Pd, vale a dire Partito democratico: da quando in qua essere democratici significa censurare – cioè, impedire – le manifestazioni delle altrui opinioni, del pensiero o dell’arte? Una precisazione preliminare: non è che prendiamo abbagli e vediamo in giro novelli Raffaello Sanzio e Charlie Chaplin, stiamo semplicemente considerando chi fa il decoratore o l’attore di cabaret quali artisti nel senso più generico del termine.
Come probabilmente avrete intuito, questa riflessione si appunta sul caso dell’affresco restaurato nella basilica romana di San Lorenzo in Lucina con un angelo con le sembianze nei lineamenti della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nonché, sulle polemiche che hanno portato alla rinuncia del comico Andrea Pucci a partecipare al prossimo Festival di Sanremo.
L’arte è libera, a meno che…
Pensiamo si sappia che tutto il variegato orizzonte politico progressista (questa definizione dovrebbe essere accettata anche dal Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte) considera la Costituzione in vigore, scritta e votata nel biennio 1946-1947, come “la più bella del mondo”. Cosa c’entri la bellezza con un testo normativo, sia pure di rango supremo, non è chiaro. Più facile a dirsi quale conseguenza si pretenda trarre dalla formulazione di questo giudizio a metà tra l’etico e l’estetico: bisogna lasciarla com’è, senza nulla toglierle né aggiungerle (a parte quello che la Consulta vi scopre senza sosta dietro le righe). Ebbene, l’articolo 33 dice: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento». Nessuna affermazione, persino quelle scolpite nella “più bella del mondo”, è assoluta e va naturalmente relativizzata. Nondimeno, la sostanza è chiara e si capisce benissimo come si possa sostanzialmente violarla.
Quello che è accaduto all’artista (modesto quanto si vuole, non sappiamo) Bruno Valentinetti – che, restaurando un affresco in San Lorenzo in Lucina, aveva disegnato i lineamenti del volto di un angelo in modo da rendervi ben riconoscibile la presidente Meloni – è una fragorosa violazione della libertà artistica sancita dalla Costituzione. Un pittore dipinge un angelo, creatura senza lineamenti perché si suppone spirituale, secondo il proprio gusto: siccome, però, il suo ingegno libero lo ha condotto a immaginarlo del tutto simile a Giorgia Meloni, apriti cielo!
La libertà dell’arte, per vent’anni soggiogata nel nostro Paese dalle verghe littorie, va a farsi benedire. Anzi, è il carattere stesso del soggetto – giudicato evidentemente littorio – ad esigere la più sollecita delle riparazioni, previa abiura. Interrogazione parlamentare del Pd in Commissione Cultura al ministro competente Alessandro Giuli, istanza alla Soprintendenza delle Belle Arti, contrarietà del Vicariato di Roma (diocesi di cui è vescovo Sua Santità il Papa) e richiesta di spiegazioni al rettore della chiesa monsignor Daniele Micheletti.
Tempo due settimane scarse, le sembianze fasciste sono state cancellate e così il sacello dedicato a Umberto II, in attesa che il putto riprenda le sembianze anonime che aveva prima del protervo restauro, resta adornato di un angelo… decapitato. D’altra parte, anche questa è una testimonianza: se le fattezze meloniane documentavano il fascismo post-datato di un secolo, quelle dell’angelo senza capo attestano la costante vocazione giacobina dei sedicenti democratici.
Niente Sanremo per le volgarità? Una vera novità
Passiamo al comico Pucci, ospite mancato alla liturgia nazional-popolare di Sanremo. Per onestà intellettuale, dobbiamo dire che non lo conosciamo bene. Sappiamo quale sia il suo genere di comicità, quella da cabaret. Abbiamo sentito dire che ha schernito sui social la segretaria del Pd Elly Schlein per il suo aspetto dandole della «ridicola». In generale, quelli a cui non piace lo trovano aduso a battute “politicamente scorrette” sulle donne, le persone di colore e altre categorie di individui (come i meridionali) o professionali (come i carabinieri).
Non saremo certo noi a difendere chi abusa o anche semplicemente usa della volgarità sui mezzi di comunicazione, con un’elevata capacità nociva dei costumi. Non faremmo altro che felicitarci della sua giubilazione dagli schermi, a cominciare da quelli della televisione pubblica. Siamo proprio sicuri, però, che sia così?
Roberto Benigni, sempre a Sanremo nel 2002, dileggiò ampiamente Giuliano Ferrara che ne aveva criticato in anticipo la predica festivaliera e lo fece alludendo esplicitamente alla sua obesità patologica. Body shaming? No, satira. Il premio Oscar aveva già allora alle spalle un passato di insulti lanciati all’imprenditore Silvio Berlusconi sempre dagli schermi Rai. In generale (Benigni in questo caso non c’entra), potremmo parlare delle volgarità sessiste di cui è costantemente oggetto Giorgia Meloni e di cui, ad esempio, è stata vittima in passato Mara Carfagna. Anche in questi casi, comunque, si applica un fondamentale principio di schietto progressismo (!): non importa ciò che fai, importa chi sei.
Morale della favola: pure nel caso di Pucci, il Pd è intervenuto in Commissione parlamentare di vigilanza Rai, scandalizzandosi per la prospettata partecipazione al Festival del comico, bollandolo come «palesemente di destra, fascista e omofobo» e invitando azienda radiotelevisiva e Governo a rendere conto dell’oltraggioso proposito di farlo esibire. Sicché, Pucci ha preferito rinunciare.
Il direttore artistico e conduttore di Sanremo Carlo Conti è stato evasivo e tutt’altro che esplicito parlando della sua mancata partecipazione. Meloni ha condannato il clima di intimidazione e di odio che si è creato attorno all’attore milanese e stigmatizzato il doppiopesismo della sinistra guidata dal Pd. La Rai con un comunicato ha biasimato le minacce, le intimidazioni, la violenza verbale e la censura applicata attraverso la diffusione di odio e pregiudizi. L’azienda si è augurata di potere incrociare Pucci in futuro, ma per il momento non se ne parla.
È più facile dirsi democratici che esserli
Sebbene queste intemerate inquisitorie siano evidentemente assurde, addirittura grottesche e comunque inconfrontabili con i giudizi portati in casi analoghi, la conclusione nondimeno è la stessa. La volgarità e l’apologia vengono sempre, rispettivamente, imputate e riservate alle medesime parti. Ci sono senz’altro cose più serie a cui pensare, ma questo richiamo vale anzitutto per chi inorridisce per l’altrui pagliuzza e ignora la trave conficcata nel proprio occhio.
Diceva Churchill che la democrazia è il peggiore dei regimi a parte tutti gli altri. Per parte nostra, ci auguriamo che la democrazia non sia una cosa troppo seria per quei Paesi che hanno partiti con l’ardire di chiamarsi democratici.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







