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Papa Francesco vestito alla bell’e meglio in San Pietro: a che giova questa violazione del pudore?

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Papa Francesco: dopo la breve apparizione in piazza san Pietro il 6 aprile, il Pontefice è tornato giovedì scorso a mostrarsi in qualche modo in pubblico, stavolta nella Basilica Vaticana. L’espressione in qualche modo dice dell’estemporaneità della comparsa, del come è stata organizzata e delle sembianze che ha avuto.

Il problema secondo noi ha due aspetti. Da una parte, c’è il carattere ampiamente controproducente rivelato dall’operato del circuito comunicativo della Santa Sede. Dall’altra, sta la non meno sorprendente propensione del Papa per l’abbassamento, al punto che egli sembra avere scelto per sé la “via tristitiae” in luogo della celebre “via pulchritudinis” (della bellezza), percorsa ampiamente nella storia dalla teologia, la liturgia e l’arte religiosa.

Un Papa quasi irriconoscibile    

Prima di analizzare i due profili della questione, diamo conto dell’intempestiva presentazione del Pontefice giovedì in San Pietro. Francesco vi è stato trasportato (pare al termine di un giro nei giardini vaticani) con l’ormai consueta sedia a rotelle in metallo e ruote di gomma, spinta dal suo infermiere personale Massimiliano Strappetti.

Il Santo Padre ostentava, sotto un poncho argentino a righe, una maglia bianca della salute con maniche lunghe visibile sulla schiena e le braccia. Niente talare, né zucchetto in testa, le gambe erano coperte dai pantaloni scuri del clergyman che indossa normalmente sotto la veste. Cannule dell’ossigeno alle narici, capelli non pettinati tipici di chi è appena uscito dal letto, il Pontefice ha salutato quanti lo hanno riconosciuto. 

Anzitutto, si è rivolto a due restauratrici al lavoro negli inesauribili cantieri del massimo tempio della Cristianità. Poi, ha parlato con alcuni bambini che da soli o portati dai genitori gli si sono fatti appresso. Quindi, ha risposto con cenni e sorrisi alle altre persone che, per lo più incredule, si erano rese conto della sua presenza. Il Papa, prima di rientrare nei suoi appartamenti a Santa Marta, ha sostato in preghiera di fronte al sepolcro del suo predecessore san Pio X (1835-1914), alla cui memoria fa professione di devozione.

Nessuno dev’essere strumentalizzato

Veniamo al cortocircuito mediatico. Lasciamo stare i commenti della gente presente in San Pietro: ci mancherebbe altro che all’interno di un luogo di culto ci si comportasse con un Papa anziano e infermo in modo meno rispettoso che con un anziano infermo qualsiasi. 

Ci voleva un apparato elefantiaco qual è quello dell’attuale comunicazione vaticana per capire che il pudore del Papa non può essere deliberatamente violato, senza nuocergli in dignità personale prima ancora che sacerdotale e pontificale? La persona del Papa non è meno tale di quella di chiunque altro. La persona è sempre fine e mai mezzo, o forse ci sbagliamo? Sicché, non è lecito strumentalizzare la fragilità di Francesco, nemmeno ammesso – e assolutamente non concesso – che ciò sia stato fatto per promuovere (chissà poi come) il rispetto della fragilità umana in generale.

Non parliamo del populismo (diciamocelo francamente, si tratta anche di questo) insito nell’ostentazione di questo e altri frangenti della quotidianità personale di Papa Bergoglio. Pensiamo a quelle che potevano essere derubricate come eccentricità: l’impiego di utilitarie al posto di berline per gli spostamenti, o l’acquisto di effetti personali direttamente da parte del Pontefice che poi voleva pagare in contanti.

Ogni spostamento del Papa costa all’Italia e agli altri Paesi diverse centinaia di migliaia di euro sia che si muova con una vettura di normale rappresentanza, sia con un buggy. Al Papa i soldi non servono, perché ha diritto al mantenimento in quanto vescovo dal vicariato di Roma, in quanto Papa dalla Chiesa universale e in quanto capo di Stato dal Governatorato vaticano. Il problema è che il macchiettistico è un registro che mal si addice al Papa, perché egli presiede la Chiesa e ne rappresenta la fede. Adesso, con la violazione della sua riservatezza, siamo ben oltre il limite non solo del buongusto ma anche del rispetto. 

Un controverso pauperismo liturgico

La singolare passione di Francesco per il “meno bello” si era già intravista nella scelta di alcuni elementi dell’apparato liturgico, come i pastorali in legno, le mitre dimesse e le casule anonime. Fuori discussione l’impiego da parte sua di pianete e manti finemente decorati, retaggio della manifattura di antiche schiere di religiose. Di visibile impatto è riuscita subito anche la sostituzione dell’oro con l’argento per l’anello e la croce pettorale, che ha determinato la rincorsa all’omologazione da parte di cardinali e vescovi sulla stessa lunghezza d’onda e (forse) qualche imbarazzo nei restii e negli irriducibili. 

Sappiamo bene, come ammoniva il documento finale dell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura del 2006, che «per il credente, la bellezza trascende l’estetica» e che «la liturgia non è bella, e dunque vera, se non disinteressata, priva di ogni altro motivo che non sia quello della celebrazione di Dio». Nondimeno, lo splendore è sempre stato e si conferma un rimando alla maestà e, così, alla sovranità di Dio. Sembra, poi, arduo integrare con le specificità locali (nel caso del Papato, romane) l’adozione di stili austeri e spogli che, decontestualizzati, è difficile dire se aiutino i fedeli ad accostare il Mistero.

La profezia di Gesù…

Il decoro della liturgia, degli apparati e dei luoghi di culto non sopravanza comunque quello dovuto al corpo. Un Papa che viene portato in pubblico in pigiama o qualcosa di simile possiamo provare a raccontarci che dia dignità ai poveri e agli ammalati. In realtà, induce un misto di smarrimento e disagio che, sia pure oggi senza clamore, contribuisce a rendere sempre meno riconoscibile la Chiesa come presidio di ragionevolezza e autorevolezza.

Ci resta la consolazione di pensare che valga anche per l’ultimo la profezia rivolta da Gesù al primo Pietro: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21, 18). 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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