che sia un ufficio ecclesiale è ricompresa la conseguenza di cui al canone 129 del Codice di Diritto Canonico, che dispone come, nella Chiesa, siano abili alla potestà di governo i soli insigniti dell’Ordine sacro, vale a dire i chierici (vescovi, preti, diaconi). 

Alla luce di questo, scordiamoci che d’ora in avanti un laico o una laica possano presiedere qualsiasi Dicastero e gli Organismi di Giustizia in seno alla Curia (i tribunali, per intenderci). Infatti, il n. 5 dei Principi e Criteri per il servizio della Curia di “Praedicate Evangelium” così si esprime: «(…) qualunque fedele può presiedere un Dicastero o un Organismo, attesa la peculiare competenza, potestà di governo e funzione di questi ultimi».

La precisazione circoscrive l’applicazione del principio, ove ve ne fosse bisogno. Del resto, dei laici rivestono già ora posizioni apicali nella Curia Romana, come i giornalisti Paolo Ruffini e Matteo Bruni, a capo rispettivamente del Dicastero per la Comunicazione e della Sala stampa della Santa Sede. Altri laici potrebbero diventare, ad esempio, capi del Consiglio o della Segreteria dell’Economia, ma certo non del Dicastero della Dottrina della Fede, o di quello dei Vescovi, oppure della Rota Romana.

La vera riforma

“Praedicate Evangelium” è così articolata: preambolo; principi e criteri per il servizio della Curia; norme generali; Segreteria di Stato; Dicasteri; Organismi di Giustizia; Organismi Economici; Uffici; Avvocati; Istituzioni collegate con la Santa Sede. Il preambolo spiega le ragioni della riforma, cioè la già citata riconversione alla luce della rinnovata priorità dell’evangelizzazione.

Vi si ribadiscono dei punti fermi, comuni specialmente alle due riforme del post Concilio Vaticano II, quelle di Paolo VI e Giovanni Paolo II. L’ecclesiologia di fondo è quella comunionale. Papa e vescovi, Chiesa universale e chiese particolari (si parla in loro favore di una «sana decentralizzazione»), Conferenze episcopali nazionali e continentali: tutti sono chiamati a servire insieme il Signore nei fratelli. 

Alla luce della missionarietà della Chiesa tutta intera, le esplicitazioni più significative sono contenute nei nn. 10-12 del preambolo. Anche i fedeli laici sono chiamati all’annuncio e, quindi, al coinvolgimento nelle responsabilità del governo, cui essi devono attendere apportando il proprio specifico contributo. Francesco ammonisce che la riforma delle strutture, per essere reale ed efficace, dev’essere accompagnata dalla conversione dell’interiorità delle persone che le animano. La spiritualità che queste devono coltivare è quella del Buon Samaritano, figura dell’amore stesso di Dio che si fa prossimo di tutti, a partire dai più bisognosi e sofferenti.

Dall’Evangelizzazione alla Carità

Sono previsti dei cambiamenti nella denominazione, ad esempio le Congregazioni ed i Pontifici Consigli diventano Dicasteri (prima questo era il nome generico dei moduli organizzativi di curia), mentre i Tribunali si chiameranno Organismi di Giustizia. Sono stabilite nuove articolazioni in seno agli enti confermati, come in Segreteria di Stato, dove compare una terza sezione per il ruolo del personale diplomatico della Santa Sede. O nella Dottrina della Fede, con due sezioni e due segretari.

Dal punto di vista strutturale, le novità più significative riguardano il passaggio al secondo posto della Dottrina della Fede dietro il nuovo Dicastero per l’Evangelizzazione e l’istituzione del Dicastero per la Carità, erede dell’attuale Elemosineria apostolica. L’Evangelizzazione avrà a capo direttamente il Papa (come un tempo il Sant’Offizio) e avrà due pro-prefetti, che si occuperanno di altrettante sezioni, eredi della vecchia Propaganda Fide e del più recente Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. 

I punti critici

“Praedicate Evangelium” può vantare anche altri elementi innovativi, tra i quali spicca l’esplicita richiesta di integrità personale, professionalità, sobrietà di vita e amore ai poveri per quanti prestano servizio nella Curia. 

Accennavamo inizialmente, però, anche ad aspetti critici della riforma di Francesco. Il principale ci sembra il rischio additato dal professor Andrea Riccardi sul Corriere della Sera di martedì scorso. Si tratta della mancata specializzazione del personale e della classe dirigente della Curia romana, causa la stretta limitazione del mandato del personale clericale e religioso ad un massimo di 10 anni (incarico quinquennale, rinnovabile una volta sola).

Un’esperienza come quella del piacentino Agostino Casaroli, che entrò in Segreteria di Stato da minutante nel 1940 e ne uscì da cardinale 50 anni dopo, sarà irripetibile, annota il fondatore di Sant’Egidio. Ciò potrà far guadagnare in motivazione dei servitori della Santa Sede, ma potrebbe anche impedire il consolidarsi all’interno di quest’ultima di una cultura di governo, della quale gli stessi ordinamenti civili hanno permanente bisogno e lamentano la crescente mancanza.

L’altro difetto, per così dire, ci permettiamo di prospettarlo noi. Si parla tanto di semplificazione, snellimento, razionalizzazione. Qui, però, siamo di fronte ad un testo di 250 articoli che, mentre accorpa alcune strutture, ne differenzia al loro interno altre. Insomma: nessuno pensa che un apparato tanto complesso come la Curia papale possa essere regolato con poche norme, né ridotto a pochi uffici. Ma parlare genericamente di semplificazione sembra oltremodo ottimistico e quanto meno prematuro. Bisognerà aspettare che “Praedicate Evangelium” si traduca in pratica di governo: solo allora si potrà essere più precisi circa il successo delle fatiche riformiste di Papa Francesco.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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