La Corte costituzionale ha ammesso i single all’adozione internazionale dei minori. A questo punto, conviene fare eleggere dal popolo la Consulta, cioè i suoi giudici, anziché il Parlamento, ossia senatori e deputati. Sembra una provocazione? La è senz’altro, ma fino ad un certo punto. Perché, un organo non elettivo che riscrive le norme giuridiche, cioè che fa leggi nuove e diverse rispetto a quelle date e mantenute in vigore dal legislatore, forse non provoca? Anzi, forse non slabbra i confini delle sue attribuzioni, sin quasi a realizzare una torsione del tipo di regime costituzionale e politico?
Qui non troverete spiegazioni e nemmeno interrogazioni socio-psico-pedagogiche intorno al fatto se una brava persona sia un’educatrice migliore di due cattive, ovvero di una madre e di un padre mediamente discreti. Qui troverete soltanto una riflessione sull’elefante nella stanza Italia, vale a dire l’incapacità di ogni istanza istituzionale di auto-limitarsi, manifestando la consapevolezza che a ciascuno compete il suo e nulla più.
Il passe-partout
Intendiamoci: non è che ci sfugga l’enormità della sentenza in questione. Il carattere internazionale dell’adozione a cui si è deciso di potere ammettere la persona sola è un passe-partout per l’adozione da parte del singolo in generale. E affermare che la persona singola possa esercitare la genitorialità significa pretendere di negare la più naturale delle evidenze, cioè che la cura e l’educazione dei figli – siccome conseguenze della loro generazione – debbano essere normalmente binarie. L’odierna protervia dei costumi, arrogandosi del tutto arbitrariamente la facoltà (divenuta materialmente possibile) di separare il concepimento umano dalla relazionalità responsabile, chiude in tal modo il cerchio con l’adozione.
La più bella del mondo
Non vogliamo nemmeno lasciare passare sotto silenzio lo svelamento di un’altra gigantesca ipocrisia, realizzato (non è la prima volta) dalla sentenza dell’altro giorno. La Consulta è il più grande sponsor della Costituzione che c’è come «la più bella del mondo». Parliamo di sponsor non a caso, perché ci risulta che i suoi giudici girino in lungo e in largo l’Italia per reclamizzarla. Ecco: chi potrebbe sostenere, in buona fede, che i Costituenti che l’hanno scritta nel biennio 1946-1947 immaginassero di potere considerare lecito, anche ove fosse mai diventato materialmente possibile, separare in linea di principio la genitorialità dalla coppia? E su quali basi riposava per loro quest’impossibilità? Semplice: come attesta quello che hanno direttamente scritto negli articoli 29 e 30 della Carta, sul fatto che essi per primi hanno riconosciuto la preesistenza rispetto alla Costituzione di alcuni principi e non hanno minimamente pensato di potere farne a meno, o peggio stravolgerli.
Un potere enorme
Torniamo a noi, comunque. Qual è il problema ormai permanente della Corte costituzionale? Esso consiste nella più completa indisponibilità ad auto-limitarsi. La Consulta è stata provvista di un potere enorme, qual è quello di cancellare dall’ordinamento giuridico nazionale le leggi approvate dal Parlamento, promulgate dal presidente della Repubblica, fatte rispettare dal Governo e applicate dalla Magistratura. Di fronte ad una simile facoltà, l’autorità che ne risulta provvista ha due possibilità. O si limita ad esercitarla con il massimo scrupolo e nel più rigoroso rispetto dei limiti – espliciti e impliciti – da cui è circondata, o s’inorgoglisce e cerca di accrescerla.
La Consulta da molto tempo ha scelto la seconda strada. Dapprima, ha affiancato alle sentenze di accoglimento e di rigetto delle questioni di costituzionalità prospettate un terzo tipo di decisioni, le cosiddette sentenze interpretative o manipolative. Attraverso queste ultime, si è messa direttamente a riscrivere alcune leggi, dicendo che si potrebbero “salvare” solo se interpretate in un dato modo, ovvero con determinate aggiunte e sottrazioni. Peccato che togliere e aggiungere ad una legge significhi né più né meno fare il legislatore.
Poi, la Corte è passata addirittura a rivendicare giurisdizione sulla Costituzione e la corrispondente funzione costituente. Il suo rilevantissimo compito consiste nello stabilire se la legislazione ordinaria sia conforme alla Costituzione? E la Consulta lascia intendere di volere l’ultima parola anche sulla Costituzione, benché non sia chiaro come potrebbe riuscire a prendersela, ma non dubitiamo che una strada possa trovarla.
L’evanescente senso del limite
Ci sono anche degli aspetti tecnici e formali, nella disciplina del sindacato di costituzionalità e relativi alla natura ed alla composizione della Consulta, che istigano quest’ultima all’insofferenza nei confronti dei propri limiti. Ad esempio, avere previsto la possibilità di ricorso alla Corte costituzionale da parte di qualsiasi giudice comune (compresi i magistrati onorari, per capirci) è un’opzione probabilmente rivedibile. D’altra parte, il fatto che la Corte sia configurata appunto come tale, cioè come un organo giurisdizionale, radica una pretesa di riconoscimento della non-politicità del suo operato che non ha sostanziale fondamento.
Ad ogni modo, il senso del limite è come il coraggio manzoniano messo in bocca a don Abbondio: se uno non ce l’ha, non se lo può dare. Potremmo dire altrimenti che ciò che più conta non è quello che è scritto nei testi, ma l’aria che tutti respiriamo. Nel nostro Paese, è aria viziata dal particolarismo e dalla lamentata carenza del senso nazionale. Quest’ultima dipende da ragioni storiche e di costume sedimentatesi per secoli e che non è facile cambiare. Per certo, comunque, quando qualcuno indugia alla retorica delle magistrature come «contropoteri» si mette su un piano inclinato.
Rivoluzione antropologica a colpi di sentenze
Purtroppo, non possiamo guardare al futuro con ottimismo. Alle spalle, abbiamo la riscrittura da parte della Consulta della legge n.40/2004 sulla fecondazione assistita: il legislatore aveva vietato l’eterologa, la Corte l’ha ammessa. Adesso, ci confrontiamo con la sentenza che dice che il singolo che soddisfi certi requisiti può mettersi a fare il genitore (per ora adottante, tra un po’ chissà). Domani, teniamoci pronti alla depenalizzazione della gestazione per altri.
Una nuova antropologia s’impone a colpi di sentenze. Nella patria del diritto, forse non ci resta davvero che lasciare eleggere dal popolo i giudici, almeno quelli costituzionali.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







