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Papa Francesco, Scalfari e la divinità di Gesù: che confusione!

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Papa Francesco e le conversazioni con Eugenio Scalfari: relazioni pericolose? Sembrerebbe un’esagerazione, molto probabilmente la è, ma nondimeno qualcosa non va in questo rapporto impari. Talmente dispari che, per cercare di ridurne lo squilibrio, si è lasciato talvolta intendere che quasi sia stato il decano del giornalismo a ricevere il Pontefice. Nessun dubbio, infatti, su chi dei due sia abitualmente più ieratico e solenne in pubblico.

La questione, però, non si risolve mai soltanto in dettagli di costume. Stavolta, l’ultima in ordine di tempo, c’è finita di mezzo addirittura la divinità di Gesù Cristo. Che, con l’unità e la trinità di Dio, costituisce giusto il binomio dei misteri principali della fede cristiana. L’essenziale per definirsi cristiani, che secondo il fondatore de La Repubblica il Papa avrebbe in dialogo con lui espressamente negato.

La Santa Sede si è precipitosamente affrettata a smentire attraverso una nota della sala stampa. “Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo”. Così si è espresso, in una nota, il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni. Ma lo sconcerto e il disorientamento restano. Vediamo allora cosa ha sostenuto Scalfari e perché riesce impossibile credergli.

Divinità e umanità a intermittenza

In un fondo sul quotidiano da lui fondato e lungamente diretto, apparentemente dedicato all’assemblea straordinaria del Sinodo sull’Amazzonia, Scalfari si mette improvvisamente a parlare di Gesù. Lo fa subito dopo aver dato atto alla Chiesa di non concepirsi come realtà sensazionalista. E dice che chi, come lui, ha avuto la fortuna di discorrere col Pontefice con la massima confidenza culturale, sa che Papa Francesco concepisce Cristo come Gesù di Nazareth, uomo e non Dio incarnato. Prosegue: una volta incarnato, Gesù cessa di essere un Dio e diventa un uomo fino alla sua morte sulla croce.

Scalfari conclude il suo spensierato sconfinamento in cristologia citando i passi evangelici della passione in cui Gesù prega il Padre. Per ribadire che il Papa glieli avrebbe così commentati: “Sono la prova provata che Gesù di Nazareth, una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtù, non era affatto un Dio”.

Un po’ troppa confusione

E adesso proviamo ad analizzare un po’ queste affermazioni a ruota libera. Solo chi è interessato a instillare dubbi sulla divinità di Cristo potrebbe riferirsi a Gesù come a qualcuno che è diventato un uomo. È all’evidenza quello che si definisce oggi un “lapsus freudiano” e non crediamo proprio sia sfuggito al Papa. Scalfari ha finito per affermare implicitamente ciò che intendeva negare espressamente. Che senso ha, infatti, parlare di Gesù che sarebbe diventato un uomo? Quando? A un certo punto della sua vita? O stiamo ancora a mettere in dubbio la storicità di Gesù di Nazareth?

Altra espressione impossibile da riferire al Papa è quella per cui Gesù avrebbe “cessato di essere un Dio”. Cosa significa cessare di essere? L’immutabilità della natura divina era affermata già da Aristotele, “maestro di color che sanno” tra i quali non dubitiamo anche Scalfari si annoveri. E poi, “un Dio” cosa vuol dire, uno qualsiasi, uno dei tanti? Infine, risibile sarebbe l’operazione di citare i Vangeli per sostenere che proverebbero la sola umanità di Gesù, quando semmai un approccio laicista li squalifica per il motivo opposto! Quanto al Papa, presumiamo che egli aderisca alla teologia cattolica anche a proposito dell’ispirazione della Scrittura e del rapporto tra quest’ultima e gli agiografi.

Meglio conferme che smentite

Il problema non è giudicare la fede, ovvero la non-fede di Eugenio Scalfari: nessuno ha titolo per farlo. Ed egli stesso, in una vita eccezionalmente lunga, avrà certamente imparato di non essere in grado nemmeno di farlo da sé. Il problema è l’uso che un giornalista di esperienza ultra settantennale fa del suo rapporto personale con il Papa. Può virgolettare parole riferite al Pontefice, su un tema attinente il cuore della fede, senza averne prima domandato l’espresso consenso? Dalla smentita vaticana, infatti, sembra sia abituato a farlo.

Ed è un problema, lo abbiamo certamente già scritto, la disinvoltura con cui la Santa Sede accosta il mondo dell’informazione. Si possono nutrire opinioni diverse riguardo all’attitudine dei media nei confronti della Chiesa e del Vangelo. Ma considerare il Papa una persona privata è contro la realtà delle cose. E correre il rischio che qualcuno, sia pure conosciuto e particolarmente qualificato, abusi di confidenze private è un rischio non consentito.

Dopo di che, se non è un problema per la Santa Sede diffondere smentite come una qualsiasi personalità della politica o dello sport, non lo è nemmeno per Scalfari riceverla. Spesso, infatti, il giornalista ha dichiarato di essere in ricerca e dunque nel dubbio. Ecco: il dubbio resta e resterebbe comunque, di fronte al mistero. Ma ci sono molti milioni di persone nel mondo che dal Papa si attendono piuttosto delle conferme. Una rettifica a mezzo stampa non sembra il loro miglior veicolo.

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