Cultura

Pci: il partito-idea e il rapporto irrisolto con la democrazia

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Pci: cent’anni fa si produceva, in seno al Partito socialista italiano a congresso a Livorno, la scissione probabilmente più rilevante della storia della sinistra nel nostro Paese. Nasceva allora, esattamente il 21 gennaio 1921, il Partito comunista d’Italia. Esso non esordì, infatti, col nome più noto e più caro ai suoi militanti, quello di Partito comunista italiano. La circostanza non deve sorprendere, perché i partiti comunisti e gli stessi partiti socialisti originari si concepivano come rispettive sezioni nazionali dell’Internazionale proletaria. Il nome di Pci venne assunto nel maggio del 1943, appunto quando Stalin liquidò la Terza Internazionale (voluta da Lenin nel 1919) e la sostituì con il Kominform.

In questi giorni, è ovunque un gran fiorire di commemorazioni. Proviamo anche noi a fare una carrellata attraverso 70 anni di storia del Partito comunista, ma proviamo a sfiorare anche gli ultimi 30 anni di vita dei suoi succedanei. Una storia fatta, inevitabilmente, di luci e di ombre. Prima, però, facciamo una premessa: la storia della sinistra, ovunque e specialmente in Italia, è storia di divisioni. Non bastano le dita delle mani a contarle. Diceva André Malraux, romanziere francese e storico gollista di sinistra, che quest’ultima è il sogno della sinistra stessa che si sogna e non si realizza mai. Un suggestivo gioco di parole, per dire una delle dimensioni fondamentali del pensiero politico di stampo socialista: l’utopia.

Gramsci e Togliatti

I comunisti a Livorno – Amadeo Bordiga, Antonio Gramsci, Camilla Ravera, Umberto Terracini tra i più rilevanti e famosi – si separano dai socialisti perché vogliono la rivoluzione, sulla scorta dell’esempio dell’Ottobre sovietico. Nel 1922, l’anno dopo la loro nascita, vengano però anticipati dalla presa fascista del potere, appoggiata dalla Corona in chiave dichiaratamente anti-progressista. Nella clandestinità, cui nel giro di pochi anni il nuovo regime costringe tutte le opposizioni e, per prima, quella comunista come la più determinata e organizzata, emerge definitivamente la figura di Palmiro Togliatti.

Il Migliore, compagno di Gramsci sin dai tempi torinesi dell’Ordine Nuovo, è il capo indiscusso del comunismo italiano per quasi 40 anni, fino alla morte, che lo coglie a Yalta nel 1964. Dopo la scomparsa di Gramsci, nel 1937, si approfondisce la divaricazione fra l’esperienza dell’intellettuale sardo e quella che prima di tutto le circostanze fanno fare al politico piemontese.

La celeberrima doppiezza, i 17 anni di esilio sovietico sotto l’obbedienza staliniana, la complicità coi titini per gli eccidi di italiani nelle Foibe, la copertura data all’aggressione sovietica dell’Ungheria nel 1956, furono certo pagine opache e, talune, anche nere di quell’esperienza. Ma, a parte il fatto che queste pecche convissero anche con alcuni meriti, come il contributo offerto alla Resistenza e soprattutto alla stesura della Costituzione repubblicana, bisogna dire che la leadership comunista togliattiana, a differenza di quella gramsciana, è stata messa alla prova dei fatti. E l’egemonia, che il filosofo si era limitato a teorizzare, il politico ha provato a metterla in pratica. Dall’opposizione, naturalmente: perché la guerra fredda, oltre alla condizione di minoranza, collocava stabilmente il Pci fuori dall’orbita del governo nazionale.

Il compagno Enrico

Dopo l’interregno di Luigi Longo, storico capo partigiano delle brigate comuniste Garibaldi, alla segreteria di via delle Botteghe Oscure approda, nel 1972, Enrico Berlinguer. È stato il leader più amato, quello chiamato per nome, da cui il popolo comunista si congeda in piazza san Giovanni a Roma, dopo l’ictus che lo aveva colpito in piazza della Frutta a Padova, nel 1984.

In mezzo: il massimo elettorale conseguito nelle politiche del 1976 (34,4%); il compromesso storico e la solidarietà nazionale; la scelta di campo occidentale e l’eurocomunismo con Marchais e Carrillo. Non sono, però, mancate, anche nel caso del Pci berlingueriano, delle battaglie di retroguardia. Quella sulla scala mobile, che spacca la Cgil e divide definitivamente i comunisti dal Psi di Bettino Craxi, ne è un esempio evidente.

Più in generale, il compagno Enrico è colui che più concretamente realizza l’idea gramsciana dell’egemonia, favorendo su vasta scala la penetrazione del consenso comunista nei campi della cultura, dell’informazione e della magistratura. La diversità (si legga: superiorità) morale comunista è un tarlo che non ha ancora abbandonato i suoi eredi. E la via mediatico-giudiziaria, più o meno indirettamente, è stata larga parte del revanscismo di sinistra, dopo oltre 40 anni di opposizione.

La fine repentina del Pci

L’accelerata del «secolo breve» porta, nel 1989, alla caduta del muro di Berlino e alla fine della divisione dell’Europa in due blocchi. Al Bottegone, dopo la breve reggenza di Alessandro Natta, si insedia Achille Occhetto: sarà il liquidatore del Pci.

Nel 1991, anticipando di pochi mesi la fine dell’Urss, Occhetto cambia nome al partito, che diventa Pds (Partito democratico della sinistra) e lo fa aderire all’Internazionale socialista. Immancabile, si produce la scissione degli irriducibili, che danno vita a Rifondazione comunista, dalla quale poi altri si scinderanno, nell’Italia ormai dell’alternanza di governo. Verrà quindi il Partito democratico, che nel 2007 realizza il matrimonio tra cattolici democratici ed ex comunisti. Il resto, se così si può dire, è cronaca di questi giorni, con il Pd alle prese col populismo di sinistra, da esso stesso alimentato nei lunghi anni della demonizzazione di Silvio Berlusconi.

Il partito-idea e la democrazia

Un secolo condensato in poche battute è un’impresa improba per qualunque sintesi. Solo per fare altri nomi storici del partito – Amendola, Di Vittorio, Pajetta, Secchia – e di quanti, dal suo interno, sono riusciti ad approdare ai vertici delle istituzioni – come Ingrao, Iotti e, soprattutto, Napolitano e D’Alema – occorrerebbe ben altro spazio. 

Sintesi nella sintesi, proviamo a formulare un breve giudizio sull’esperienza del più grande partito comunista dell’Occidente. Il Pci, adattandosi alle circostanze ma anche restando fedele all’ambizione egemonica gramsciana, ha congelato indefinitamente la prospettiva rivoluzionaria e ha dato un contributo significativo alla nascita della democrazia nazionale, pur onerata di pesanti limiti istituzionali.  Ha favorito, in sinergia con il sindacato, alcune conquiste sociali e si è intestato certe battaglie, talvolta presuntuosamente auto-definite civili.

Il Pci, però, non ha mai risolto l’aporia insita nella sua natura: il proprio rapporto con la democrazia. Sconosciuta al suo interno, praticata nei fatti nelle istituzioni, ma identificata dalla retorica e dalla propaganda con il partito stesso e le sue posizioni, la democrazia è stata per il Pci una questione irrisolta. Non avrebbe potuto essere diversamente, per un partito ideologico, cioè filosofico: che più di possedere la ragione, pensava di esserla.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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