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Piacenza e la Lombardia: mille morti non bastano per cercare nuove soluzioni?

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Piacenza è arrivata a quota mille. Mille morti di Covid in otto mesi che ci portiamo sulle spalle. Una tragedia alimentata da impreparazione ed errori di valutazione, che è partita prima di tutto dal non considerare che Piacenza e il suo territorio sono un tutt’uno con quella Lombardia che comincia a un chilometro da Piazza Cavalli.

Adesso, dopo un’estate passata a coltivare illusioni della serie “Il virus è clinicamente morto”, che hanno alimentato insofferenze e negazionismi vari – anche se qui le bare le abbiamo viste eccome – sembra che si ricominci come nel gioco dell’oca.

Ecco, allora non facciamo finta di non capire. Se il virus aveva rallentato, oggi sta tornando con prepotenza soprattutto dalla Lombardia, che è di nuovo l’epicentro della seconda ondata almeno nel Nord Italia. Ed è un problema che avremo per chissà quanto tempo ancora.

Come uscirne, evitando di rinchiuderci in casa con una serie di nuovi lockdown? Cambiando prima di tutto quello che non ha funzionato e continua a non funzionare. Vedi l’incapacità di rispondere alla chiusura dei centri commerciali decisa dal governatore Fontana nei weekend, con il pericolo che adesso arrivino frotte di positivi a fare shopping lasciandoci, oltre ai quattrini, un bel po’ di nuovi contagi.

Ma al di là di questo aspetto della vicenda, a Piacenza qual è il vero problema? Weekend o no, torniamo sempre al punto di partenza. Principalmente, se non del tutto, pesa il rapporto strettissimo e quotidiano con la Lombardia dal punto di vista sociale, economico e sanitario.

Da dove partire? Per esempio, da nuovi tipi di tracciamento e di monitoraggio periodici (tamponi, test sierologici e così via), cercando di bloccare in modo selettivo i flussi attraverso i quali il Covid-19 si diffonde più rapidamente. Sappiamo che a portare in giro il virus sono le persone. E che ci sono persone che tutti i santi giorni vanno avanti indietro dal Piacentino alla Lombardia e viceversa, usando soprattutto i treni e i mezzi pubblici. Un interscambio che al 99% coinvolge sempre gli stessi soggetti.

Se si vuole, questo flusso (come avevamo già scritto a maggio) può essere monitorato con attenzione, anche se parliamo probabilmente di diverse migliaia di persone. Dagli studenti che vanno e vengono ai lavoratori che fanno altrettanto in tutti i settori, pubblici e privati. Sono persone che incrociando i dati di Ausl, Inps, Camere di Commercio, Comuni ed altri enti, possono essere identificate facilmente e inserite in un’apposita banca dati.

Basta sparare nel mucchio con soluzioni generiche. Cominciamo da loro, da questi possibili e probabili vettori del Covid-19. Non è una caccia all’untore. Non è una colpa essere un pendolare, lavorare o andare a scuola a Piacenza e abitare a Codogno; così come abitare a Piacenza e avere l’ufficio o studiare a Milano.

Siamo certi che nel rispetto della privacy tutti si metterebbero a disposizione per effettuare screening periodici nell’interesse delle loro famiglie, degli amici e di tutta la comunità. Regione Emilia-Romagna e Lombardia ci pensino. I sindaci da una parte e dall’altra del Po ci pensino. A Piacenza, un’anagrafe dei pendolari potrebbe davvero aiutare a fermare la diffusione del Covid-19 e prima che sia troppo tardi.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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