Opinioni

La Rai, lo specchio di Narciso e il gioco dell’oca

La sede della Rai in viale Mazzini a Roma

La Rai e le sue vicende hanno un fascino speculare. Sono lo specchio del Paese e del suo potere. Come la televisione si dice sia lo specchio della realtà. E la Rai risponde sempre a questo richiamo. È tutto molto semplice: la Rai è la rappresentazione del potere che deve servire. E non è il potere economico dei cittadini che pagano il canone. E nemmeno quello alto, etico, del servizio pubblico. Un concetto che in queste due parole riassume la sintesi di un compito di grande valore in una democrazia compiuta. Purtroppo la principale azienda culturale del Paese, come spesso viene definita, diventa lo specchio d’acqua del Narciso di turno, che cerca in lei solo il riflesso del suo potere. Edulcorato, il più possibile celebrativo; e che questo risponda alla realtà poco conta. Che poi il Paese abbia bisogno di altro conta ancora meno.

Il gioco dell’oca

Anche stavolta è andata così. La bocciatura del Piano sull’informazione del Direttore generale Antonio Campo Dall’Orto nel Consiglio di amministrazione della Rai è solo l’ennesimo capitolo di una commedia che sembra non finire mai. Ripercorre i fatti sarebbe solo un esercizio ripetitivo. Cambiano gli attori, ma il gioco dell’oca, dove si ritorna ogni volta al punto di partenza, campeggia sempre sul tavolo di viale Mazzini. Un tempo si diceva che con un capo del governo padrone della concorrenza era naturale che la Rai fosse bloccata. Ma oggi? Come sempre grandi annunci, promesse di cambiamento, di indipendenza, di innovazione, di tagli agli sprechi. E poi la parola qualità ripetuta fino alla nausea, qualità dell’informazione, qualità dei palinsesti, qualità della proposta culturale.

Il valore dell’indipendenza

Per carità, in Rai ci sono fior di professionisti che vanno in onda tutti i giorni o che lavorano dietro le quinte. E che fanno il loro dovere con passione. Ma questo non basta. Serve un progetto che assegni fino in fondo dei compiti che vanno svolti indipendentemente da chi siede nel Palazzo. Anzi, che vanno svolti a prescindere da chi siede nel Palazzo. Perché fare informazione è difficile. Fare servizio pubblico è difficile. Fare intrattenimento è difficile. E non perché ci sia una concorrenza sempre più agguerrita o un pubblico sempre più esigente. Ma perché quello che va in onda sulla tv pubblica, e sottolineo pubblica, deve rispondere sempre a dei requisiti di pluralismo, obiettivitàindipendenza. E questo che si tratti di Sanremo o dell’inchiesta più spinosa. Che davanti alla tv ci siano milioni di persone o quattro gatti.

Il peso senza fine dei partiti

Oggi si dice che Campo Dall’Orto andrà dal suo azionista, il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan, per rassegnare le dimissioni. E questo nonostante, almeno formalmente, non ci sia mai stato un capo azienda con tanto potere nella storia della Rai. Ma la forma poco conta. Conta la sostanza. E la sostanza dice che in Rai comandano sempre i partiti. Anche se chi ha scelto questo direttore generale diceva fuori i partiti dalla Rai. Probabilmente i tempi non erano maturi. E chissà quando li saranno.

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Giovanni Volpi, giornalista professionista, è il direttore del Mio Giornale.net. Ha iniziato al Sole-24 Ore nel 1993. Dieci anni dopo è passato in Mondadori, a Tv Sorrisi e Canzoni, dove ha ricoperto anche il ruolo di vicedirettore. Ha diretto Guida Tv, TelePiù e 2Tv; sempre in Mondadori è stato vicedirettore di Grazia. Ha collaborato con il Gruppo Espresso come consulente editoriale e giornalistico dei quotidiani locali Finegil.

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