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Renzi: leader o uomo di palazzo? Che piaccia o no, è l’ago della bilancia

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Matteo Renzi e la crisi non spiegata del secondo governo Conte. Diremmo così, perché non ci sembra che la fase politica chiusa ieri, con il ritiro della delegazione di Italia Viva dal Consiglio dei ministri, fosse inspiegabile. Al contrario: si trattava di una situazione abbastanza chiara, che si trascinava dall’inizio e, in ogni caso, giunta al limite della palude. Certo, c’è pendente e dolorosamente sanguinante la questione della pandemia. I motivi della crisi politica, però, c’erano tutti da ben prima.

Perché, allora, l’ex presidente del Consiglio, anche nella conferenza stampa di ieri, non ha parlato troppo chiaramente? Non si può dire che sia un timido, per usare un eufemismo. Il problema è che, per dire tutto, dovrebbe sconfinare ampiamente nell’autocritica. Il Fiorentino, però, non è troppo propenso a mettersi in discussione, ad onta di quello che astutamente cerca di far credere. Proviamo, allora, a vedere cosa Renzi proprio non può dire.

Il vizio d’origine  

Anzitutto, il senatore di Rignano non può ricordare con piacere di essere stato uno degli artefici della nascita di questo governo. Non pensiamo sia corretto attribuirgliene l’intera responsabilità, ma nemmeno ce lo possiamo dimenticare. Matteo Renzi rappresentava la sintesi di tutto ciò su cui i 5 Stelle, i loro corifei nella stampa e i loro elettori si erano esercitati a tirare a palle incatenate. La destra della sinistra, l’uomo del patto del Nazareno, l’autore del salva-banche: ricettacolo di ogni nequizia. La scusa di aver voluto impedire l’assunzione dei “pieni poteri” da parte di Salvini è debole, per chi è stato uno dei mallevadori della maggioranza giallo-rossa. 

Il Fiorentino, alla fine dell’estate del 2019, non poteva permettersi, come oggi del resto, di tornare spavaldamente al voto. Allora, si diceva avesse bisogno di tempo per organizzare la sua neonata forza politica. Oggi, quando i sondaggi lo inchiodano stabilmente sotto al 4 o addirittura sotto al 3%, deve, in pratica, godersela finché può.

Per uno che lasciava volentieri intendere di aver voluto personalizzare il referendum costituzionale del 2016, gli sviluppi sono tutto fuorché di tipo carismatico. Il grande leader è quello che, in rotta col popolo, si fa da parte: anche sdegnosamente, magari, ma si ritira per davvero. Accetta il rischio di non essere richiamato, perché in cuor suo è convinto che il Paese avrà bisogno di lui e lo pregherà di tornare. Evidentemente, il caso di Renzi è quello di uno che ha bisogno della politica: non solo, né magari prevalentemente, per interesse. I termini della questione, comunque, sono questi.

I conti aperti

C’è, poi, la questione delle rivalse del Fiorentino. Una, quella vera, è nei confronti del Pd. L’altra, quella che deve spacciare per tale, è nei confronti degli italiani. 

Col Partito democratico, Renzi ha un conto aperto fin da quando ne era il segretario. La sinistra interna (quella che porta le sedi, il patrimonio, quanto resta dei militanti, buona parte dei legami con l’establishment istituzionale e i media) lo ha sempre mal sopportato. Sembrava viverlo come un male necessario: in tempi di frontman, dopo la mancata smacchiatura del giaguaro da parte di Bersani, se lo fece andar bene per un po’. La rottura con tutte le constituency tradizionali (sindacati in primis) preparò, però, il terreno alla frattura insanabile, consumata nel referendum del 4 dicembre 2016. 

Renzi prima ha fatto finta di andarsene, mentre in realtà è rimasto e nel 2017 si è fatto rieleggere segretario con le primarie. Poi, dopo nuove dimissioni dal Nazareno a seguito della sconfitta nelle elezioni politiche del 2018, è stato un anno all’opposizione interna. Infine, dopo aver spinto per il bis del governo Conte, si è scisso dal Pd e ha dichiarato di avere dalla sua due ministri e un sottosegretario nell’esecutivo: appunto Bellanova, Bonetti e Scalfarotto, gli odierni dimissionari. Il messaggio era e resta: faccio agli altri, più o meno, quello che è stato fatto a me.

La rivalsa nei confronti degli italiani ci sembra finta, invece, perché la portata del referendum di 5 anni fa è stata ampiamente equivocata. Renzi non poteva non intestarsi quella battaglia: altrimenti, non avrebbe potuto giustificare (in sostanza) la sostituzione di Enrico Letta a palazzo Chigi, nel turbolento san Valentino del 2014.

La riforma della Costituzione proposta non era certo epocale, ma il Paese l’ha comunque respinta, perché diffida istintivamente di qualsiasi rafforzamento del potere pubblico. Renzi ha detto: bene, preferite i governi “castelli di carta”, che si fanno e si disfano dalla sera alla mattina? Siccome lo volete voi, ci sto pure io e sono anche bravo a farlo. Peccato che ci stesse anche prima, cioè che ci sia stato dall’inizio. Alla lunga, il gioco mostra la corda.

Meglio leader o uomo di palazzo?

E veniamo, infine, al non detto più importante. Il problema di Renzi è che sa benissimo come, nell’interesse del Paese, questa sia una legislatura a cui porre termine al più presto. Tutto sembra suggerire che il prossimo Parlamento dovrebbe contare i rappresentanti del voto meramente protestatario – i 5 Stelle – in proporzioni più ragionevoli: tali, cioè, da escluderli dal governo, ovvero da moderarne il peso nell’ambito di una coalizione.  In modo, insomma, da sbloccare in qualche modo affaire come Alitalia, Ilva, Autostrade, Monte Paschi, e così via. 

Solo che il Fiorentino non ha altro, in mano, che questa stessa legislatura: la quale, se scavalla il prossimo luglio, entra nel semestre bianco (periodo finale del mandato presidenziale, in cui il capo dello Stato non può sciogliere le Camere) e finisce per andare a scadenza naturale. Il che implicherebbe anche, per non dire soprattutto, che sarebbe questo Parlamento ad eleggere il prossimo presidente della Repubblica.

Italia Viva potrebbe essere l’ago della bilancia nella partita, perché, se unisse i suoi voti a quelli del centrodestra (forte tra i delegati regionali), potrebbe portare al Quirinale il primo presidente non di sinistra, né cattolico democratico della storia repubblicana. Non accadrà, ma potrebbe essere velatamente (e utilmente) minacciato. 

Ancora una volta, Matteo Renzi è davanti al bivio: meglio fare il leader, o l’uomo di palazzo? Meglio de Gaulle, o Mitterrand? Uno era il generale, l’altro veniva chiamato – pensate un po’ – proprio il Fiorentino.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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