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Piacenza un mese dopo: quel no alla zona rossa già costato 300 morti

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Piacenza: è passato un mese da quel 22 febbraio, quando il premier Conte aveva annunciato che Codogno e altri 10 Comuni ai confini della città emiliana sarebbero diventati zona rossa per due settimane.

“Guardi, per spiegarle il rapporto che ha la mia città con Codogno e gli altri Comuni della prima zona rossa in Italia, basta ricordare il cartello autostradale dell’uscita ‘Piacenza Nord’. Era lì da cinquant’anni ed è stato sostituito qualche mese fa con quello di ‘Basso Lodigiano’. Al di là delle polemiche campanilistiche scaturite da quella scelta, in pratica noi e loro siamo un po’ la stessa cosa. Magari non ci amiamo molto, ma ci separa solo il ponte sul Po”.

Dall’altra parte del telefono c’è una piacentina doc, una professionista sessantenne che in città conosce tutto e tutti. E che chiede di restare anonima. La voce della signora Giulia, la chiameremo così, è leggermente roca. Una voce calma, ma addolorata per tutti i morti che Piacenza e la sua provincia contano per il coronavirus. Solo ieri altri 33 per un totale di 314.

Tanti Giulia li conosceva bene. Persone più o meno facoltose, perché il coronavirus è molto democratico e non guarda in faccia nessuno. Piani alti della città o no, per lui non c’è differenza. “Non voglio fare polemiche, ma qualche giorno fa Venturi (il commissario emiliano per il coronavirus, ndr) aveva parlato di una luce in fondo al tunnel. Mi sa che aveva visto male. D’altra parte Piacenza da Bologna è lontana, almeno sembra più di Rimini, dove il governatore Bonaccini ha varato misure ad hoc più restrittive che nel resto della regione”.

Le chiedo perché Piacenza non è stata fatta subito zona rossa come il Basso Lodigiano; una domanda che tutti si fanno in città a ogni nuovo bollettino sui morti e i contagi. “Con i risultati di oggi, aver detto di no, o non aver insistito abbastanza per la zona rossa con il Governo e la Regione, adesso sembra una follia. Ma un mese fa i no hanno prevalso. Come ha detto il professor Garattini per la sua Bergamo, anche a Piacenza hanno prevalso gli interessi economici su quelli sanitari. Adesso non lo ammetteranno mai, ma le assicuro che tanti imprenditori, esercenti, professionisti e politici, quando Piacenza è rimasta fuori dalla zona rossa, hanno tirato un sospiro di sollievo, sperando che Dio ce la mandasse buona”.

Certo, chiudere in poche ore una città di oltre 90mila abitanti, sarebbe stato uno sforzo immane. “Ma si poteva fare. Abbiamo aziende importanti, siamo al centro della logistica italiana, abbiamo i militari del Genio Pontieri: si potevano creare canali che avrebbero garantito i flussi necessari a noi e al Paese. Non dico che non sarebbe morto nessuno, ma di sicuro dopo un mese il bilancio non sarebbe stato di oltre 300 vittime”.

Insomma, per usare un eufemismo, questa decisione è stata una tragica imprudenza, dice Giulia senza perdere lucidità e accendendosi una sigaretta dall’altra parte del telefono. “Come abbiamo fatto a non capire? Come abbiamo fatto a chiudere gli occhi invece di chiudere Piacenza?”. Sono queste le domande che non la fanno dormire.

Già allora, e la zona rossa di Codogno lo dimostra, si sapeva abbastanza sul coronavirus per prevedere almeno in parte che cosa sarebbe potuto succedere. “Perché lei non ha idea di quante persone del Basso Lodigiano lavorano a Piacenza e quanti piacentini lavorano là. Non ha idea di quanti sono i pendolari che quotidianamente viaggiano insieme la mattina verso Milano e la sera tornano sugli stessi treni. E quanti amici abbiamo noi e i nostri figli dall’altra parte del Po, dove c’è anche uno dei più grandi centri commerciali della zona, il Belpò, frequentatissimo dai piacentini e non solo nel weekend. Insomma, grazie ai nostri errori, il coronavirus è andato a nozze”.

Adesso “non ci resta che stare in casa, piangendo i nostri morti e sperando che scelte del genere non siano ripetute in altre città del Paese”. I conti, sottolinea Giulia, si faranno alla fine e con tutti. “Della gravissima situazione sanitaria di Piacenza e della necessità di misure più drastiche per evitare i contagi ha già parlato il dottor Pagani, il nostro presidente dell’Ordine dei medici. E mi auguro che da Bologna arrivino tutti i rinforzi che hanno promesso per il nostro ospedale dove medici e infermieri combattono senza tregua in modo straordinario”.

Qui la voce di Giulia ha un tentennamento. Le chiedo perché: “Guardi, non ho alcun dubbio sull’impegno, il coraggio e le capacità dei nostri operatori sanitari; ma noi non siamo in Lombardia e siamo sempre stati la Cenerentola dell’Emilia-Romagna. Una terra di mezzo che stavolta rischia di pagare un prezzo altissimo”.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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