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Riforme costituzionali: Giorgia Meloni ci riprova con una Bicamerale?

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L'aula del Senato a palazzo Madama

Riforme costituzionali: il capo del governo in pectore, Giorgia Meloni, potrebbe ritentare la via di una Commissione bicamerale per provare a realizzarle. Leggiamo quotidianamente dei grattacapi della vincitrice delle elezioni del 25 settembre, alle prese con gli equilibri della futura compagine ministeriale. Matteo Salvini fuori o dentro il governo e in quale casella? Antonio Tajani alla Farnesina, o alla presidenza di un ramo del Parlamento? Più tecnici o più politici? Fin dove si spingerà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel fare valere effettivamente i suoi poteri di nomina? Non parliamo, poi, del subentro nei dossier attuali e più rilevanti, che il futuro esecutivo riceverà dal governo Draghi e dei quali la leader di Fratelli d’Italia si sta già occupando, in raccordo con l’inquilino uscente di palazzo Chigi.

Al netto, comunque, di questo attivismo precauzionalmente anticipato (già censurato dalle vestali e dai campioni del formalismo), pende pur sempre anche la questione delle riforme costituzionali. Apparentemente, essa non sembrerebbe assistita dall’urgenza: forse, perché è già in un ritardo enorme e, speriamo, non anche incolmabile.

Tuttavia, è stata Meloni stessa a trattare il tema, in campagna elettorale. In quel tipico contesto di propaganda, si è parlato solo di presidenzialismo. A parte il fatto, però, che sotto quest’etichetta possono correre forme istituzionali anche molto diverse, il primo problema sarebbe comunque di metodo. Quale via tentare, per provare a cambiare la Seconda Parte della Costituzione del 1948?

Il popolo sia sempre sovrano

Un punto fermo, attestato come tale anche dall’estemporaneo riferimento elettorale di Meloni, è l’inutilizzabilità, in vista di un’ampia revisione costituzionale, della procedura stabilita dall’articolo 138 della Carta in vigore. È la strada prevista dalla Costituzione per la propria limitata riforma ed è già stata percorsa, invano, nel 2006 e nel 2016. Entrambi gli ambiziosi tentativi, portati avanti dalle maggioranze facenti perno, rispettivamente, su Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, hanno fallito la prova del referendum confermativo. L’articolo 138 domanda almeno la maggioranza assoluta dei componenti ciascuna Camera, nella seconda deliberazione della proposta di revisione. Solo qualora venga raggiunta, invece, la maggioranza dei 2/3 di deputati e senatori, è espressamente preclusa la strada della consultazione referendaria.

Lasciateci dire la nostra. Se e quando un tentativo di revisione dovesse andare in porto, speriamo che quest’ultimo preveda come senz’altro obbligatoria la sanzione dell’approvazione popolare della Costituzione repubblicana. La sovranità del popolo, per essere effettiva, deve cominciare dal dominio costituente, nell’ambito del quale il suffragio universale deve avere l’ultima parola in ogni caso e non solo in ipotesi residuali, o semplicemente eventuali.

Assemblea costituente o commissione?

Data per acquisita la necessità della deroga alla procedura dell’articolo 138, restano due alternative. O il Governo viene delegato dal Parlamento a riformare la Carta, ovvero bisogna pensare a un organismo appositamente dedicato. Della delega governativa, meglio non parlare: in Italia, si usa scomodare il fascismo per molto meno. Anche se (giova ricordarlo) i francesi, afflitti sotto la Terza e la Quarta Repubblica dai nostri stessi problemi d’instabilità cronica dell’esecutivo, sono approdati alla Quinta (nel 1958!) proprio attraverso un governo costituente.

Si diceva, dunque, di un organo dedicato alle riforme costituzionali. Assemblea costituente? La memoria corre, ovviamente, a quella che, tra il 1946 e il 1947, ha redatto e approvato la vigente Costituzione. Non era però, quella, un organismo esclusivamente dedicato, perché essa funse anche da Parlamento, fino alle celebri elezioni del 18 aprile 1948.  Stante, quindi, la difficoltà di eleggere una sorta di “secondo Parlamento”, l’opzione più a portata di mano sembra proprio la Bicamerale. Anche questo nome non è nuovo.

Infatti, abbiamo alle spalle ben tre Commissioni bicamerali per le riforme istituzionali. Ricordiamole brevemente, prima di concludere sul senso e le possibilità di una quarta. Rammentiamo preliminarmente che la Bicamerale si chiama così, proprio perché consiste in una commissione mista. È composta di un egual numero di deputati e senatori, nominati dai presidenti delle due Camere su indicazione dei gruppi politici, nel rispetto delle proporzioni tra questi ultimi.

I tre tentativi del passato

La prima Bicamerale è stata presieduta dal deputato liberale Aldo Bozzi, nel corso della IX legislatura (1983-1987). I suoi lavori si conclusero in un nulla di fatto, ma il progetto di riforma che l’organismo aveva prospettato prevedeva due punti qualificanti. Da una parte, l’attenuazione del bicameralismo e, dall’altra, una più accentuata dipendenza del governo dalla fiducia parlamentare.

La seconda Bicamerale, nella XI legislatura (1992-1994), fu presieduta brevemente dal democristiano Ciriaco De Mita e, quindi, dalla diessina ed ex comunista Nilde Iotti. Propose, senza seguito, una riduzione del numero dei componenti le Camere (attuato solo due anni fa) e prefigurò una forma di governo sull’esempio tedesco (elezione parlamentare del presidente del Consiglio e sfiducia costruttiva). 

Infine, è stata l’ora della più celebre Bicamerale, presieduta da Massimo D’Alema nel 1997. Romanzata col racconto del “patto della crostata” a casa di Gianni Letta, plenipotenziario istituzionale di Berlusconi, si è detto fosse andata molto vicino al successo. Non abbastanza, però: il Cavaliere, infatti, dopo un accordo sul semipresidenzialismo, rovesciò il tavolo, ripiegando sul cancellierato e il ritorno alla formula proporzionale. In conclusione, non se ne fece niente.

Provare non costa nulla e…

Per quanto la considerazione, cui ci apprestiamo relativamente a una possibile nuova Bicamerale, riesca amara, essa si sforza nondimeno di essere positiva sulle riforme costituzionali.

Il tentativo di Giorgia Meloni, ove effettivamente intrapreso, difficilmente verrebbe coronato da successo. Le ragioni di ciò sono molteplici e tutte rilevanti. L’estrema frammentazione del quadro politico, tra e dentro gli schieramenti. L’impellenza delle contingenze internazionali e socio-economiche. Le difficoltà pratiche di composizione e funzionamento di ogni commissione parlamentare, dopo la riduzione del numero di deputati e senatori. La ricorrente improvvisazione dei futuribili, nuovi costituenti.

Soprattutto, l’ostilità irriducibile e fatale del sistema all’auto-riforma. Ogni realtà tende alla propria conservazione. Il regime d’assemblea, in Italia, non può essere utilmente razionalizzato, ma andrebbe sostanzialmente archiviato. Proprio il fatto che la circostanza sia chiara a tutti gli attori politici, paradossalmente, esclude l’assunzione di decisioni conseguenti.

In che senso, allora, ci sforziamo di vedere un barlume di ottimismo? Instaurare l’ennesima Bicamerale non costerebbe nulla, né stiamo qui ad attardarci sulle penose considerazioni dell’antipolitica circa diarie e gettoni di presenza dei componenti. Convocarla, consentirebbe di dire di averci provato, non trascurando una promessa elettorale. In più, la sua probabile inconcludenza esorcizzerebbe il rischio di un rimedio, se non peggiore, comunque non migliore del male. Per il momento, bisogna ancora accontentarsi.

Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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