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Il piano di riarmo europeo in risposta a Trump è un bel favore agli Stati Uniti

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Ursula von der Leyen e Donald Trump

La pirotecnica prospettiva di “riarmo” promossa da Ursula von der Leyen, con il dichiarato intento di rispondere alla freddezza verso il vecchio continente di Donald Trump, è il solito favore degli europei agli Usa. L’asserito sforzo di autonomia militare rispetto agli Stati Uniti è una cortina fumogena sollevata dall’establishment Ue per coprire maldestramente il nostro perdurante vassallaggio atlantico.

Le istituzioni europee rappresentano un gigantesco equivoco, essendo il fedele specchio dell’irresolutezza di fondo del progetto di Unione come si è andato facendo. E pensano (o lasciano intendere di farlo) che basti dire delle cose perché queste esistano. Non è così, purtroppo o per fortuna. Se anche fosse vero che un super Stato europeo sarebbe più forte a beneficio di quanti vi fossero incorporati, questo super Stato non c’è e non potrà esserci nel prossimo futuro, perché gli Stati europei non smetteranno di esistere per incanto o per maleficio.

Riarmo made in Usa

Ricapitoliamo brevemente. Per tre anni, abbiamo fatto finta di non sapere che la guerra scatenata dalla Russia con l’invasione dell’Ucraina era la risposta – ripugnante alla coscienza e al diritto internazionale, ma tant’è – al tentativo dell’attrazione di Kiev nella Nato, apertamente incoraggiato dagli Usa. E quindi che si trattava di una guerra per procura tra due potenze mondiali. Figuratevi che, quando l’altro giorno l’ha apertamente affermato il segretario di Stato Usa Marco Rubio, giornalisti e commentatori in pratica hanno sostenuto che gli americani non saprebbero quello che hanno fatto. Ottenuto per interposta Ucraina il logoramento di Russia ed Europa voluto o comunque possibile, adesso che dalla Casa Bianca dicono che è ora di finirla e stabilire un negoziato, l’Ue fa finta di non starci.

In realtà ci stiamo eccome, al punto che, per la seconda volta dopo il colossale investimento per i vaccini anti-Covid made in Usa, siamo pronti ad un altro colossale investimento per le armi anti-Russia made in Usa. È inutile inorridire per i modi e le parole di Trump, se poi, prima ancora che abbia definito le sue posizioni, lo stiamo già assecondando. L’Europa è talmente credibile nella sua autonomia dagli Stati Uniti che parla istituzionalmente solo l’inglese, mentre il Regno Unito non fa più parte neanche formalmente dell’Unione europea.

Le pièces di Macron

Discorso a parte merita il presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron. Ha da recitare due pièces. Una, la più tradizionale, è quella del francese tronfio, che dice: “Veniteci dietro, perché siamo attrezzati e sappiamo dove andare e cosa fare”. L’altra, meno scontata e soprattutto meno appariscente, è la demolizione delle istituzioni e delle politiche del gollismo in patria. Macron è un liberale e non gli è certo bastato scegliersi un primo ministro neo-gollista meteora come Barnier per diventare gollista. Contro il capitalismo liberale (oltreché avverso il comunismo totalitario) il generale de Gaulle ha combattuto la sua ultima battaglia politica interna, il referendum perso nel 1969 sulla partecipazione e la regionalizzazione. Macron è l’uomo della prima e non della terza via. Cosa sta facendo delle istituzioni della Quinta Repubblica l’abbiamo già visto e detto.

Deterrenza nucleare

L’ultimo colpo da assestare al retaggio gollista è la rovina della deterrenza nucleare nazionale. Qui il presidente francese lambisce il genere del tragico. A dare retta a quello che ha detto qualche sera fa in un discorso televisivo alla nazione, Macron propone di condividere con un’istituzione ibrida qual è l’attuale Ue l’arma atomica francese. Se avesse parlato seriamente, non avrebbe fatto altro che ribadire che l’unico Paese veramente europeo a potere avere la bomba dev’essere il suo: i tedeschi (non parliamo di noi e degli spagnoli) si mettano pure sotto il suo ombrello o giogo, sperando sia soave. Se avesse scherzato, andrebbe per forza preso alla lettera: decisioni da prendere nel giro di qualche minuto e da cui dipendono le vite di milioni di persone andrebbero condivise con 27 governi? E perché non anche con 27 parlamenti? Dopotutto, in Italia non abbiamo forse ministri, deputati e senatori che parlano in modo surreale di “Parlamento sovrano”?

L’Italia di Meloni

Veniamo all’Italia e a Giorgia Meloni. Per prima cosa, tra catto-comunismo di ritorno e perdurante sovranità parlamentare, noi arriviamo sempre (per usare un’espressione cara al sarcasmo di de Gaulle) “sans armes après la bataille”. Siamo un Paese letteralmente disarmato. Il presidente della Repubblica stigmatizza insistentemente e vistosamente le responsabilità della Russia e, contemporaneamente, il ministro della Difesa e il capo di Stato maggiore confessano che, ove attaccati (forse da chiunque), non resisteremmo due settimane.

Da questo punto di partenza, abbastanza imbarazzante per un Paese che è ancora tra le prime 10 economie del mondo, il Governo nei vertici europei sul riarmo delle ultime settimane ha evidenziato alcune nostre necessità. Di base abbiamo problemi d bilancio, per cui non ci basta lo scorporo dal debito delle spese per il rafforzamento della difesa. Ci serve però anche una forma di garanzia europea presso le banche, onde agevolare l’impiego di capitali privati negli investimenti militari.

Politicamente parlando, a parte qualche stravaganza che ormai desta poco scalpore (come il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini che dà del matto al capo dello Stato francese), escludiamo la disponibilità all’impiego di soldati a presidio di una futura tregua sul fronte russo-ucraino fuori da un mandato Onu. Che è come dire senza il consenso della Russia, membro permanente e con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza.

Una posizione realista, diremmo: la vanagloria dei sedicenti “volonterosi” anglo-francesi, che si dicono pronti a fare da peacekeeper senza il benestare di uno dei belligeranti, ce la risparmiamo. Non possiamo invece fare a meno di sorbirci l’insensata alternativa, posta a Meloni per antipatia politica e personale: “Scelga l’Europa o Trump”. I termini corretti sarebbero: scelga tra von der Leyen e gli Usa. La conclusione viene da sé: infatti, la presidente del Consiglio insiste sulla Nato, perché l’Ue non ha neanche competenze precise in materia di difesa. E uomini e mezzi non sono duplicabili.

La fiducia di Trump in Putin

Ultime dal fronte dello stillicidio di dichiarazioni quotidiane: Trump, a parte la minaccia di nuove sanzioni a Mosca, conferma di essere più a suo agio a trattare con Putin che con Zelensky e scommette che lo zar sarà più generoso di quanto non si possa immaginare nei negoziati.

Il presidente americano non ha mancato di dire che l’Europa non sa come fare per porre termine al conflitto e che, con lui di ritorno alla Casa Bianca, ha finito di sfruttare gli Stati Uniti. Gli daremo ragione un’altra volta, pur dicendo sdegnosamente che si sbaglia?

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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