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Pd: l’accordo con Calenda allarga o restringe il campo elettorale di Letta?

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Enrico Letta e Carlo Calenda

Pd di Enrico Letta e Azione (con +Europa) di Carlo Calenda: tanto tuonò che non piovve. Il “caso” elettorale che è stato montato per qualche giorno si è risolto nel modo più scontato. Partito democratico e Azione faranno coalizione nei collegi uninominali, alle elezioni del prossimo 25 settembre.

Calenda, figlio e nipote d’arte cinematografica (sua madre è la regista Cristina Comencini e, quindi, Luigi, maestro della commedia all’italiana, era suo nonno), non ha voltato le spalle al “partito” in senso storico e sentimentale. Fa un gran parlare di pragmatismo e post-ideologia, l’ex ministro dello Sviluppo economico, ma poi è un romantico. Sia chiaro: Calenda non è tornato a casa contrito. Anzi, ha posto le sue condizioni e dall’accordo con Letta ha ricavato, per la propria formazione, un pacchetto di seggi che sembra marcatamente sovradimensionato, rispetto ai sondaggi più rosei dei quali è accreditato.

Letta, avventuratosi recentemente in metafore animalesche (gli “occhi di tigre”) che ricordano vagamente quelle di Pierluigi Bersani, è preso tra due fuochi. Da una parte, deve provare a giocarsela nel maggioritario, in cui, soprattutto dopo la rottura col Movimento 5 Stelle, resta sfavorito. Per farlo, ha bisogno il più possibile di alleati, ma l’aumento del loro numero implica un proporzionale a rischio di reciproca elisione tra loro e i rispettivi, potenziali elettorati.

Il rinvio di queste ore, successivo all’accordo con Calenda, dell’intesa del Pd con Sinistra Italiana (Fratoianni) e Verdi (Bonelli), ne è la prova. Dall’altra parte, il segretario del Pd non dimentica la corsa nel proporzionale, partita in cui le probabilità di prevalere (magari al fotofinish) su Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni non sono scarse. E, in caso di Senato in bilico, essere il partito di maggioranza relativa potrebbe consentire di strappare (senza dover fare troppa forza) l’incarico al capo dello Stato.

I contenuti del patto

Partiamo dal contenuto dell’accordo tra Pd e Azione. Le condizioni appaiono capestro per Largo del Nazareno, giacché Calenda pare abbia ottenuto tutto quello che chiedeva.

  • Al primo posto, nel documento sottoscritto congiuntamente, i contenuti di merito o di programma. Autonomia energetica nazionale e conseguenti mezzi idonei ad assicurarla (con espressa, un po’ eccentrica menzione dei «rigassificatori»). Transizione ecologica virtuosa e sostenibile. Salario minimo nel solco della direttiva Ue e riduzione del cuneo fiscale, specie a beneficio dei lavoratori. Poi, il must della celeberrima “Agenda Draghi”, cioè l’adesione al metodo e all’azione del Governo presieduto dell’ex presidente della Bce. Infine, l’abiura delle eresie grilline, attraverso la revisione del reddito di cittadinanza e del bonus edilizio 110 %.
  • Capitolo spartizione dei collegi uninominali (al netto di quelli riservati agli altri micro-alleati): 70% al Pd e 30% ad Azione (con +Europa). Quando, lo ricordiamo, i Dem sono accreditati attorno al 22-23% delle intenzioni di voto e Azione tra il 3,5 e il 6% (dato più benevolo, da riverificare dopo l’intesa, che fa perdere a Calenda l’allure di “centrista”).
  • Niente candidature “divisive” nel maggioritario, dove appunto gli aspiranti deputati e senatori corrono come portabandiera delle coalizioni. In concreto: niente ex parlamentari 5 Stelle, niente parlamentari uscenti di Forza Italia (Gelmini e Carfagna) e, conseguentemente, niente capi di gruppi e gruppuscoli.
  • Spunta, nobilitato dal vecchio gioco di parole del “diritto di tribuna”, il solito paracadute nelle liste bloccate del Pd (quota proporzionale) per capi e “capetti” (per tutti, Luigi Di Maio) di formazioni gemmate in Parlamento, nel corso della legislatura più trasformistica della storia dell’Italia unita.
Il Pd deve stringersi a tavola…

La coperta è corta e, coprendosi al centro, il Pd rischia di scoprirsi a sinistra. A nostro parere, il rischio è, però, più teorico che pratico. Poiché a ballare sono i seggi contendibili della quota maggioritaria, gli elettori di estrema sinistra ed ecologisti o si rifugeranno nell’astensione, oppure saranno costretti a mangiarsi la minestra dei due frontrunner (copyright loro) Letta & Calenda. Il richiamo del voto utile, per quanti si recheranno ai seggi, sarà difficilmente resistibile. Alla fine, comunque, è probabile che l’accordo si estenda anche a questi altri cespugli.

Certo: il Pd, a fronte del problema recato a tutti dalla riduzione di 1/3 dei componenti le Camere, avrà più noci da rompere, compilando le liste. Infatti, oltre alla tradizionale ripartizione interna dei posti tra le correnti, il Pd dovrà trovare spazio anche ai vari “sfollati” del voto. Sono quelli che non possono correre il rischio di restare fuori dal Parlamento perché il popolo non li suffraga, neanche fossero dei Churchill qualsiasi.

Per quanto riguarda Calenda, il suo problema è che l’accasamento, indispensabile per non contarsi nelle urne e non essere scomunicato dalla “chiesa di sistema”, svela il bluff. Ha voglia, poi, di ripetere, col suo accento romanesco, che è ora di finirla con destra e sinistra: la differenza lui sa qual è e ha fatto la sua scelta. Si è quello che si fa, non quello che si dice.

Dai rosso-verdi a Renzi

Resta da dire degli “altri di centrosinistra”, ammesso che accettino ancora di definirsi tali. Per i rosso-verdi, abbiamo già pronosticato un accomodamento e, in ogni caso, un allineamento dei loro elettori (quanti che siano) alla casa-madre. I 5 Stelle, che sarebbero gli alleati più importanti per il Pd in prospettiva competitiva, ormai sono dati per persi, nelle urne (in Parlamento si vedrà, ovviamente).

Il più grande punto interrogativo campeggia sulla bandiera di Matteo Renzi. L’accordo concluso col Pd dal suo ex ministro Calenda rischia di lasciarlo in fuorigioco, insieme ad Italia Viva. Tuttora, l’ex presidente del Consiglio dice di continuare a puntare sul centro autonomo e domanda apertamente agli elettori (facendosi, paradossalmente, forte della propria impopolarità) di dargli il 3%. Fatemi entrare in Parlamento, che poi ci peso io a fare e disfare maggioranze e governi, ve l’ho già dimostrato. Ormai, il freno inibitore del pudore è saltato, ma il timor di Dio e degli altri rimane tra i migliori antidoti contro gli eccessi del potere. Con la scusa dell’union sacrée, comunque, non si sa mai che l’intrigante Matteo non si riavvicini in extremis al “sereno” Enrico.

A cosa punta il Pd?

In conclusione, possiamo considerare come il Pd – secondo il costume che pratica da più di 15 anni – punti all’assenza di una maggioranza nel prossimo Parlamento. Il sistema bloccato, in Italia, anziché saltare a causa di una rivoluzione, si arrocca sul proprio perno. Ecco spiegato come mai i Dem sono al governo da anni, senza aver più vinto un’elezione politica.

Il Pd si rivela erede della Dc non solo come partito di sistema, ma anche come massimo alfiere dei vincoli esterni gravanti sul Paese. La politica estera decide quella interna, si torna a dire: sarà, ma questo vale per i Paesi che la subiscono e basta. Stante così la sinistra, la destra saprebbe fare diversamente? Il futuro, più o meno prossimo, potrà dirlo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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