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Il Pd e il campo progressista: come in agricoltura anche in politica si va per tappe

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Elly Schlein, segretaria del Pd

Campo progressista agognato dal Pd: il fatto che possa essere largo, lungo o arato, non toglie che vada comunque coltivato. Come l’agricoltura insegna, alla cura della terra si attende per tappe, seguendo un ordine nelle operazioni.

Parlare da fuori è più facile. Guardare dall’esterno, però, ha anche il pregio di una maggiore freddezza. E allora proviamo a lanciare un’occhiata al podere della sinistra, alla luce degli ultimi sviluppi politici ed elettorali.

Pd: partito o movimento? E quale?

Cominciamo dal Partito democratico, a cui più di tutti sta a cuore la prospettiva unitaria contro la destra. La prima questione irrisolta del Pd è quella identitaria. I Democratici hanno un problema di struttura e un problema di merito politico. 

Il dilemma strutturale consiste nell’alternativa tra forma-partito e forma-movimento. Il Pd è una formazione di matrice novecentesca europea, oppure è una formazione di stampo post-moderno dalle suggestioni americane? La questione è stata spesso celata sotto le spoglie della “vocazione maggioritaria”, per cui questa forza politica dovrebbe sforzarsi il più possibile di tenere dentro tendenze diverse.

La forma-partito, però, esige una condivisione di principi e valori assolutamente stretta. La forma-movimento, invece, ha contorni politici liquidi, labili, permeabili. Formazione aperta, d’accordo: non però sino al punto da farne eleggere il segretario da chi non sia iscritto ed inorridire al pensiero che la designazione del massimo organo dirigente passi anche attraverso l’intermediazione di delegati territoriali.

Il merito politico è un affare più semplice. Il Pd vuol essere una forza di sinistra-sinistra, cioè un partito tardo laburista? Oppure, guarda all’opzione liberal-democratica, erede del vecchio socialismo liberale? Ovvero, tende al partito radicale di massa, tutto concentrato sulle libertà individuali? Diamo per fatta, con l’elezione di Elly Schlein, una scelta a metà strada tra la prima e la terza via, mentre la seconda è un ricordo sempre più sbiadito delle segreterie Renzi e (in parte) Letta.

Il centro del centrosinistra

Veniamo al centro del (possibile?) centrosinistra. Con una premessa che non può non riguardare ancora il Pd. I liberali attualmente in quel partito difficilmente possono ritrovarsi sulla linea economico-sociale della segreteria Schlein. Allo stesso modo, i cattolici sono fortemente a disagio sui temi bioetici e altri socialmente rilevanti. La scissione è il male atavico della sinistra e tuttavia se, come pare, la logica dovesse restare quella di una coalizione di forze distinte, converrebbe andare a una ricomposizione. La formazione di sinistra-sinistra potrebbe riassorbire l’attuale Avs (Alleanza Verdi-Sinistra), riportando nel proprio seno gli ex Ds scissionisti, dandosi un’anima ambientalista strutturata, oltre naturalmente ad accogliere i Radicali (oggi, +Europa).

I lib-dem, insieme ai cattolici, dovrebbero convergere in una formazione centrista, fatta da chi, una volta per tutte, deve decidersi: sinistra o destra. Messaggio rivolto, evidentemente, al duo composto da Calenda e Renzi, capi rispettivamente delle due piccole truppe di Azione e Italia Viva. Il centro non può essere senza specifiche (centrosinistra o centrodestra), perché non ha massa critica elettorale sufficiente e perché tende a diventare la ridotta del trasformismo e dell’assistenzialismo. Il centro del centrosinistra non potrebbe nemmeno sopportare ulteriormente stucchevoli personalismi, come quelli a cui da due anni stanno dando vita l’ex presidente del Consiglio e il suo ex ministro dello Sviluppo economico. Quelli che vogliono guardarsi allo specchio lo facciano a casa propria.

Ambiguità a 5 Stelle 

Rimane la grana 5 Stelle. Nonostante il movimento fondato da Beppe Grillo occupi la scena da ormai più di un decennio e la scorsa legislatura lo abbia visto protagonista assoluto (in qualità di partito di maggioranza relativa), si tratta ancora di una questione esplosiva. Propriamente, è un movimento qualunquista, che si presta a sollecitare e riportare i suffragi più diversi e trasversali. Quest’ultima caratteristica, altrimenti denominata attitudine trasformistica, è stata potentemente accentuata dall’esperienza di governo (in tutte le formule politiche possibili) e dalla successiva leadership di Giuseppe Conte. 

Una volta fatta la constatazione dell’impossibilità di sommare con profitto forze del medesimo segno (governo Conte I, giallo-verde), il Movimento 5 Stelle pare orientato nel senso dell’opzione per il campo progressista. La scelta, nondimeno, è tutto fuorché netta e strategica. Il professore di Volturara Appula si riserva almeno l’opzione della corsa solitaria e nessuno può dire se, in cuor suo, non provi nostalgia per l’alleanza con la Lega di Matteo Salvini.

I tempi, però, sono cambiati, i rispettivi pesi elettorali pure, per non parlare degli scenari internazionali. È chiaro poi che l’accasamento fa perdere l’innocenza indispensabile per promettere tutto a tutti, domandando un mandato politicamente illimitato. Scegliere, però, è necessario per ragioni di sistema: sistema che, se non si fosse capito, o peggio non si volesse farlo, è l’altro nome dell’Italia.

Niente di nuovo sotto il sole? 

È agevole constatare come quest’analisi si scontri con la terribile confusione in cui versa tuttora lo schieramento di sinistra. La questione identitaria della principale forza al suo interno continua a essere ignorata, sperando che questo basti a esorcizzarla. Così non è, e bene che vada, si riproporrà comunque come lotta tra correnti e rispettivi esponenti. 

Il centro non si coagula e, almeno a livello locale, non cessa di praticare la politica dei due forni: scelta rispettabile se lasciata a valutazioni dei territori, assai meno se fatta per tutti. I personalismi, poi, imperano e se, alle prossime elezioni politiche, il Pd nei collegi uninominali farà accordi sia con Calenda, sia con Renzi, se li ritroverà entrambi in Parlamento a marcare i rispettivi minuscoli territori.

E poi c’è da chiarirsi con Conte e i 5 Stelle. Il Movimento è nato contro il Pd, per cui pensare di sommare il massimo del suo consenso con il massimo del consenso dei Democratici è una pia illusione. A livello locale, poi, è inutile arrabattarsi tanto, i 5 Stelle non sono radicati e la rondine sarda non fa primavera (Abruzzo docet). Sceneggiate come quelle tuttora in corso in Basilicata, pur di assecondare le velleitarie pressioni unitarie dei giornali e dei media amici, sono indegne. 

È responsabilità del Pd, verso se stesso oltreché verso il Paese, fare la propria parte per salvaguardare almeno il bipolarismo, sia pure nella non ideale versione delle coalizioni. Per guadagnare gli altri, però, non si può perdere se stessi e, inseguendo indefinitamente Conte, il rischio di farlo c’è.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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