Cultura

Pordenone: alla scoperta del pittore dei misteri

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Pordenone: quando si parla di lui cominciano subito i misteri. Il primo? Riguarda il suo presunto viaggio a Roma. Ecco un po’ di fonti in ordine parso. Wikipedia dice sì: “Nel 1514-1515 fu a Roma, a contatto con l’opera di Raffaello e Michelangelo”. La Treccani un nì: “dopo un probabile viaggio romano nel 1518”. La storica dell’arte Mariangela Bognolo conferma il sì. Giulio Carlo Argan lo dà per probabile, anche se lo colloca nel 1508. Mentre Vittorio Sgarbi giura per il no: “durante il soggiorno a Mantova ebbe modo di entrare in contatto con Giulio Romano, ovvero di conoscere sia pur indirettamente cosa stava succedendo nella capitale”.
Direte, cosa cambia? Tutto. Perché nel Rinascimento non c’era Internet e neppure la fotografia. Se il Pordenone non è stato a Roma non ha potuto vedere nulla di Raffaello e Michelangelo. E quindi la sua ispirazione e la sua vena artistica cambiano completamente spessore.

Pordenone: l’enigma della morte

E questo non è l’unico mistero che riguarda il Pordenone. Com’è morto? Si sa solo che è mancato a Ferrara, a soli 56 anni, in circostanze misteriose. Secondo il dizionario biografico dei friulani la morte era avvenuta per “gravissimo affanno di petto”. Ma c’è chi sospetta un avvelenamento da parte del suo maggior rivale, Tiziano. Lo studioso friulano don Giuseppe Marchetti parla di “una morte fulminea, il 14 gennaio 1539, in una stanza dell’osteria dell’Angelo a Ferrara, con grande stupore e costernazione di tutti”.

E dallo stupore alla costernazione al sospetto del veleno il passo è breve, soprattutto nel Rinascimento. E soprattutto a Ferrara, dove, nel 1519 e cioè solo vent’anni prima, era morta Lucrezia Borgia. Probabilmente oggi diventa difficile risolvere il mistero. Meglio parlare allora di chi era il Pordenone. E del perché è arrivato a Piacenza, dove con l’apertura al pubblico della Salita alla cupola di Santa Maria di Campagna si celebra l’arte dei suoi affreschi.

Chi era il Pordenone?

Giovanni Antonio de’ Sacchis, chiamato “il Pordenone” dalla città natale, aveva visto la luce nel 1483. Per collocarlo, in quell’anno Michelangelo aveva solo 7 anni, Leonardo, 31enne, era appena arrivato a Milano, mentre Raffaello era appena nato. Le prime influenze gli giunsero dal Giorgione, che pure aveva solo cinque o sei anni di più.

Per semplificare: la scuola fiorentina, estesa a Roma (Michelangelo, Raffaello e Leonardo) giunse all’apice della gloria grazie al disegno. La scuola veneta (Giorgione, Tiziano, Tintoretto) grazie al colore. Tanto che per parecchio tempo si insegnava che i veneti dipingessero direttamente, senza aver prima tracciato sulla tela (o sul muro) il disegno preparatorio. Leggenda sfatata, anche se certamente per i veneti il colore aveva la predominanza sul tratto. Ebbene, il “nostro” Pordenone, secondo Sgarbi e altri critici, diventa la sintesi delle due scuole, tanto che il primo lo chiamerà “il pittore dei due mondi”.

Pordenone manierista 

Ma dove si colloca nel mare magnum del Rinascimento? Nella corrente artistica che dipingeva “alla maniera” dei grandi, soprattutto di Michelangelo e Raffaello. Massimo rappresentante del manierismo fu Giulio Romano, allievo di Raffaello e in contatto col Pordenone alla corte di Mantova. E anche il Pordenone è “classificato” tra i pittori manieristi, come il Vasari. Dopo averlo incasellato, proviamo ora ad esaminare l’opera del grande friulano. Come per tutti, gli inizi sono locali. Moltissime chiesette sparse nel territorio friulano possono vantare affreschi o pale d’altare del de’ Sacchis, tanto che recentemente si è parlato di un circuito che le potesse riunire tutte.

Cremona, Cortemaggiore e Piacenza

Poi iniziano le commissioni importanti, tra cui il ciclo della Passione del duomo di Cremona (1520-1522), e la cappella della Concezione nella chiesa dell’Annunciata a Cortemaggiore (1529-1530). Infine arriva a Piacenza (1530-1532), chiamato dai fabbricieri di Santa Maria di Campagna. La Basilica era nata come chiesa civica. E ne resta traccia nel fatto che l’edificio sacro è di proprietà comunale. Nel 1547 il duca Pier Luigi Farnese l’affida ai frati francescani che la reggono ancora oggi, non senza suscitare vibrate proteste da parte dei piacentini.

La chiesa, di origini paleocristiane, era stata completamente rifatta in soli sei anni, dal 1522 al 1528. Autore l’architetto piacentino Alessio Tramello con un progetto dal sapore bramantesco. Dunque, quando Pordenone affronta i suoi cicli di affreschi, la basilica era appena terminata. E cosa dipinge il grande friulano? La cappella dei Re Magi e la cappella di Santa Caterina. Per poi passare alla cupola, dove dipinge il Padre Eterno con angeli, profeti e sibille, in un insieme poderoso e nello stesso tempo armonico.

Il Pordenone e la critica

Per le persone di media cultura, il Pordenone è solo uno dei tanti artisti minori del Rinascimento. Ma il Vasari lo definisce “il più raro e celebre nell’invenzione delle storie, nel disegno, nella bravura, nella pratica de’ colori, nel lavoro a fresco, nella velocità, nel rilievo grande et in ogni altra cosa delle nostre arti”. Un pittore della sua tempra sarebbe giudicato un grande se fosse vissuto in Francia, in Germania o in Inghilterra. E come tale il Pordenone è effettivamente considerato dai direttori delle pinacoteche di tutto il mondo. È solo l’incredibile ricchezza del panorama artistico del Rinascimento italiano, che ci porta a considerare minore un artista come il Pordenone. In un Paese che ha visto lavorare, nello stesso arco di tempo, Leonardo, Michelangelo e Raffaello, si è talmente abituati alla genialità, che perfino la semplice eccellenza può fare di un artista una figura modesta.

Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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