Referendum costituzionale sulla Giustizia: l’arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale Matteo Zuppi, indugia alla nostalgia per il cattolicesimo democratico e, rivendicando talune anomalie nazionali come qualità, lascia intendere di preferire il “No” alla separazione delle carriere dei magistrati.
Il tutto con parole che letteralmente sono neutre ma, per il solo fatto di essere state pronunciate, significano qualcosa di ben preciso. Vale a dire, ad onta della smentita di rito in guisa d’interpretazione autentica fatta dal Sir (agenzia di stampa della stessa Cei), una scelta di campo sostanzialmente chiara per il “No”. Casomai, la rettifica è stata sollecitata da quella parte dell’Episcopato italiano che non è di questo stesso parere.
Niente di nuovo
Zuppi, in tutti i casi, non ha fatto scoprire nulla di nuovo. La Costituzione del 1948 è figlia dell’Assemblea costituente e la Costituente era un Parlamento, in cui la Democrazia cristiana (partito unico dei cattolici) rappresentava la formazione di maggioranza relativa. Alla Chiesa universale, allora, l’idea che la maggioranza assoluta decidesse e quella relativa orientasse le scelte non andava ancora granché bene, ma in Italia era già diverso. L’Italia non era solo un Paese cattolico, era anche – com’è ancora – il Paese del Papato. Anzi: la nazione la cui unità si era compiuta dissolvendo il potere temporale, cioè riducendo a realtà simbolica lo Stato Pontificio.
La Chiesa non amava, pur rispettandolo, lo Stato italiano. Per questo, l’assetto consociativo che esso aveva assunto con la Costituzione repubblicana le prestava una doppia garanzia: di colore politico nelle vicende interne italiane e di stampo istituzionale nei rapporti tra comunità religiosa e comunità civile. Monsignor Zuppi difende quel medesimo assetto, 80 anni dopo.
Andiamo per gradi e cominciamo dalle parole del cardinale e dal contesto in cui sono state dette
Interesse, partecipazione e lungimiranza
La circostanza era l’apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei. L’organismo ristretto, sorta di esecutivo dell’Assemblea generale, si riunisce a cadenza trimestrale o quadrimestrale. L’inizio e la conclusione del Consiglio sono solitamente sotto i riflettori perché il presidente in entrambe le occasioni è prodigo di considerazioni (preparate, non estemporanee) su temi di rilievo ecclesiale e sociale.
Il cardinale Zuppi ha deliziato questa volta giornalisti e commentatori parlando tra le altre cose proprio del referendum costituzionale sulla riforma della Magistratura, che si celebrerà tra meno di due mesi. Prima di tutto, ha affermato che il contenuto del quesito – separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm – non deve lasciare indifferenti la comunità cristiana e i suoi pastori.
Quindi, ha detto che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità che è doveroso preservare un equilibrio tra i poteri dello Stato. Ha proseguito sentenziando che autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto e che tali valori devono essere perseguiti pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti.
Monsignor Zuppi ha ribadito l’importanza della partecipazione elettorale in un tempo segnato da crescente disimpegno, mentre votare è esercizio di corresponsabilità per il bene comune. Il voto dev’essere informato e bisogna tenere conto delle implicazioni anche future degli assetti che si stabiliscono al presente; il suo esercizio non dovrebbe essere condizionato da logiche parziali. Da ultimo, il cardinale presidente della Cei ha formulato l’auspicio che l’attenzione per l’esercizio della giurisdizione si mantenga alta anche dopo la prova referendaria, perché si tratta di un servizio delicato gravato da molte difficoltà.
Equilibrio o equilibrismo?
Come avevamo anticipato, monsignor Zuppi potrebbe ripetere all’infinito le parole che abbiamo riferito e nessuno potrebbe dissentire su niente o quasi. Diciamo quasi perché, ad esempio, mentre dietro le parole finali sulla delicatezza del servizio-giustizia reso con difficoltà dallo Stato s’intuisce facilmente l’interesse della comunità cristiana e dei vescovi, non altrettanto semplice è capire perché gli assetti interni alla Magistratura e la giustizia disciplinare dei magistrati dovrebbero coinvolgere i credenti in quanto tali.
Oppure, per fare un altro esempio, non si capisce bene l’auspicio che una decisione di riforma – cioè di cambiamento – si sottragga a logiche di parte: da una lato c’è la conservazione delle cose come sono, dall’altro c’è il loro cambiamento. Le parti non sono solo quelle politiche in senso partitico, ma anche e prima di tutto quelle di merito sulle questioni in campo.
Avevamo detto pure che, nonostante l’apparente neutralità delle parole del cardinale, esse ci sembrano rivestite di un significato per l’appunto di merito ben preciso. E veniamo a spiegarci. La prima cosa che Zuppi ha detto, dopo la rivendicazione dell’interesse ecclesiale per il referendum, è il dovere di preservare l’equilibrio dei poteri dello Stato che ci è stato lasciato in eredità dai costituenti. È vero che Sua Eminenza ha usato l’articolo indeterminativo (“un equilibrio”), ma questo equilibrio Zuppi dice che nella Costituzione vigente c’è: dunque, lascia intendere che potrebbe non esserci in un testo costituzionale eventualmente modificato. Qualsiasi equilibrio, però, come tutte le cose umane non è mai perfetto e stimarne uno tale sarebbe più che altro un esercizio di equilibrismo.
La diffidenza verso lo Stato che non passa
Sembra strano che il cardinale Zuppi abbia scelto di parlare di un referendum come quello del marzo prossimo. La proposta soggetta a consultazione è piuttosto minimale nel suo contenuto, perché non prende di petto la questione dell’assunzione di responsabilità politica per le scelte assolutamente politiche da cui dipende sempre l’esercizio dell’azione penale. Cioè, perché non prevede di mettere il pubblico ministero alle dipendenze del Governo. Tuttavia, Zuppi paventa comunque la perdita dell’equilibrio e quindi lo sbandamento, la deriva, la deviazione. Deviazione rispetto a cosa? Rispetto a uno Stato debole: con poteri diffusi e poco responsabili, reciprocamente competitivi quando non anche in aperta contrapposizione tra loro.
Al tema avevamo già accennato oltre due anni fa, proprio manifestando dissenso rispetto all’intenzione (poi attuata) della maggioranza che sostiene il governo Meloni di trattare separatamente le riforme costituzionali. Alla Costituente da cui è uscita la Costituzione in vigore si affratellarono culture ideali e politiche diverse, tutte accomunate dalla diffidenza nei confronti dell’autorità dello Stato e dall’ostilità verso la sua preminenza. Tra queste menzionavamo, benché personalmente ci costasse, anche quella cattolica e per prima. Siamo ancora lì. Il mondo è molto cambiato e l’Italia con lui, ma tanta parte del cattolicesimo italiano resta in prevalenza favorevole al potere diffuso, di veto e di sindacato. Sposa persino la causa della corporazione magistratuale, pur di non fare mancare il suo sostegno al particolarismo in quanto tale.
Le esasperazioni della patria del diritto
Si potrebbero fare ulteriori osservazioni alle considerazioni solo apparentemente neutre del cardinale Zuppi. In particolare: autonomia e indipendenza sono requisiti indispensabili al giudice propriamente detto, cioè al magistrato che decide le cause (civili e penali) e non al pubblico ministero; eppure, nonostante la riforma non sottragga queste prerogative neanche a quest’ultimo, il presidente della Cei mette in guardia a 360 gradi.
Ci permettiamo, terminando, di suggerire un dubbio: davvero si può credere che la Magistratura sia sotto attacco o peggio sotto scacco degli altri poteri, quando il Tar del Lazio ha appena avuto la bontà di confermare le date del 22 e 23 marzo, stabilite dal Governo per lo svolgimento del referendum? Se la Città del Vaticano non fosse uno Stato sovrano, l’annuncio “Habemus Papam” sarebbe normalmente sotto sospensiva.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







