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Renzi alla resa… di Conte, ma i problemi sono altri

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Renzi alla resa… di Conte? Forse sì o forse no. Non è la prima volta che chi scrive della politica italiana si trova disorientato. Un tempo capitava soprattutto agli stranieri, indifferentemente colleghi dei politici e corrispondenti della stampa estera. Adesso tutti sono in difficoltà.

Il pubblico scambio polemico fra il presidente del Consiglio e il leader di Italia Viva, a chiunque lo ascolti, dà l’idea di una crisi politica e di governo già aperta. È invece diffusa la convinzione che, anche se la fantasia non riesce a immaginarsi come, il governo Conte 2 andrà avanti. Più o meno come se nulla fosse: non è detto, ma potrebbe essere benissimo. Soprattutto se andare avanti significasse prendersi ancora delle settimane o qualche mese. Tirare a campare anziché tirare le cuoia, avrebbe detto il “divo” Giulio. Ormai, però, non è più possibile derubricare lo stato della situazione politica a conseguenza del dilettantismo di certi suoi protagonisti. La realtà s’impone all’evidenza: ormai imperversano non solo gli interesse di parte (cioè grossomodo di partito), ma anche quelli individuali.

Freddure e pudore

Partiamo allora dalle parole di ieri. Ciascuno dei due protagonisti, Conte e Renzi, ha fatto tra le altre affermazioni ai limiti del risibile. Cos’altro fa, il professor Conte, se non sorridere quando dice di se stesso che se qualcuno lo avesse scambiato per uno che va a cercarsi altre maggioranze avrebbe sbagliato persona? E fa forse meno sorridere Renzi, quando dice che il presidente del Consiglio non potrebbe qualificare come ingiustificata l’assenza dei ministri di Iv alla riunione del governo? Dietro a queste due freddure, cadute di stile o chiamatele come vi pare, potrebbe annidarsi sia l’intenzione di farla finita, sia quella di pavoneggiarsi davanti agli elettori.

Quello che più colpisce è la perdita dell’innocenza o, se preferite, del senso del pudore. L’avevamo denunciato già ai tempi del governo giallo-verde. Allora parlammo di maionese impazzita che macchiava l’abito della Repubblica. Oggi possiamo dire almeno altrettanto. Il presidente del Consiglio che, anziché agire nelle forme istituzionali, si mette a replicare agli interlocutori di maggioranza come una comare al mercato. Un leader di maggioranza che dichiara apertamente come i ministri appartenenti alla sua forza politica rispondano a lui e non al capo del governo. E una crisi di governo che è nei fatti, ma che tutti ammettono di non poter formalizzare perché i parlamentari non vogliono perdere il seggio, né l’attuale maggioranza passare all’opposizione. Non per niente, dopo la sceneggiata di ieri, Conte ha comunque riunito il Consiglio dei ministri senza Iv e fatto licenziare il ddl sulla riforma dei tempi del processo penale. Infilandoci dentro il cosiddetto lodo Conte-bis sulla prescrizione e ributtando la palla nel campo di Renzi. Se Iv sfiduciasse il ministro della Giustizia Bonafede come ha minacciato, il presidente del Consiglio ne trarrebbe tutte le conseguenze.

Quirinale e provocazioni di Renzi

L’intenzione, attribuita in via ufficiosa al Quirinale, di non voler conferire altri incarichi di governo in questa legislatura, viene interpretata come un tentativo di “coprire la corona”. Vale a dire di non lasciare intendere che il capo dello Stato sarebbe contrario a elezioni anticipate. Peccato che un presidente eletto dal Parlamento, almeno nel nostro Paese, abbia sempre voluto dire sbilanciato verso le ragioni delle Camere. E peccato che ventilare lo scioglimento a una maggioranza incagliata comporti farla arroccare ancora di più. E peccato infine che, prescindendo dalle inclinazioni personali, i capi dello Stato si siano sempre dichiarati impediti allo scioglimento in presenza di qualunque maggioranza.

Sicché, tutto considerato, la preferenza talvolta attribuita a Renzi per una soluzione consistente in un nuovo governo a guida Pd potrebbe non essere irrealistica. Ormai, dopo le due sberle del 2016 (referendum) e del 2018 (ultime Politiche), il Fiorentino si è adeguato. O più probabilmente si sente libero di essere fino in fondo se stesso: un importantissimo uomo politico di palazzo. Dice di essere stato il demiurgo del 2° governo Conte e dà 2 mesi di preavviso al Guardasigilli Bonafede, capo-delegazione governativa del partito di maggioranza relativa. Dice al presidente del Consiglio di voler aprire non la crisi, ma i cantieri. Ricorda a Conte che senza di lui non ha la maggioranza, ma si dice disposto ad aiutarlo a cercarsene un’altra. Si proclama indisponibile a barattare potere e posti con le garanzie liberali, ma non recide il legame con chi non fa che parlare di “spazzacorrotti”, vitalizi, imprescrittibilità. Ciliegina sulla torta, ammette che accusare Salvini di sequestro di persona non sta in piedi, ma sostiene sia bene che vada a processo e rivendica di aver votato per mandarglielo.

Ciò che serve, anche se…

I problemi dell’Italia, evidentemente, sono altri. La denatalità, il debito, il deficit di produttività, la pressione e l’evasione fiscali, la conversione digitale e la riconversione eco-compatibile. Nonché una possibile recessione, che si profila attraverso il crollo del dato tendenziale della produzione industriale. Per affrontarli ci vogliono idee, competenze, personalità e soprattutto volontà di dire la verità, tanto più se impopolare. E, a monte, occorrerebbe riformare le istituzioni, cioè le strutture attraverso le quali le personalità provviste di idee e competenze possano operare efficacemente.

Questa capitale questione, previa perfino rispetto ai problemi strutturali appena enumerati, è estranea a tutte le forze politiche senza eccezioni (se non di maniera). Dalla classe politica, su questo fronte decisivo, nessuna nuova. E quindi, pessima nuova.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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