Papa Francesco: dopo le esequie sul sagrato della Basilica Vaticana e la tumulazione delle spoglie nella Basilica Liberiana, conviene domandarsi anzitutto – prima di lambiccare riguardo a chi potrebbe succedergli – quali piste da lui aperte o comunque battute saranno ancora frequentate dalla Chiesa cattolica.
I funerali, imponenti ma comprensivi della sobrietà disposta per tempo da Jorge Mario Bergoglio, hanno seguito i due binari della vicenda pontificale appena conclusasi. Accanto ai fedeli di tanta parte del mondo, c’era un gran numero di delegazioni internazionali, molte delle quali rappresentate al massimo livello dai capi di Stato e di governo. Si dirà ancora molto degli scambi più o meno aperti o riservati tra i grandi della Terra dentro San Pietro e tra i bracci del Colonnato. Noi, comunque, non ci lasciamo distrarre e restiamo sul pezzo, cioè la Chiesa cattolica lasciata da Papa Francesco, che il 7 maggio aprirà il Conclave per eleggere il suo successore.
Potremmo tornare a parlare di tante cose, del resto per quasi otto dei dodici anni di Pontificato abbiamo seguito i vari aspetti del magistero e dello stile di Francesco con regolarità. Sceglieremo necessariamente solo alcuni spunti.
Morale, erranti ed errori
Il primo tema è senza dubbio la morale, tanto individuale quanto sociale. Francesco è “passato” come il Papa della misericordia, d’altronde le ha espressamente dedicato un Anno santo straordinario, quello del 2016. Si è trattato per l’appunto di una riduzione comunicativa perché la misericordia, come la carità, è un altro nome dell’amore di Dio per l’uomo rivelato in Cristo. Francesco, prima di essere Papa, era discepolo di Gesù Cristo, per cui la misericordia non l’ha scoperta lui da Pontefice. Le domande al riguardo, comunque, ci sembra siano due. La prima: la distinzione tra l’errante e l’errore è sufficientemente chiara e compresa? La seconda: è chiaro pure che l’umanità non può porsi di fronte ai propri errori come può porvisi Dio?
Riguardo alla prima questione, bisogna tenere conto di quanto impatti oggi sulla consapevolezza della generalità delle persone il mondo della comunicazione. Questo mondo non va affatto per il sottile, sicché la comprensione per la persona che sbaglia diventa facilmente un tutt’uno con l’irrilevanza di quello che la persona fa o non fa, tanto la persona va accolta comunque. E così transitiamo immediatamente alla seconda questione: Dio non ha relazione con il peccato (nome teologico, oltre ad altre cose, dell’errore), ma l’umanità sì. Siccome l’essere umano può solo cercare di avere a che fare il meno possibile con il peccato e riparare ai propri errori, dobbiamo stare bene attenti sia a non ridurre noi stessi ai nostri errori, sia a non essere sostanzialmente indulgenti al loro riguardo perché essi fanno il nostro male e quello degli altri.
Non siamo ad insegnare al Papa e ai vescovi quale debba essere la misura dell’azione pastorale. Solo, al termine di un Pontificato tanto preoccupato della comprensione verso chi sbaglia (e chi non lo fa?), ci permettiamo di immaginare che occorrerà preoccuparsi anche della consapevolezza di tutti riguardo agli errori. D’altra parte, Papa Francesco è stato molto meno severo nei confronti degli errori individuali di quanto non lo sia stato con quelli sociali, come dimostra la ricorrente stigmatizzazione da parte sua del mancato rispetto a livello globale del progresso sostenibile per le persone e l’ambiente.
Sinodalità e protagonismo dei laici
Sul versante interno della Chiesa, intesa come struttura della comunità cattolica, Papa Bergoglio ha puntato molto sui tasti della sinodalità (corresponsabilità degli Episcopati per la Chiesa universale) e del coinvolgimento dei laici nel governo. La novità era provare a farli convergere in una medesima prospettiva di riforma. I risultati sono stati almeno controversi, come attesta la recente vicenda italiana dell’assemblea sinodale della Cei conclusasi alcune settimane fa con un nulla di fatto, cioè senza l’adozione di un documento finale votato dalla base.
Il problema sta nell’equivoco intorno al principio gerarchico. La gerarchia non è una delle modalità con cui può organizzarsi la Chiesa, ma la sua stessa natura strutturale. Si può studiare come integrare di più il laicato nello svolgimento del processo decisionale, ma la differenza tra chi è ordinato e chi non lo è resta fondamentale, cioè insuperabile. Nella Chiesa una santa cattolica ed apostolica, cioè quella del Simbolo e del Credo, l’unica autorità è quella dei vescovi proprio perché successori degli Apostoli. Anche se generalmente non lo si sa, alle origini (quelle a cui si dice sempre che bisognerebbe tornare!) il ministero fondamentale era quello degli episcopi, non essendo tanto i presbiteri quanto i diaconi altro che loro collaboratori. Alla penuria di clero e le degenerazioni del clericalismo non si provvederà pensando di fare a meno degli ordinati, bensì curando che quanti si renderanno disponibili possano fare del loro meglio nelle condizioni date.
La Santa Sede tra Usa e Cina
I risultati senza dubbio più largamente riconosciuti a Papa Francesco sono quelli in campo diplomatico, a sostegno della pace e di un equilibrio per forza di cose multipolare. Anche in questo ambito non sono mancati attriti, né rimproveri al Pontefice ma sono stati sostanzialmente distribuiti in modo equivalente a seconda delle circostanze, indice di un’equidistanza e di una equi-prossimità che alla Santa Sede e alla Chiesa fanno solo bene.
Certo, per il Papato che è stato uno degli artefici e delle colonne portanti dell’Occidente, il rapporto con i Paesi emergenti dell’Est e del Sud del pianeta rappresenta una sfida in continua evoluzione. Ciò vale specialmente per la Cina comunista, il cui risalente tentativo di sinizzazione delle confessioni religiose vede oggi ulteriori colpi di coda nelle difficoltà applicative dell’accordo con la Santa Sede per la nomina dei vescovi. Il fatto che gli Usa identifichino nel Dragone il loro vero avversario segnala il rischio che, soprattutto sotto una leadership tenace come quella trumpiana, la Chiesa sia provocata ad una scelta di campo in nome della storia e della libertà. La Chiesa, però, ambisce a tenere dentro tutto e tutti, non ad essere parte di una contesa.
I panni di Pietro da Francesco a un altro Papa
Avendo già impiegato tanto spazio, dobbiamo concludere senza nominare altri problemi che il prossimo Papa erediterà da Francesco. Lasciateci ricordare uno che ci sta particolarmente a cuore, vale a dire il rapporto della Chiesa con il mondo della comunicazione, il cui ripensamento secondo noi è indispensabile non meno che difficile (anche soltanto per la creatività che necessita).
Un famoso scrittore australiano, Morris West, firmò un fortunato romanzo da cui è stato tratto un celebre film con protagonista Anthony Quinn. In Italia il libro uscì con il titolo “Nei panni di Pietro”. La trama era fantapolitica e ambientata nella Guerra fredda. Noi ce ne serviamo solo per il titolo. Jorge Mario Bergoglio ha dovuto vestire i panni di Pietro, come il pescatore di Galilea Simone figlio di Giovanni aveva dovuto fare prima di tutti. Fare la parte di un altro non è mai facile, ma Papa Francesco si è sforzato onestamente di fare la volontà di quel Gesù che ha riconosciuto come il Signore e che, in modo misterioso, gli aveva fatto avere il ruolo. Tra poco, toccherà a qualcun altro.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







