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Renzi ci prova: con Azione civile conquisterà il centro?

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Matteo Renzi: che cosa farà da grande? Dopo le ultime elezioni politiche, dove il Pd ha perso rovinosamente voti e seggi, l’ex premier e segretario Dem, che pure conta nei gruppi parlamentari una maggioranza di fedelissimi, si è ritagliato il ruolo di “semplice senatore di Rignano”, restando dietro le quinte.

Ma poi tutto è cambiato. Nell’imperversare della crisi, Renzi è uscito con una rumorosa sparata: niente ritorno anticipato alle urne, ma governo istituzionale per sterilizzare l’aumento Iva e fare il taglio dei parlamentari, prefigurando un accordo tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico. 

 Nicola Zingaretti, il “suo” segretario, ha subito replicato: “Nessun accordicchio, nessuna paura del voto”. E adesso, naturalmente, si parla già di un’ennesima scissione nel Pd; addirittura col nome del nuovo raggruppamento renziano, Azione civile, che dovrebbe essere inaugurato alla Leopolda.

Braccio di ferro

Nello scontro Renzi-Zingaretti si riflettono tutte le ipotesi oggi sul campo. Secondo gli ultimi sondaggi, se si vota tra ottobre e novembre, Salvini farebbe il pieno di voti e seggi. Con un accordo con la sola Meloni supererebbe il 40%, mentre col centrodestra unito, compreso Berlusconi, la maggioranza sarebbe bulgara.

Speranze per il Pd? Solo di diventare, com’è già oggi per le Europee, il secondo partito dopo la Lega e prima dei 5 Stelle. Magra consolazione. Anche unito con tutta la galassia della sinistra estrema, il Pd non ha nessuna speranza.
E allora si comprende bene l’atteggiamento di Zingaretti. Pur sapendo di perdere, ragiona per le prossime generazioni, contando sul fatto che prima o poi l’ondata populista andrà scemando; così potrà presentarsi ai successivi appuntamenti elettorali con un passato ineccepibile.

Ma si capisce anche l’atteggiamento di Renzi. Da troppo tempo non tocca palla; e spera, rimescolando le carte, di ricominciare a contare qualcosa. In teoria, il governo giallo-rosso evocato dall’ex premier potrebbe avere i numeri in Parlamento: risicati al Senato, dove però potrebbe pescare voti nel gruppo misto e in quello delle autonomie; sicuri a Montecitorio, dove i soli deputati Pd e 5 Stelle garantirebbero una solida maggioranza. Il problema, però, sarebbe rinviato al minuto successivo dall’insediamento del governo.

I guai giallo-rossi

Votata la legge Fraccaro sul taglio dei parlamentari in via definitiva, l’esecutivo 5 Stelle-Pd dovrebbe porsi alla ricerca dei 23 miliardi necessari per scongiurare l’aumento dell’Iva dal 1° gennaio 2020. E siccome nessuno vuole aumentare la pressione fiscale, è fin troppo evidente che il Pd insisterebbe per eliminare il reddito di cittadinanza (e quota 100).
A quel punto, o i 5 Stelle abdicano anche all’ultima delle loro battaglie identitarie, condannandosi alla sparizione, o si accapigliano a palazzo Chigi. Del resto, i conti sono questi: se non si aumenta la pressione fiscale e non si vuole litigare con Bruxelles, non rimane che la strada dei tagli.

Renzi al governo

Ma il Matteo di Rignano non pensa a queste difficoltà. A lui basterebbe potersi intestare il varo del nuovo governo, magari da una posizione privilegiata come il ministero degli Esteri o la vicepresidenza del Consiglio. Poi, è talmente convinto delle sue capacità affabulatorie (a torto, diciamo noi), che crede di riuscire ad avere nuove aperture di credito in Europa, di convincere i 5 Stelle a rinunciare al reddito di cittadinanza, oppure di tirar fuori dal suo immaginifico cilindro un’altra soluzione che salvi capra e cavoli.

Azione civile versus Berlusconi

E se così non andasse? Non gli resta che la scissione. Con quali prospettive? Renzi conta di trascinare con sé la maggioranza dei gruppi parlamentari Pd, anche se la fedeltà del singolo deputato e senatore non è a prova di bomba, dato che il percorso della scissione sarà tutt’altro che tranquillo. Ma con Azione civile Renzi spera soprattutto di far cassa approfittando della crisi di Forza Italia per fondare un partito centrista “europeo”.

Che i travagli di Fi lascino voragini aperte nel centro dello schieramento politico è pacifico; ma siamo sicuri che tutti gli elettori delusi da Berlusconi vogliano correre tra le braccia di Renzi? Ne è passata di acqua sotto i ponti dell’Arno da quando il Matteo toscano era sugli scudi e vantava una sorta di successione al signore di Arcore.

Quel che sappiamo, di certo, è che l’ennesima scissione nel Pd lo priverebbe anche del ruolo di secondo partito nazionale, portando quello che resterebbe a Zingaretti e la costola renziana a percentuali magari sotto le due cifre. Con quale vantaggio per loro e per la democrazia italiana resta tutto da scoprire.

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