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Referendum dell’8 e 9 giugno: si vota sull’abrogazione dell’ipocrisia nazionale?

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Referendum dell’8 e 9 giugno: se fosse possibile, bisognerebbe che le italiane e gli italiani fossero chiamati ad esprimersi sull’abrogazione dell’ipocrisia nazionale. La consultazione promossa dalla Cgil e sostenuta da tutta la sinistra non riformista, più il Pd di Elly Schlein che domanda in modo surreale di cambiare norme sul lavoro volute a suo tempo dallo stesso Partito democratico, è attesa ad un flop del quorum di validità che molti danno per scontato.

Coerentemente la polemica si scatena, anziché sul merito dei quesiti, sull’invito a disertare le urne proveniente in maniera (più o meno esplicita) dai partiti di maggioranza di centrodestra e persino dal presidente del Senato Ignazio La Russa, esponente di Fratelli d’Italia. Detto che saremo chiamati, volendo, a pronunciarci anche sulla riduzione dei tempi occorrenti per domandare la cittadinanza italiana, vediamo un po’ perché l’ipocrisia è il vero tema di questa tornata referendaria.

Un’arma spuntata

Tre anni fa, in un’occasione analoga a quell’attuale, abbiamo illustrato quali sono i limiti del referendum non costituzionale nel nostro ordinamento. Si riassumono nell’estraneità fondamentale della nostra cultura politica alla democrazia diretta e nella fobia di quest’ultima patita dalla classe dirigente. Il referendum unicamente abrogativo, con promotori diffusi, sottomesso ad un imprevedibile vaglio preliminare di costituzionalità, sottoposto alla condizione del raggiungimento del quorum (oltre il 50% degli aventi diritto al voto) e indifeso nei suoi esiti da successive manipolazioni legislative, è un’arma spuntata. I costituenti del 1946-1947 l’hanno prevista solo per pudore, mentre il legislatore ordinario ci ha messo poi quasi un quarto di secolo per renderla utilizzabile.

Cosa sono, allora, i referendum italiani? Un’occasione di visibilità per promotori seriali (come i Radicali) e una finestra di opportunità per politici la cui azione si esaurisce nella propaganda. Possono anche essere, come quello sul nucleare del 1987, un espediente per fare credere alla gente di riuscire ad imporre una decisione che altri in realtà hanno già preso, assecondando interessi privati e opachi.

Confronto a sinistra

I referendum attuali, promossi come detto dalla Cgil e dal variegato orizzonte progressista, rappresentano una novità nella misura in cui consistono direttamente nella messa in carico delle istituzioni e del Paese dello scontro interno ad un determinato schieramento politico. Per Maurizio Landini, pare la consueta rincorsa di un leader sindacale al trasferimento nella carriera politica al termine di quella confederale. È la rivalsa degli osservanti contro i riformisti, che avrebbero usurpato (a detta dei primi) il Pd al tempo della segreteria di Matteo Renzi. È una vetrina per il leader dei 5 Stelle Giuseppe Conte, che insidia il primato a sinistra di Schlein, ma non sa se un’eventuale fronda riformista nel Pd giovi davvero al Movimento, o piuttosto non radicalizzi la segretaria di Largo del Nazareno, confermandola come sua insidiosa concorrente.

Quesiti superati e cittadinanza sul treno in corsa

Nel merito, i quattro quesiti sul lavoro – reintegro, misura dell’indennizzo, obbligo di causale nei contratti a termine e responsabilità del committente degli appalti per i danni da infortunio – concernono questioni superate, ovvero intrattabili per via referendaria. In particolare, i primi tre sono fuori tempo massimo non solo per ragioni politiche e legislative ma soprattutto per ragioni culturali, cioè epocali.

Il lavoro è sempre meno materiale e standardizzato e sempre più concentrato nei servizi, o insidiato dalla robotica e dall’intelligenza artificiale. In più, in molti casi le imprese non chiedono di meglio che delocalizzare in Stati dove tutele e costo del lavoro sono bassissimi. Qui sembra invece che siamo ancora a Chaplin nella catena di montaggio di “Tempi Moderni”. Intendiamoci: la tentazione e la pratica dello sfruttamento ci sono e ci saranno sempre, ma pensare di conculcarle irrigidendo il mercato e mettendoci di mezzo il giudice è assolutamente velleitario.

Quanto ai tempi per l’ottenimento della cittadinanza, farne celebrare il quesito insieme a quelli in materia laburistica è la solita manovra che vorrebbe essere furba, ma riesce ormai soltanto stucchevole. Non sappiamo come si farà ancora a stigmatizzare l’inserimento di norme eterogenee nei testi legislativi, quando chiamando i cittadini al voto in questo modo li si istiga ad operare sul medesimo terreno.

Legittimità democratica dell’astensione

Veniamo, infine, all’invito all’astensione. La legittimità di quest’ultima, come notavamo tre anni fa, riposa sulla natura democratica del regime. La sua utilità dipende dal combinato disposto del quorum come condizione sospensiva della validità della consultazione e della natura meramente abrogativa del referendum. È chiaro che i resistenti a qualunque abrogazione hanno come prima arma a disposizione proprio l’astensione. Quest’arma diventa la principale quando, come oggi, la diserzione delle urne è una tendenza che si afferma e, come nel caso del prossimo giugno, la chiamata al voto consiste in battaglie di retroguardia giocate oltretutto in un’ottica di parte.

Normalmente, noi preferiamo votare e non siamo indifferenti alla disaffezione democratica, ma allora bisogna ripensare l’ostilità verso la democrazia diretta e verso il referendum come strumento d’imposizione o di ratifica di una politica decisa da un’autorità monocratica forte. E chi è campionissimo dell’avversione a tutto ciò che non è mediato, concertato, parlamentarizzato, giudicato e non di rado infine invalidato, se non la sinistra, specialmente quella sindacale?

Sicché, con quale coraggio oggi gli orfani dei padri costituenti, i devoti alla «Costituzione più bella del mondo», i perenni resistenti si turano le orecchie e si stracciano le vesti di fronte a chi propone di usare né più né meno che un diritto, nonché una facoltà riconosciuta proprio dalla Costituzione? Sono stati i costituenti a prevedere il referendum esclusivamente abrogativo e il raggiungimento del quorum come condizione della sua validità! A tutto c’è un limite, o almeno si spera. Di fronte all’atteggiamento ostinato di Landini e compagni, persino la perdurante difficoltà di La Russa di adeguarsi al proprio ruolo istituzionale viene incenerita, senza che noi manchiamo comunque di rilevarla.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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