Cultura

San Giovanni Paolo II: a vent’anni dalla morte, la forza del suo esempio è intatta

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(foto Demetrio Gregorini)

San Giovanni Paolo II è nato al cielo vent’anni fa, il 2 aprile 2005: si diceva così un tempo della morte dei cristiani a cui era stato poi tributato l’onore degli altari, cioè erano stati fatti santi. Il linguaggio corrente ha del tutto perso questo tipo di simbolismo. E parlando di umana santità, proprio Karol Wojtyla ne ha rivoluzionato il significato in epoca contemporanea, inscrivendo un gran numero di donne e uomini comuni nei fasti della Chiesa cattolica.

La personalità del 264° Papa è stata senz’altro fuori dal comune. Aveva un carisma e un’aura speciali, avvertibili a pelle da quanti hanno avuto la ventura di incontrarlo personalmente. È stato anche un personaggio autenticamente storico e non solo in quanto capo di un miliardo di cattolici e di uno degli Stati più piccoli del mondo. I suoi natali polacchi lo hanno collocato al centro dell’Europa, nel secolo in cui quest’ultima è stata maggiormente dilaniata da antiche rivalità e dall’infuriare delle ideologie.

Radici, dialogo e…

Il futuro Pontefice, che sopravvisse all’oppressione e alla costrizione sterminatrice nazista e seppe fare germogliare la propria vocazione sacerdotale al sorgere della dittatura comunista, divenuto Papa contribuì a che si ponesse fine alla Guerra fredda. Ci riuscì con il fatto stesso della sua elezione, Papa chiamato da un Paese al di là della “cortina di ferro”. Ci riuscì rivelando una personalità di impatto veramente globale, capace di sostenere (non solo finanziariamente, ma soprattutto moralmente) lo spirito irredentista del suo Paese e l’anelito di libertà comune all’intera Europa. 

Questa vecchia Europa, dimentica del fatto che la maggiore unità di cui è stata capace si è realizzata nel tempo in cui essa coincideva con la “Christianitas” medievale, può tornare oggi con fiducia agli esempi di Giovanni Paolo II. Non parliamo solo del pur ovvio riconoscimento delle proprie radici (sostanza oltreché premessa dell’unità possibile), ma anche della capacità di dialogo, che significa sapersi mettere nei panni del proprio interlocutore, riconoscendone in tal modo la dignità.

Intendiamo dire la fermezza sui principi, perché l’essere umano agisce sempre in base a ciò a cui (consapevolmente o meno) s’ispira. Vogliamo alludere alla fiducia e al coraggio, proposti da Papa Wojtyla sin dall’inaugurazione del suo ministero pontificale con le parole del Vangelo: “Non abbiate paura!” e da lui sempre personalmente rinnovati, nonostante le prove umane (l’attentato) e naturali (le malattie) a cui è stato ricorrentemente sottoposto.

Guardare in faccia tutti e a nessuno 

Papa filosofo prima ancora che teologo, Giovanni Paolo II ci ha impartito un altro insegnamento tipicamente sapienziale. Consiste nel sapere guardare in faccia tutti e contemporaneamente a nessuno. Ci spieghiamo. Agli esordi del Pontificato, Karol Wojtyla è stato nell’immaginario collettivo, insieme all’allora presidente Usa Ronald Reagan, uno dei principali attori dell’erosione del sistema comunista, premessa dell’abbattimento del Muro di Berlino (1989), della riunificazione della Germania (1990) e dello scioglimento dell’Urss (1991). 

Ebbene, Giovanni Paolo II non ha poi esitato a prendere le distanze da scelte geopolitiche degli Stati Uniti che gli sembravano affette da strabismo, per non dire da completo accecamento. Pensiamo all’invasione dell’Iraq nel 2003, sotto il pretesto (rivelatosi letteralmente artefatto) del possesso da parte del regime di Saddam Hussein di armi non convenzionali. E pensiamo alla complessiva politica mediorientale a stelle e strisce, smaccatamente unilaterale sulla questione israelo-palestinese e, in generale, troppo ispirata a logiche di sfruttamento e di potenza. Potremmo riferirci anche a questioni strettamente inerenti alla dottrina sociale della Chiesa, come la bioetica e i modelli economici e di sviluppo. Servirebbe a ribadire che Papa Wojtyla è stato credibile perché è stato largamente coerente: la perfezione, si sa, è solo divina.

La libertà di fare la verità

Oggi, il cardinale Pietro Parolin ha celebrato l’Eucaristia nella Basilica Vaticana per onorare la memoria di san Giovanni Paolo II. Il Segretario di Stato ha fatto le veci di Papa Francesco, che sappiamo essere convalescente e al quale è certamente cara la memoria del suo predecessore, che lo aveva creato cardinale nel 2001 e prima ancora lo aveva voluto vescovo nel 1992.

Concludendo questo ricordo, facciamo nostre le parole della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che pure ha partecipato in Vaticano alla cerimonia in suffragio del santo Pontefice. Lo facciamo perché lei, a propria volta, spesso ha fatto sua e rilanciato una frase di Karol Wojtyla che dice molto alle donne e agli uomini di ogni tempo e, così ci pare, specialmente del nostro. «La libertà non consiste nel fare ciò che ci piace, ma nell’avere il diritto di fare ciò che si deve».

È degno di nota che un Papa scelga deliberatamente di dire “diritto” per significare “dovere”. Prima che giuristi, infatti, i Papi sono pastori e ciò che più preme al pastore è che il suo gregge lo riconosca, lo intenda e così possa seguirlo. L’esempio di san Giovanni Paolo II, discepolo di Gesù Cristo e figlio di Maria, a vent’anni dalla sua nascita al cielo è seguito ancora da tanti in tutto il mondo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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