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Ricerca italiana: finanziarla meglio e di più serve anche a non far cadere i ponti

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Ricerca: il sottofinanziamento del sistema di istruzione e in particolare di questo settore pubblico in Italia è ben noto. Non è certo detto che ciò porti l’apocalisse, ma forse occorre considerare che alcuni eccessi possono non essere del tutto privi di conseguenze.

Ricerca: paradossi tutti italiani

Il problema è lungo e difficile da trattare, oltre ad essere complesso nei suoi tecnicismi. Possiamo però far solo intuire la situazione con due paradossi.

  • Primo paradosso: nel 2016 il calciatore Higuain è costato alla Juventus quanto sono costati all’Italia 3 anni di ricerca di tutti i nostri atenei.
  • Secondo paradosso: per la classifica di Shanghai ARWU 2018, la somma delle spese operative delle prime otto università italiane equivale circa a quelle della sola Harvard. Peraltro, nel caso delle italiane riguarda circa 537.000 studenti, mentre sono solo 22.000 quelli di Harvard. E con una produzione scientifica complessiva (in termini meramente numerici) superiore a quella di Harvard del 70%.

Siamo un fanalino di coda 

Resta in generale evidente la necessità dell’Italia di aumentare il livello di istruzione e le competenze tecniche e scientifiche. Siamo penultimi in Europa per numero di laureati. Peggio di noi solo la Romania. Spendiamo in ricerca e sviluppo una percentuale del Pil che è meno della metà di quella di Germania, Austria o Finlandia. Abbiamo però vari ed evidenti problemi che richiederebbero maggiori competenze e migliori tecnologie. Come quelli nell’ambito del monitoraggio del benessere delle infrastrutture, tragicamente esplosi con la catastrofe del ponte Morandi a Genova.

Le scarpe più belle del mondo

“Perché dovremmo pagare uno scienziato quando facciamo le migliori scarpe del mondo?” La domanda è stata attribuita a Silvio Berlusconi nel 2010. E potrebbe generare una mole di risposte altrettanto lunghe e difficili da trattare quanto lo sono le problematiche del finanziamento pubblico per istruzione e ricerca. Di nuovo però possiamo rispondere con un banale esempio.

Una ricerca salva-soldi d’oltreoceano

Nell’ultimo decennio, nel settore del monitoraggio della salute delle infrastrutture, si sta esplorando un’idea apparentemente balzana, ma con risultati preliminari promettenti. Dallo studio effettuato da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston sembra credibile l’idea di poter usare gli smartphone degli automobilisti per monitorare lo stato di salute dei ponti. Un po’ come Google ne fa già uso per il monitoraggio del traffico automobilistico.

Appare evidente come una ricerca di questo tipo, svolta in Italia, potrebbe portare vantaggi sotto diversi punti di vista. Come molti di noi sanno dopo la tragedia del ponte Morandi, il monitoraggio del benessere strutturale di ponti, viadotti ed edifici in Italia è spesso basato su ispezioni visive. Il problema è che queste risultano altrettanto spesso non sufficientemente frequenti e altamente soggettive. Alcuni segni precoci di decadimento possono anche essere semplicemente non visibili per un occhio umano. Per questo risulta chiara la necessità di avvalersi di nuove tecnologie, come una rete di sensori elettronici fissi. Purtroppo questo approccio risulta spesso troppo costoso per essere sostenibile. I sensori devono essere installati, alimentanti e mantenuti. Peraltro la precisione dell’informazione da loro fornita dipende anche dal numero di sensori installati, aumentando il costo della tecnica e non solo in Italia.

Sensori a costo zero e informazioni preziose 

Da qui l’idea di utilizzare non più sensori fissi, ma mobili. Talmente mobili da essere quotidianamente trasportati con noi ovunque andiamo. Quasi uno (o a volte più d’uno) in ogni automobile. I moderni telefoni cellulari infatti contengono sensori di movimento, noti con il nome di accelerometri. Tali dispositivi non sono particolarmente performanti, dovendo essere piccoli ed economici. Ma pare siano in grado di fornire informazioni preziose quando sono tanti a transitare su un ponte.

Il gruppo di ricercatori ha provato a misurare con gli smartphone le oscillazioni dell’Harvard Bridge di Boston, percorrendo con lo stesso autoveicolo più volte il ponte per simulare il passaggio di diverse automobili. La conclusione dello studio condotto è che i dati forniti dai cellulari, a patto di considerare le informazioni fornite da molti passaggi, sono consistenti con quelli forniti dalle reti di sensori fissi. Un po’ come se le informazioni relative al benessere di tutti i ponti fossero già lì, gratis, senza che nessuno si prenda la briga di leggerle. Un paradosso che infastidisce anche più del costo di Higuain.

Più ricerca in Italia 

Di certo, come sempre, la certezza dell’applicabilità di questa metodologia per il monitoraggio delle infrastrutture potrà esserci solo a fronte di nuovi e più ampi studi. Ma come si può negare che ricerche di questo tipo, sufficientemente strutturate e finanziate in un Paese come il nostro non porterebbero chiari vantaggi? Vantaggi che si possono quantificare in termini economici, ma anche in salvaguardia e rispetto della vita.

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Alberto Dalla Mora è professore associato del Dipartimento di Fisica del Politecnico di Milano. Ha al suo attivo più di 80 pubblicazioni scientifiche di livello internazionale ed è coautore di oltre 100 presentazioni a conferenze. Ha diverse collaborazioni a progetti di ricerca finanziati dall'Unione europea nell’ambito della fotonica.

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