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Il piccolo Daniele Paitoni ucciso dal padre: un cortocircuito giudiziario ha favorito l’omicidio?

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Daniele Paitoni: sullo sconvolgente omicidio del bambino di 7 anni avvenuto il 1° di gennaio, si possono fare diverse considerazioni, partendo dal cortocircuito avvenuto tra Procura della repubblica e Giudice per le indagini preliminari di Varese.

I fatti

Il primo giorno del 2022 il 40enne Davide Paitoni uccide a coltellate il figlio Daniele di 7 anni; dopo averne nascosto il cadavere in un armadio della casa di Morazzone, in provincia di Varese, cerca di accoltellare anche la moglie. L’uomo viene rintracciato il giorno successivo dai carabinieri, che procedono al suo arresto. Ieri, 4 gennaio, l’indagato, durante l’interrogatorio di garanzia, si è avvalso della facoltà di non rispondere. “Non era in condizioni di sostenere l’interrogatorio”, ha spiegato il suo avvocato Stefano Bruno.

Gli antefatti

Fin qui, una semplice storia di ordinaria follia. Il 40enne si stava separando dalla moglie e l’uccisione del figlio faceva parte del suo disegno di colpire in ogni modo la donna. Anzi, di colpirla nel modo più atroce. Ma non possiamo dimenticare che il Paitoni era agli arresti domiciliari, perché accusato di aver accoltellato un collega di lavoro ad Azzate lo scorso 26 novembre.

L’ordinanza per i domiciliari è stata firmata il 29 novembre, avallando la misura richiesta dal magistrato”, ha spiegato il presidente del Tribunale di Varese, Cesare Tacconi, “che l’ha motivata con il pericolo di inquinamento probatorio, non con la pericolosità sociale”. Di conseguenza, quando ai primi di dicembre i legali del Paitoni hanno chiesto al Giudice per le indagini preliminari di consentirgli di vedere il figlio non hanno trovato difficoltà: il 6 dicembre il Gip concede al Paitoni di ricevere le visite del figlio.

Peccato che la moglie avesse denunciato due volte il Paitoni per maltrattamenti, una nel 2020 e una nel 2021; e una terza segnalazione era arrivata alla Procura di Varese da parte dei genitori della donna, tanto che risulterebbe aperto un “codice rosso”.

Quest’ultimo procedimento è previsto dalla recente legge 19 luglio 2019, n.69, fortemente voluta dall’avvocato leghista Giulia Bongiorno. All’articolo 1 prevede che, da parte della polizia giudiziaria, “la comunicazione della notizia di reato è trasmessa al più tardi entro quarantotto ore dal compimento dell’atto (alla Procura), e quando sussistono ragioni di urgenza, la comunicazione  della notizia di reato è data immediatamente anche in forma orale”. L’articolo 2 è altrettanto cogente: “Il  pubblico ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza  delle indagini, anche nell’interesse della persona offesa”.

Il cortocircuito e la Cartabia

In concreto, il Gip di Varese che ha consentito le visite afferma di non aver mai saputo nulla da parte della Procura. E la Procura? “Di fronte a questa tragedia, a questo gesto sconvolgente, impensabile, ingiustificabile, non possiamo che esprimere la nostra vicinanza alla mamma del piccolo Daniele e impegnarci ancora di più contro la violenza”, dichiara la procuratrice di Varese, Daniela Borgonovo. Il ministro della Giustizia, Marta Cartabia, per cercare di comprendere la situazione, invierà nei prossimi giorni gli ispettori del Ministero.

Ha sbagliato la Procura a non comunicare al Gip l’intrinseca pericolosità del Paitoni? È possibile che la Procura non abbia tenuto conto delle segnalazioni della moglie dello stesso, nonostante il “codice rosso”? Purtroppo è possibile, se i pubblici ministeri dei due casi erano diversi; e la segnalazione del codice rosso non era ancora stata inserita nell’archivio digitale (obiettivamente, molto difficile per fatti risalenti al 2020).

E la moglie?

Ad onor del vero, ma sappiamo che del senno di poi sono piene le fosse, la moglie, ben al corrente dei fatti e del carattere del marito, a fronte dell’ordinanza del Gip che consentiva le visite del figlio minore avrebbe potuto adire il tribunale civile per ottenere la modifica delle condizioni di visita sulla base dei fatti (tre denunce, codice rosso e la recentissima aggressione al collega di lavoro). 

Ricordiamo anche che allo stato dei fatti, i coniugi – così si apprende dalla stampa locale – erano ancora nella fase di discussione preliminare della separazione e non avevano ancora adito il Tribunale. In tal caso, in mancanza di una pronuncia del Tribunale sul diritto di visita del marito, la moglie poteva legittimamente rifiutarsi di concedere la visita del figlio minore; o pretendere che le visite avvenissero in modalità protetta, alla presenza delle assistenti sociali. La differenza tra Tribunale civile “della famiglia” e Tribunale penale (Gip) forse è sfuggita alla sventurata moglie e madre, che ha ritenuto che se il Gip aveva autorizzato le visite, lei non avrebbe potuto opporsi.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Collabora con le riviste L'Urtiga e Panoramamusei.

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