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Salvini: e adesso? Cronaca al futuro di una fragorosa caduta

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Salvini: eppure Giorgetti lo aveva avvertito. Al varo del governo Conte, l’anno scorso, aveva consigliato al suo leader di tenere sul comodino un ritratto di Renzi come monito. È l’equivalente leghista dello schiavo che nell’antica Roma doveva accompagnare il condottiero vittorioso durante il trionfo, sussurrandogli ogni tanto nell’orecchio “Hominem te esse memento”, ricordati che sei solo un uomo. O meglio, che le fortune sono fugaci e che se ieri ti sentivi il mondo in mano, oggi ti puoi trovare con un pugno di mosche. Appunto com’è oggi Salvini.

Corsa per la vittoria

Proviamo a ripercorrere la parabola del Truce: si trova con una Lega ai minimi storici e riesce, in breve tempo, a portarla sopra le due cifre. Alle elezioni del 2013 la Lega di Maroni aveva raccolto il 4%. Nel 2018 la Lega di Salvini balza al 17,35%. Un anno di governo giallo-verde e la Lega passa, alle Europee, al 34%. Da maggio i sondaggi spostano l’ago della bilancia ancora più in alto. Il 36, forse il 38%. Da solo Salvini non stravince, ma assieme alla Meloni vince tutto il banco.

L’errore clamoroso

Ed è lì che parte l’errore. Clamoroso. Il più clamoroso di tutti. Da una parte c’è il Russiagate che non gli consente sonni tranquilli. Salvini pensa a Savoini ma soprattutto alla via crucis giudiziaria di Berlusconi. Pensa al caso Siri. Pensa anche che se a settembre si vota in seconda lettura la riduzione dei parlamentari, per almeno un anno si chiude la finestra elettorale. Pensa, soprattutto, che il Pd e i 5 Stelle sono così sideralmente lontani che mai potrebbero immaginare di mettersi insieme, malgrado il voto a braccetto per la von der Leyen alla presidenza della Commissione Ue. Ricorda che era stato proprio Renzi a mettersi di traverso e ad impedire qualunque contatto con Di Maio.

È in quel momento, riscaldato dal calore delle piazze e dall’affetto che gli dimostrano i supporter, che decide di calare l’asso della crisi. Poteva mai pensare che proprio Renzi, sì, l’amuleto che Giorgetti gli aveva collocato quale memento mori sul comodino, si risvegliasse e gli mangiasse nel piatto?

Le prospettive di governo

Oggi, a crisi appena iniziata, si aprono tre prospettive e solo l’ultima è del tutto a favore di Salvini: governo organico Pd-Leu-5stelle che potrebbe restare in sella per la restante parte della legislatura; governo tecnico o di scopo che dovrebbe mettere i conti pubblici al sicuro e poi portare al voto; oppure voto subito.

In apparenza la prima ipotesi è la più difficile da realizzare: Zingaretti non ne sembra entusiasta, anche se ha avuto un mandato bulgaro dalla sua direzione per trattare coi 5 Stelle.
Ma militano a suo favore alcuni fatti incontrovertibili.

Il desiderio spasmodico dei parlamentari 5 Stelle (oltre 330 tra Camera e Senato) di tornare al voto il più tardi possibile. Tra secondo mandato e calo alle Europee solo uno su quattro ha la speranza di tornare in Parlamento.
La foga di Renzi di ricominciare a contare qualcosa. E Renzi controlla almeno la metà dei parlamentari Pd.
L’aspirazione di tornare al governo dei gruppuscoli della sinistra, manifestato proprio ieri in Senato.
Il desiderio, legittimo, di Mattarella di assicurare stabilità al quadro politico.
I desiderata dell’Europa che apprezza il Pd e vede Salvini come la sabbia negli occhi.
Addirittura si è mosso il Vaticano: Papa Francesco ha incaricato il segretario di Stato Parolin di seguire con attenzione la crisi italiana. E Bergoglio non è certamente un fan del Capitano.

Cottura a fuoco lento

La posta in gioco è più che ghiotta. Proviamo a pensare: primo, si torna a votare fra oltre tre anni. Da qui a là chissà cosa può capitare a Salvini e alla Lega. Innanzitutto si vota subito la legge che riduce i parlamentari. Poi si ridisegnano i collegi (con Salvini all’opposizione); e infine una bella riforma della legge elettorale che renda impossibile a Salvini di sfruttare la sua supremazia, sempre ammesso che da qui al voto il Carroccio riesca a mantenere il livello dei consensi di oggi.

Una volta che Salvini è uscito dal Viminale (forse sostituito dal capo della Polizia Franco Gabrielli, un public servant a tutta prova) si potrà mettere la sordina agli sbarchi, che oggi, numeri alla mano, non impensieriscono più. E senza il clamore di Carola e della Open Arms, quando il nuovo governo sbandiera un po’ di ricollocamenti e un po’ di distribuzione dei clandestini in Europa, non potrà forse sostenere che “il problema era solo Salvini, noi lo abbiamo risolto senza drammi e senza strappi, dimostrandoci finalmente una nazione civile”?

E Salvini senza Viminale, senza Carola e senza i porti chiusi, manterrà il suo appeal? Come non ricordare il “sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire” del Conte zio (l’ironia dei ritorni!) di manzoniana memoria?

Un successore per Salvini

E se la Lega, che finché cresceva come un pane lievitato è stata un monolite, decidesse di cambiare il padre-padrone? In fin dei conti anche Bossi sembrava inamovibile. Ci sembra difficile un 25 luglio della Lega. Non vediamo, al suo interno – ma possiamo sbagliare – un degno successore di Salvini. Non Giorgetti, che non ambisce il proscenio e non sembra avere il necessario carisma per trascinare le folle. Non Calderoli, che rappresenta solo una memoria storica. Non Maroni, che ha già dato e non è rimpianto. Non Tosi, che si è tirato fuori. E allora l’unico nome che resta è quello di un furibondo Zaia, perché l’ultima cosa alla quale penserà l’eventuale nuovo governo giallo-rosso è l’autonomia del Veneto. 

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