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Papa Francesco tra voci di dimissioni e tensioni con gli ebrei: come stanno le cose?

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Papa Francesco: una fine estate all’insegna di voci circa le sue possibili, futuribili dimissioni e di un’inaspettata querelle con gli ebrei. I due temi hanno in comune la sola coincidenza temporale. Colpisce, però, sia che si metta in dubbio la determinazione a restare in carica di un Pontefice tanto energico e decisionista (per controversi che siano i risultati di certe riforme da lui promosse), sia che si discuta la sua adesione senza riserve alla causa del dialogo interreligioso. Passiamo in rassegna le due questioni, prima di ragionarci su.

La salute di Francesco e lo statuto dell’ex Papa

Com’è facile immaginarsi, il via ad una nuova ondata di illazioni relative a possibili dimissioni papali è stato dato dall’intervento chirurgico al colon, subito dal Pontefice nel luglio scorso. Nonostante la riuscita di quest’ultimo e l’esclusione di ricorrenze neoplastiche, da più parti si mette in dubbio che Papa Francesco possa riprendere la vita di prima. C’è chi esclude, ad esempio, che egli, anche in ragione dell’età, possa intraprendere di nuovo viaggi intercontinentali. Intanto, comunque, i prossimi impegni continentali (Ungheria e Slovacchia) sono confermati per settembre.

In più, i vaticanisti danno per imminente la pubblicazione di una Costituzione apostolica, che dovrebbe dare veste sistematica allo statuto di ex Pontefice. Noi preferiamo dire così, anziché Papa emerito, come Joseph Ratzinger ha previsto di essere chiamato dopo le dimissioni. È stato il penultimo Papa a predisporre alcune norme relative al proprio successivo trattamento. Ne avevamo già parlato, con accenti critici, per quanto ci riguarda. Vedremo se ed in che misura Papa Bergoglio vorrà rivedere queste disposizioni. Ci sembra difficile, tuttavia, che, vivente Ratzinger, il Papa sconfessi l’allure vagamente ambigua di certe forme auto-riservatesi dal fu Benedetto XVI (abito bianco, titolo di Santità, residenza vaticana), a cui i complottisti si sono volentieri appellati per dare fiato alle trombe.

Il disagio del Gran Rabbinato di Israele

La questione con gli ebrei è più complessa, anche se impressiona meno l’immaginario collettivo. Il rabbino Rasson Arousi, presidente della commissione per il dialogo con la Santa Sede del Gran Rabbinato d’Israele, ha indirizzato una protesta scritta al suo omologo vaticano per il dialogo, il cardinale Kurt Koch. Pretende smentite e correzioni dal Papa, in merito alle parole da lui stesso pronunciate lo scorso 11 agosto, in occasione della consueta catechesi del mercoledì.

Che cosa aveva detto di tanto grave il Papa, da meritarsi la richiesta di una formale abiura? Secondo il Gran Rabbinato, definendo accessoria la Legge di Mosè rispetto alla Promessa fatta da Dio ad Abramo, Francesco avrebbe di fatto tacciato di inutilità la pratica religiosa ebraica attuale. Così facendo, egli avrebbe indirettamente rianimato il disprezzo cattolico verso il giudaismo e gli ebrei, che questi ultimi credevano irrimediabilmente ripudiato. Le cose sono andate proprio così? Ci permettiamo di dissentire.

Il vero problema: Gesù è o no il Cristo?

Se qualcuno si prendesse la briga di leggere l’intervento pronunciato l’11 agosto, si accorgerebbe di una cosa, che del resto doveva già immaginarsi. E cioè che il Papa stava facendo dottrina cattolica, su fondamenta teologiche necessariamente cristiane. La catechesi verteva sulla Lettera ai Galati dell’apostolo Paolo, il testo che, con la Lettera ai Romani, contiene la dottrina paolina sulla Legge e la giustificazione. Che cosa dice Paolo ai Galati? Ricorda loro che la Legge non può essere un tutt’uno con la Promessa, perché è venuta oltre quattro secoli dopo. È sulla Promessa che riposa l’irrevocabilità dell’Alleanza ed è in Gesù Cristo che si trova il compimento della Salvezza. 

E qui siamo al dunque. Paolo e con lui il suo ultimo successore a Roma, Francesco, parlano della Legge come di un pedagogo, cioè un accompagnatore all’incontro con il maestro. Il pedagogo nell’antichità non era il maestro, come intendiamo noi oggi. Era uno schiavo che doveva avere cura che al figlio del padrone non accadesse nulla di male, percorrendo il cammino verso il maestro. Quello che conta, però, è l’incontro con il maestro. E questo ad Israele non sta bene, perché esso non riconosce in Gesù il maestro, cioè il Messia, il Cristo. Il Papa, invece, lo riconosce come tale. Diversamente, che senso avrebbe la Chiesa?

Tra sogni, incubi ed impossibili abiure

In conclusione, ecco qualche considerazione sulle due ultime notizie vaticane che abbiamo rilanciato. Rispetto alla prima (che, giova ribadirlo, non è una notizia ma un’illazione), ci sembra che si collochi nell’ordine della profezia, donde il modo migliore per adempierla consiste proprio nel farla. Chi – consapevolmente o meno – non è amico della Chiesa, si augura sempre le dimissioni del Papa, di qualunque Papa. Si augura, più precisamente, la fine del Papato. Fine del Papato = fine della Chiesa: è questa l’equazione. L’esperienza delle divisioni nella Cristianità insegna qualcosa: ne sono risultate delle Chiese, a scapito della Chiesa. Certo, avere addirittura due ex Papi sarebbe un nuovo sogno o incubo che si avvera, a seconda dei punti di vista.

Per quanto riguarda il risentimento degli ebrei per la catechesi sulla Promessa e la Legge, l’equivoco è palese. I cristiani, pur ripudiando l’antisemitismo razziale e religioso, non possono nondimeno autodenunciarsi come un’eresia giudaica. In realtà, più che di un malinteso, si tratta di una rivalsa. Gli ebrei per secoli sono stati bersaglio delle accuse più varie, da parte cristiana: da quella, di per sé del tutto assurda, di deicidio, fino a quella (cristianamente più comprensibile) di travisamento, cioè di mancato riconoscimento del compimento della loro fede. Nella Cristianità, essi erano ghettizzati, angariati e costretti talvolta alla conversione. Oggi, il punto di vista cattolico è completamente diverso: la comunanza dei Padri e, soprattutto, del Testamento è assolutamente riconosciuta. Il riferimento di Papa Francesco alla Promessa è radicato esattamente in questo solco. Agli ebrei, o almeno a quelli del Gran Rabbinato di Israele, non basta. Vedremo se il Papa risponderà, ma certo non potrà dire quello che vorrebbero le autorità religiose di Israele.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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