Piano Trump e Flotilla: sul dramma di Gaza e le reazioni che scatena, la politica e l’informazione approfittano anche grossolanamente della credulità generale. Delle non-notizie, come lo scontato contenuto della proposta del presidente degli Stati Uniti sulla faida israelo-palestinese e l’assedio devastante della Striscia da parte dell’esercito di Tel Aviv, vengono presentate come delle novità capaci di cambiare il corso degli avvenimenti. Le informazioni, doverose, sulle vicende della missione internazionale Flotilla di sensibilizzazione circa la condizione dei gazawi sono state normalmente travisate, ovvero strumentalizzate in chiave interna.
Se la politica, rispetto ad una certa esasperazione dei punti di vista che è come dire delle interpretazioni, può contare su un più ampio margine di tolleranza, per l’informazione non dovrebbe valere lo stesso. Anzi: se dovesse essere la stessa cosa, ciò pregiudicherebbe l’onestà intellettuale di chi attende all’opera della comunicazione.
Per Gaza diktat prevedibili e promesse nebulose
Il Piano Trump per porre fine alle ostilità a Gaza – che Hamas si dice ora disposta ad accettare in linea di principio sul solo punto della liberazione degli ostaggi in cambio della tregua, chiedendo di trattare su tutto il resto – non è una mediazione perché, come abbiamo già detto tante volte, gli Usa sono parte in causa come più importante alleato di Israele. Lo schema non è mutato perché non poteva cambiare, dal momento che non esiste un’altra potenza mondiale paragonabile all’America votata a prendere le parti dei palestinesi. Avete presente la guerra in Ucraina, quando i nostri leader ci spiegano che bisogna sostenere la parte debole per pareggiare l’altra, creare lo stallo e indurre quella più forte a più miti consigli? Ecco, qui scordatevelo: il più forte rimane tale ed è anche quello che presenta come unico mediatore il suo alleato migliore. La proposta di quest’ultimo è la proposta di Israele, bene che vada il massimo che Gerusalemme sia disposta a concedere.
Allora, non si capisce come faccia tutta la nostra stampa a salutare la dichiarazione congiunta Trump–Netanyahu dello scorso 29 settembre come la prospettiva di pace da non lasciarsi sfuggire. Ce l’avevamo già dall’8 ottobre 2023, questa proposta e, per quanto riguarda il tycoon, dagli Accordi di Abramo del 2020. Il piano, in sintesi, è: liberazione degli ostaggi israeliani e resa e dispersione di Hamas, in cambio di promesse. Resta salvo, sullo sfondo, l’impegno di normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele, senza alcuna garanzia di concretizzazione (come potrebbe essere diversamente? Casomai, il contrario) della in sé chimerica causa nazionale e statuale palestinese.
Per il resto, è meglio sorvolare su molte promesse e non pochi dettagli dei 21 punti del Piano. Altrimenti, scopriremmo che anche Israele trattiene salme di caduti palestinesi (n.5); oppure che acqua, elettricità, fognature, ospedali e panifici saranno ripristinati a beneficio dei gazawi solo dopo la resa di Hamas (n.7). Per non parlare della ricomparsa di Tony Blair tra gli esperti del Consiglio di pace (n.9) che dovrebbe sovrintendere alla ricostruzione, accanto ad un comitato apolitico palestinese: non era lo statista non americano che più aveva avallato le false prove statunitensi sulle armi non convenzionali dell’Iraq? Più chiaro di così…
I surreali dibattiti nel Parlamento italiano
Per la politica, il discorso è in parte diverso rispetto all’informazione. Noi siamo un Paese nella sfera d’influenza americana, vi rientriamo da De Gasperi in poi. Il rancio servito alla marmitta dello Zio Sam è sempre ottimo e abbondante. Se lo sono fatti piacere e continuano a gradirlo tutti i nostri “soldati”, del passato e del presente: Berlusconi e Meloni, D’Alema e Renzi, non parliamo di Draghi e altri tecnici. La cosa auspicabile è evitare il ridicolo, nella forma che va per la maggiore in casi come questi, quella del surreale.
Ad esempio, che il Parlamento italiano voti sulla dichiarazione Trump-Netanyahu è francamente inverosimile. Eppure è accaduto giovedì scorso, quando le forze politiche si sono pronunciate su plurime mozioni e addirittura parti di esse, dividendosi trasversalmente tra destra e sinistra e persino dentro le singole forze politiche. Per stabilire cosa, per approvare il Piano Trump? Che ci vada bene fingere di credere che, archiviata Hamas, nessun palestinese praticherà più la violenza scomposta di cui sarà capace per cercare di nuocere a quelli che considera nemici e occupanti, era già noto. Per il resto, di che parliamo? Noi non abbiamo presa su queste questioni, per cui che le nostre istituzioni prendano posizione su di esse e inscenino dei dibattiti politici al riguardo è tutt’al più immaginifico e onirico. Per carità: la politica può anche ritagliarsi spazi di riflessione astratta, ma se non dovesse essere soprattutto concreta si convertirebbe in una vana utopia.
Flotilla, finti equivoci e…
La vicenda della Flotilla è stata strumentalizzata ampiamente dalla politica italiana, che con certi suoi esponenti di qualche rilievo (4 tra parlamentari nazionali ed eletti a Strasburgo) si era posizionata direttamente a bordo delle imbarcazioni. Rispetto a questa circostanza, come abbiamo già anticipato, c’è stata una più chiara ripartizione dei ruoli tra il mondo dell’informazione e quello della politica: il primo si è prestato ad equivocare, il secondo – a sinistra, va da sé – a strumentalizzare.
Che lo scopo fondamentale dell’impresa non fosse consegnare viveri ai gazawi, bensì fare pressione su Israele, evidenziandone la ricorrente condizione d’illegalità internazionale, era evidente ed esplicito. Eppure, a lungo si è insistito su questa foglia di fico giustificativa, impugnata dai critici da destra dell’iniziativa non meno che ostentata dai suoi sostenitori da sinistra. Questi ultimi, nelle loro diverse articolazioni (partitiche, sindacali, intellettuali, giornalistiche), ne hanno approfittato per attaccare maggioranza e governo, tacciandoli di complicità nel genocidio palestinese e d’irrilevanza politica e diplomatica.
Peccato che anche le sinistre, alla prova delle responsabilità in passato, abbiano trangugiato la medicina prescritta allora, si trattasse della guerra nei Balcani o (direttamente in ambito sanitario) della pandemia da Covid-19. E l’apartheid israeliana, meno grave degli stermini odierni, come mai non l’avevano vivacemente contrastata? E l’irredentismo palestinese, come mai allora non l’avevano puntellato con il simbolico riconoscimento di uno Stato? Forse, perché quell’irredentismo era ed è più apparente che reale? Forse, perché bisogna sempre fare quello che dice l’America, la quale a sua volta fa sempre quello che vuole Israele?
Lo ripetiamo: in politica ci sono più margini per l’ipocrisia, anche se sfruttarli tutti e al massimo grado potrebbe rivelarsi un boomerang. Né siamo convinti che la riuscita mobilitazione di centinaia di migliaia di persone, scese in strada e nelle piazze tra lo sciopero generale di Cgil, Usb e SiCobas di venerdì e le manifestazioni di ieri (con il consueto corollario di tafferugli e danneggiamenti causati da frange minoritarie di facinorosi), esorcizzi questo rischio. Per il mondo dell’informazione, comunque, l’ipocrisia è un problema anzitutto deontologico, cioè un limite fondamentale.
Ottimismo tiepido
Anche se il barometro sembra tendere nelle ultime ore verso una schiarita, o almeno una cessazione dell’infuriare degli elementi, non ci sentiamo di essere fondamentalmente ottimisti sui negoziati che si aprono domani in Egitto.
Gli ostaggi sono l’unica carta, illecita ma effettiva, che Hamas ha in mano e pertanto non è facile che se ne privi. Le promesse di Israele sono decisamente poco credibili e quella di amnistie addirittura risibile, provenendo dal campione mondiale degli omicidi mirati ovunque; senza contare che Netanyahu si è pregiato ieri sera di comunicare che l’esercito israeliano resterà a lungo nella Striscia. Quella americana non è una mediazione e non basta il narcisismo di Trump ad oscurarne la portata di diktat unilaterale, resa più evidente dalla fretta esplicitata nelle ultime ore dal presidente Usa. La prospettiva dei palestinesi, al netto dell’ecatombe e della carestia incombente, resta quella dell’apolidia e della ghettizzazione. La cessazione temporanea delle ostilità si può salutare con favore, ma illudersi sarebbe nient’altro che la premessa di nuove ambiguità e strumentalizzazioni.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







