Pd: c’era una volta un grande corpaccione che cambiava spesso nome. Dal Pci tra il 1989 e il 1991 è diventato «la Cosa», poi Partito democratico della sinistra o Pds; ancora nel 1998 semplicemente Ds (Democratici di sinistra) e nel 2007 Partito Democratico.
Coop, sindacati e festival
Ad ogni cambio di nome il partito perdeva pezzi a destra o a sinistra, che spesso duravano lo spazio di un mattino. Alle sue spalle esisteva l’inossidabile corazzata delle cooperative, dalle fila delle quali provenivano o tornavano onorevoli o ministri. Attorno garrivano i sindacati, onusti a loro volta di iscritti e di dirigenti che si alternavano ai piani alti del partito. E poi c’era il popolo degli iscritti e degli elettori, sempre numerosissimi e attivi, che cuocevano salamelle ai festival dell’Unità e compravano il quotidiano «fondato da Antonio Gramsci».
Il bicchiere mezzo pieno…
Il Partito, comunque si chiamasse, governava regioni, province e comuni, consorzi di bonifica e municipalizzate, fiere letterarie e festival del cinema. Insomma, questa gioiosa macchina da guerra sembrava un po’ come i domini di Carlo V “sui quali non tramontava mai il sole”. Se guardiamo i risultati delle ultime elezioni il Pd non è neppure andato malissimo: è passato dal 22,8 del 2018 al 19,1% del 2022. In altri tempi si sarebbe detto “ha tenuto”, soprattutto di fronte ai disastri di Lega e 5 Stelle. Se si ricorda che ha perso per strada oltre due milioni di elettori, si può ribattere che stavolta i votanti sono calati.
…e mezzo vuoto
Il vero problema del Pd è che quand’anche avesse mantenuto o aumentato i voti, sarebbe comunque andato a cozzare contro il centrodestra, che lo ha superato del 18% come coalizione: dal 26 della sinistra al 44 della destra. Così, non c’era partita e lo sapevamo da mesi. Anche se la Storia non si fa con i “se”, se il Pd avesse coagulato tutti i partiti avversi al Centrodestra (se ne era parlato come “Blocco repubblicano”) avrebbe potuto prevalere, perché il trionfo della Meloni ha comunque lasciato per strada il 56% dei suffragi. Ma per fare questo si sarebbero dovuti accordare Carlo Calenda, Matteo Renzi, Giuseppe Conte ed Enrico Letta, cosa tra le più impossibili da immaginare; anche se non si può escludere che capiti magari a metà legislatura, di fronte a una rissosità del centrodestra che (quella sì) è tutt’altro che inimmaginabile.
Quello che è mancato al Pd è la visione, la capacità di attrarre gli elettori; ma soprattutto ha pesato il passato di governo: dal 2011 il Pd è stato al governo con Mario Monti fino al 2013, con Letta fino al 2014, con Renzi e Paolo Gentiloni fino al 2018. Esclusa la parentesi del primo governo Conte (giugno ’18 settembre ’19) il Pd ha governato per 10 anni su 11, con chiunque.
Domanda fatidica
A questo punto la domanda fatidica: basterà un congresso? Basterà il cambio di un simbolo (che Letta in questi giorni ha respinto) o del segretario? Basterà eleggere una donna spigliata come Paola De Micheli? Oppure hanno ragione quelli che sostengono, come Matteo Orfini e Rosy Bindi, che il partito vada sciolto e rifondato? Nei giorni scorsi si sono candidati altri illustri esponenti: l’ottimo ed empatico Stefano Bonaccini, la sua vice, Elly Schlein, che non ha in tasca neppure la tessera del Pd e il sindaco di Firenze Dario Nardella. Letta ha sapidamente commentato: «Non siamo ad Xfactor».
Un’era geologica
A marzo 2023 si dovrebbe aprire il congresso. Gazebo? Primarie? Non pervenute. Ma oggi cinque mesi sono un’era geologica. E nel frattempo presiede lo sconfitto Letta? Benissimo. Secondo tutti è una brava persona. La domanda è se resisterà, in mezzo alle tensioni del partito metà del quale vuole tornare all’abbraccio con Conte (come il redivivo Massimo D’Alema) e l’altra metà è attirata dalle sirene Renzi e Calenda.
La sintesi la dà Pier Luigi Bersani. Secondo l’ex segretario del Pd il dilemma non è sciogliere o non sciogliere, «è allargare, è l’esigenza di un profilo, di un collegamento con il tema del lavoro, di una forma partito adeguata. Io lo chiamo un partito nuovo». Più chiaro di così.
(articolo pubblicato su ItaliaOggi)
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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