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Putin si “incorona” giocando la carta del Covid-19

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Putin rilancia e al tavolo della riforma costituzionale si gioca in qualche modo anche la carta Covid-19. Sono settimane che a Mosca si discute della revisione della Carta della Federazione, che i russi saranno chiamati ad approvare il 22 aprile. Prevede richiami a Dio, il divieto di restituire la Crimea all’Ucraina e l’esclusione del riconoscimento per le coppie omosessuali.

Il presidente, però, non aveva dichiarato l’intenzione di cambiare anche il 3° comma dell’articolo 81, che dispone l’impossibilità di esercitare più di due mandati presidenziali consecutivi. Fino a poco tempo fa, quindi, l’abbandono del Cremlino da parte di Putin nel 2024 non sembrava in discussione. Un conto poi è la presidenza, un altro conto sono tutte le leve del comando.

Nessuno, dunque, pensava che fra 4 anni lo zar avrebbe lasciato definitivamente il potere. Invece, a tornare in campo è la possibilità che Vladimir Vladimirovič Putin rimanga direttamente al vertice dello Stato. Ove sfruttasse le possibilità ora previste dalla riforma e vincesse altre 2 elezioni, Putin batterebbe in longevità al potere addirittura Stalin. E si collocherebbe a metà strada tra due zar anche di nome e che nome: Pietro il Grande e Ivan il Terribile. Vediamo allora come potrebbe riuscirci e cosa c’entra il Covid-19 con tutto questo. Nonché come se la cava la Russia con la pandemia che sta mettendo in crisi gran parte del pianeta.

Trame al Cremlino

A metà gennaio, il governo di Dmitri Medvedev si era dimesso su due piedi, contestualmente all’annuncio di Putin di voler emendare la Costituzione. Medvedev non è un collaboratore qualsiasi dello zar. Facendo la staffetta con lui, l’ex agente del Kgb aveva già potuto prolungare la propria permanenza al Cremlino senza forzare le forme. Accadde nel 2008: reduce già da due mandati presidenziali consecutivi, Putin candidò Medvedev (allora primo ministro) alla presidenza. Eletto, quest’ultimo contraccambiò nominando il suo mentore primo ministro. Medvedev è stato sostituito da un tecnocrate, Michail Mišustin, per 10 anni capo del fisco federale. La sostituzione è parsa di interpretazione controversa, ma certo sembrava il preludio a qualcosa di grosso.

Emendamento rosa

E qualcosa di grosso è andato in scena qualche giorno fa. Alla Duma, la deputata Valentina Tereshkova ha proposto l’emendamento pro-Putin. Nota come “la prima donna nello spazio”, essendo stata la prima cosmonauta sovietica ad andare in orbita nel 1963, oggi milita in “Russia Unita”, il movimento del presidente. Ed è stata lei a domandare che il divieto dei due mandati presidenziali non sia retroattivo. L’emendamento è stato approvato senza voti contrari.

Il vaglio della Corte costituzionale non riserverà sorprese, prima del referendum. Se dunque i russi approveranno la nuova Costituzione, Putin potrà ripresentarsi come loro capo per altri 8 anni. Alla luce di questa proposta, adottata dopo un intervento del presidente in persona al dibattito parlamentare, si intuisce che la sostituzione del primo ministro era una scossa di assestamento nella pratica successoria. Che, nella migliore tradizione dell’uomo forte, potrebbe essere congelata: forse sine die.

Il discorso alla Duma

Lo zar si è spiegato apertamente, nel suo intervento alla Duma. Ha parlato della necessità di una forte “verticale del potere” e di “stabilità” (“stabil’nost”). Ha anche aggiunto che non dubita verrà un tempo in cui il potere forte in Russia non coinciderà col potere personale. Ma non ora, perché è stata la storia a condurre a questo regime e i russi non possono non tenerne conto. Per ora il presidente va avanti fino al 2024, poi si vedrà. Ma intanto domanda al popolo di consentirgli di riproporsi. E quale momento ha scelto per farlo?

Putin e Covid-19

È qui che la politica interna russa intercetta, in parte, l’emergenza Covid-19. Perché, ad esempio, le autorità hanno vietato le manifestazioni di massa in dissenso rispetto all’emendamento salva-presidenza Putin, adducendo ragioni di precauzione sanitaria. Soprattutto perché l’emergenza, pure evocata e da fronteggiare, per ora non è tale in Russia. Stando ai dati ufficiali, si contano 20 casi riscontrati di cui 3 ospedalizzati: un’autentica goccia in una valle di lacrime.

Aver contenuto il virus, per uno stato-continente che ha un confine lungo più di 4mila km con la Cina origine anche se non più epicentro della pandemia, è una medaglia per Putin. Merito della tempestività della reazione (attivata sin dalla fine di gennaio), dell’assenza di complessi ideologici (nessun auto-sospetto di razzismo) e appunto di un “potere forte”. Detto altrimenti: di quella che oggi viene chiamata in occidente “democratura”, cioè un mix (sapiente?) di democrazia e autoritarismo.

I fronti caldi

Come Putin si serva della “democratura” è risaputo. All’interno come verso l’estero. Paese a vocazione imperiale, la Russia è impegnata a recuperare il ruolo di grande potenza mondiale che fu dell’Urss. I fronti caldi sono tanti. Le sanzioni internazionali dal 2014 subite come ritorsione per l’annessione della Crimea. L’attivismo in campo energetico, col gasdotto Nord Stream 2 rallentato ma non bloccato dalle minacce statunitensi alla Germania. L’intervento in Siria a favore di Assad e la “precaria intesa di ferro” con la Turchia di Erdogan, avversario islamista del rais di Damasco.

Scacco a Trump

È comunque il confronto con gli Usa il primo punto all’ordine del giorno del Cremlino. E tale si conferma anche quando non sembra evidente. La rottura con l’Opec della settimana scorsa, con Mosca che ha rifiutato di tagliare la produzione del petrolio per consentirne l’apprezzamento, è un esempio di questa strategia. Lasciar sprofondare il prezzo dell’oro nero (già in picchiata per il clamoroso rallentamento cinese causa epidemia) è una mossa per mettere fuori mercato il greggio a stelle e strisce tanto caro a Trump. Gli States estraggono gli shales e l’impresa andrebbe in perdita a un prezzo di 25 dollari al barile. Oggi oscilla poco sopra i 30. Bravissimo ad arginare il Covid-19 in patria, Putin s’ingegna ad inocularne altri nel corpo dell’avversario di sempre. E si prepara a prescrivere terapie sullo scacchiere internazionale ancora a lungo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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