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Sanremo, polemiche e potere: il festival è lo specchio dell’Italia o delle lotte in Rai?

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Sanremo 2023: finalmente ci siamo liberati del festival, vien da dire! Sarà che la percezione del tempo, anche televisivo, dopo la recente pandemia è cambiata. Sarà che ormai, dopo 73 edizioni della kermesse canora, di cui 69 trasmesse in diretta tv, in un costante crescendo di serate di programmazione, la saturazione è elevata. Se aggiungiamo che prima, durante e dopo il Festival, c’è almeno una dozzina di altre trasmissioni (non poche quotidiane) che letteralmente lo parassita, non parlando d’altro, l’intossicazione è fatta e probabilmente spiega anche i record di ascolto. 

Mattarella all’Ariston

La circostanza su cui vorremmo attirare l’attenzione, però, è un’altra. I sostenitori del programma, di fronte alle critiche piuttosto accese ai suoi contenuti soprattutto non musicali, hanno sfoderato il classico argomento: “Sanremo è lo specchio del Paese”. Ci permettiamo di dissentire. Sanremo, casomai, è diventato lo specchio della Rai, che lo trasmette da sempre e ormai lo organizza pure. Per cui, dobbiamo fare i conti con lo stato in cui versa la radiotelevisione pubblica nazionale. 

L’edizione 2023 del Festival aveva qualcosa di particolare, a prescindere dagli aspetti folkloristici e dal consueto battage pubblicitario, che ossessivamente l’accompagna. Infatti, si è aperta con un inedito assoluto e difficilmente pronosticabile. La partecipazione personale, su un palco riservato del celebre teatro Ariston, del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. 

Si capisce che, se una persona proverbialmente schiva come l’attuale capo dello Stato, ha accettato o, meglio ancora, preso l’iniziativa di partecipare ad un’occasione di questo tipo, tra l’altro contro qualsiasi tradizione della carica che ricopre, un motivo dev’esserci. Non è chiaro precisamente quale sia, ma l’eccezione è così strepitosa, da fungere da spia di un problema significativo. Il problema, evidentemente, non riguarda la gara canora, ma la Rai e le sue dinamiche interne, che, come sappiamo, sono “vagamente” legate alla politica. E qui, per restare nell’ambito semantico musicale, cominciano le dolenti note.

L’epoca di Bernabei

La storia della Rai-Radio televisione italiana, in epoca repubblicana, è divisa in due momenti: il primo, dagli esordi della televisione (metà degli anni 50) ad inizio anni 70; il secondo, dalla metà degli anni 70 a tutt’oggi. 

La prima Rai repubblicana è quella impersonata da Ettore Bernabei, uomo di fiducia di Amintore Fanfani e direttore generale della radio-televisione di Stato (allora monopolista dell’etere) dal 1961 al 1974. È stata l’impresa che si è meritata il titolo altisonante di «principale azienda culturale del Paese». È stata, per antonomasia, «il servizio pubblico». Era la Rai a due canali, il Programma Nazionale (unico sino al 1961) e il Secondo Programma (antesignano dell’attuale Rai2).

Da Manzi a Biagi

Era la televisione che ha contribuito all’alfabetizzazione degli adulti, con Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi. Era la televisione di maestri del giornalismo, come Sergio Zavoli ed Enzo Biagi. Era la Rai di Tribuna Elettorale e della Domenica Sportiva. Per non parlare del varietà e dell’intrattenimento di qualità, prodotto e non solo trasmesso dall’azienda. Senza dimenticare i grandi sceneggiati, i film per la televisione e la tv dei ragazzi.

Contenuti a parte, però, il pregio strutturale di quella Rai era di avere una catena di comando razionale e, perciò, lineare. Essendo l’azienda di proprietà dello Stato, era il Governo a nominare la dirigenza della radio-televisione statale e a controllarla. Chiara, limpida, Rai: parafrasando un diverso slogan pubblicitario. 

La piaga della lottizzazione

Vennero, quindi, gli anni 70, figli del ‘68 e della contestazione generale. A fronte di un sistema politico interno che restava paralizzato dalle circostanze internazionali, ma anche di un’evidente avanzata e penetrazione socio-culturale della sinistra (soprattutto comunista), la Rai cadde preda di una delle più perniciose pratiche nazionali. Stiamo parlando della lottizzazione. Più prosaicamente: uno a me, uno a te, uno a quell’altro e uno bravo. A Viale Mazzini, la questione assunse dimensioni tali, da essere platealmente ostentata. Da due reti si passò a tre, ognuna con un’autonoma testata giornalistica e un partito politico di riferimento. La spartizione era così articolata: Rai1 democristiana, Rai2 socialista, Rai3 comunista.

Rai e Parlamento

Venne anche istituita una Commissione parlamentare bicamerale di Vigilanza, che era il braccio politico-partitico di controllo della Rai. Si cominciò ad instillare l’idea, del tutto assurda non meno che tuttora corrente, che l’editore della Rai fosse il Parlamento (?!), perché il suo essere di proprietà statale, per sillogismo, avrebbe significato che essa sarebbe stata proprietà di tutti i partiti. C’è stato un lungo periodo in cui erano la citata Commissione e, addirittura, i presidenti di Senato e Camera a nominare i membri del Consiglio di amministrazione.

Dal 2015, almeno a questa stortura si è riparato, consentendo l’elezione dei componenti del Cda da parte dell’Assemblea degli azionisti. Solo un accenno, per ragioni di spazio, all’impatto che hanno avuto, su queste improbabili dinamiche, l’avvento dell’emittenza privata negli anni 80, la rivoluzione digitale pienamente in corso e la circostanza per cui, per diversi anni, il principale concorrente della Rai (Silvio Berlusconi) è stato anche a capo del governo.

L’isteria per l’avvento del destra-centro

Da quando la maggioranza politica è divenuta contendibile tra diversi schieramenti e, quindi, si è realizzata una costante alternanza al governo, le ferree dinamiche della lottizzazione sono diventate frenetiche e schizofreniche. È chiaro, pure, che l’anomalia berlusconiana ha radicalizzato la già consolidata propensione della sinistra per l’occupazione stabile e preferenziale della Rai, anche in ossequio alla vocazione culturale egemonica di remota elaborazione gramsciana e più recente attuazione berlingueriana.

Oggi, dopo la vittoria dello schieramento di destra-centro di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia, la Rai è in preda all’isteria. Bisognerà accettare la profanazione di una destra di origine missina, che s’installerà in uno dei templi massimi dell’arco costituzionale che fu. Che ne sarà di certe linee editoriali? E che ne sarà dei posti, da cui molti le hanno portate avanti da quasi 50 anni a questa parte, specie negli ultimi 25?

Noi nutriamo una speranza: che la Rai torni ad essere, prima di tutto, una normale azienda statale, la cui linea editoriale e la cui direzione siano nella disponibilità e sotto la responsabilità effettive del Governo. Abbiamo anche un timore, però e cioè che il presidente Meloni e la sua maggioranza si lascino tentare, accingendosi semplicemente a riequilibrare posti e strapuntini. Se le premesse dovessero restare immutate, sarebbe inutile lamentarsi della decadenza televisiva. Il prossimo Sanremo rifletterebbe, se possibile, un’immagine ancora più deteriorata.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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