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Papa Francesco: dalle unioni omosessuali alle donne prete, tutti i “dubbi” che agitano il Sinodo

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Papa Francesco alle prese con 5 dubbi dottrinali di 5 cardinali. Si tratta dello statunitense Burke, del messicano Sandoval Íñiguez, del tedesco Brandmüller, del guineano Sarah e del cinese Zen Ze-Kiun. Si dice che avrebbero dovuto essere uno per ciascun continente, se non fosse intervenuta la scomparsa dell’australiano Pell, nel gennaio scorso.

Le 5 interpellanze sono state avanzate al Pontefice e al Dicastero per la Dottrina della Fede. C’è un piccolo giallo in ordine alla loro formulazione e alla risposta pontificia. Infatti, i dubbi sono stati trasmessi a Roma in due versioni successive, tra luglio e agosto. La risposta papale, resa pubblica solo nei giorni scorsi, è stata fornita subito, in seguito al ricevimento della prima versione. Insoddisfatti delle risposte ottenute in forma di lettera, i 5 porporati hanno riformulato i quesiti, non ottenendo ulteriore soddisfazione. La pubblicazione delle risposte di Francesco alla vigilia del Sinodo viene letta come volontà della Santa Sede di sminarne il terreno, in occasione della sua odierna apertura.

Le risposte che si addicono al Papa

Prima di entrare nel merito delle questioni, occorre una precisazione sui dubia (in latino, al neutro plurale). Si tratta non di vere e proprie domande, ma di formulazioni succinte, che ambirebbero ottenere in risposta conclusioni ancora più secche. Il responso dovrebbe essere un avverbio: «Affermativamente», oppure «Negativamente».

È il modo con cui i singoli vescovi e le Conferenze episcopali interpellano solitamente i Dicasteri della Santa Sede in ordine a questioni particolari controverse. Rivolti direttamente al Papa e vertenti su tematiche generali, i dubia sembrano un po’ pretenziosi, quasi di farisaica memoria, quando i capi religiosi dei Giudei mettevano alla prova Gesù. E così rischiano di apparire, naturalmente al di là delle intenzioni dei porporati, i quali pongono comunque questioni gravi, alle quali veniamo immediatamente.

Evoluzione e Tradizione

Il primo dei dubbi contiene in sé il senso di tutti gli altri. Riguarda la liceità o meno della reinterpretazione della Divina Rivelazione secondo i cambiamenti antropologici e culturali propri delle diverse epoche. Il Papa ha risposto che dipende dal senso che si dà al termine “reinterpretazione”: se con quest’ultimo s’intendesse “interpretare meglio”, il dubbio relativo alla liceità della reinterpretazione andrebbe risolto positivamente. Francesco spiega che ci sono, nella Scrittura, parole che sono oggi irripetibili senza fare la tara culturale all’epoca in cui sono state scritte dagli agiografi. Pensiamo, ad esempio, alla schiavitù, ovvero alla condizione socio-familiare della donna.

Il Papa, però, torna anche su un altro concetto che gli è caro e che è quello, inviso a sensibilità diverse dalla sua, della gerarchia delle verità. Citando Dei Verbum n. 7 (la Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Rivelazione), il Pontefice sottolinea che ciò che non si può cambiare è quanto è stato rivelato per la salvezza di tutti. E rivendica alla Chiesa il dovere di discernere costantemente quanto è essenziale e quanto, invece, è secondario o, comunque, meno direttamente connesso con la salvezza.

C’è chi contesta che si possano fare distinzioni nell’ambito della Rivelazione e tra questi, evidentemente, i 5 cardinali dubitanti. Non dimentichiamo che la Rivelazione, per la Chiesa cattolica, ha due fonti: la Scrittura e la Tradizione della Chiesa. È chiaro che i contrasti interpretativi si appuntano principalmente sulla seconda fonte, cioè sul modo in cui quest’ultima sta evolvendo.

“Benedire” le unioni omosessuali?

Il secondo dubbio riguarda la tendenza, manifestata da alcuni sacerdoti e addirittura taluni vescovi, a inscenare forme di benedizione di unioni omosessuali. Il Papa ribadisce che il matrimonio è solo l’unione indissolubile di una femmina e di un maschio e che, indipendentemente dal nome che si voglia dare all’istituto giuridico, questo è il disegno divino sull’umanità. Perciò, la Chiesa non può e non deve redigere, né usare benedizionali (cioè rituali, libri di preghiere e benedizioni) per forme di unione personale diverse da quella eterosessuale.

Detto questo, Francesco aggiunge che la riproposizione della verità oggettiva non è l’unica forma di carità disponibile per i pastori della Chiesa. E, introducendo un’altra definizione di benedizione rispetto a quella d’invocazione dell’approvazione divina, sostiene che, caso per caso, la benedizione come richiesta di aiuto a Dio possa essere concessa a una o più persone, purché essa non trasmetta una concezione errata del matrimonio.

Il terreno è infido. Invocare l’approvazione e l’aiuto di Dio sull’unione omosessuale non è ragionevole e non è nel potere della Chiesa. Il Papa insiste sull’accompagnamento della singola persona, ma la questione che si pone è relativa alle unioni. Di fatto, la cautela di preservare i fedeli dalla confusione con il matrimonio esclude il carattere autenticamente ecclesiale di qualsiasi ritualità concernente le unioni omosessuali.

Sinodo, donne prete e penitenza

Gli altri tre dubia sono meno difficili da trattare, dal punto di vista della risposta papale. Sul Sinodo, il Pontefice ribadisce che non può certo sovvertire, bensì aiutare la migliore esplicazione dell’esercizio dell’autorità nella Chiesa.

Più interessante la risposta sul cosiddetto “sacerdozio femminile”. Dopo la precisazione che la riserva maschile del sacramento dell’Ordine si comprende meglio e meglio si accetta nell’ottica del servizio e non della preminenza, il Papa dice che non è chiusa la questione in ordine a cosa sia una “dichiarazione definitiva” del Magistero. Non è un dogma, dice Francesco, ma bisogna ancora approfondire in cosa consista precisamente.

Infine, relativamente alla questione del perdono come condizione dell’assoluzione sacramentale, Papa Francesco invita a tenere conto, una volta di più caso per caso, del modo con cui esso può considerarsi espresso da ciascun penitente. Senza dimenticare che il confessore non è un doganiere, intento a riscuotere gabelle per conto di un esoso padrone, bensì il dispensatore gioioso della misericordia del Padre.

Non conviene tentare il Papa…

Gli appelli al Pontefice si moltiplicano, in tempi di Sinodo. E così, rispondendo a un altro cardinale, il religioso domenicano Duka, Francesco ha recentemente ribadito come, sempre in singoli casi, i divorziati risposati civilmente possono essere ammessi alla Comunione. E, questo, anche in deroga all’astinenza dai rapporti sessuali coniugali. Ci permettiamo di dire che presumere la continenza in regime di matrimonio civile e in costanza di coabitazione, come si è già fatto sinora, destava più di una perplessità in termini di fattibilità.

In conclusione, non ci resta che ribadire i nostri dubbi sull’utilità di sottoporre il Papa a tentazione. Giacché, di questo si tratta, quando pubblicamente si gira il coltello nella piaga delle difficoltà della Chiesa, nel contesto della contemporaneità. Ad alcuni cattolici, questo Papa non piace: è un fatto, per quanto spiacevole ed è tanto più notorio, quanto più lo stile e il modo di esercitare il ministero e insegnare la dottrina di Francesco sono diversi rispetto al passato, anche prossimo. Insistiamo, però: non ci può essere Chiesa senza Papa. Le esperienze della Riforma lo dimostrano, anzi, lo rappresentano. Quindi, il bene che si vuole al Papato è inseparabile dall’accettazione di quanti, nel tempo, sono via via chiamati ad assumerlo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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