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Silvia Romano, lieto fine su sfondo grottesco

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Silvia Romano: un lieto fine messo in scena in modo grottesco. Potremmo sintetizzare così l’epilogo della vicenda della cooperante milanese, liberata in Somalia il 9 maggio dopo 18 mesi di prigionia in mano ai jihadisti di Al-Shabaab. Si può parlare di esito felice solo perché la nostra giovane connazionale è rientrata sana e salva. La trattativa e il pagamento di un riscatto, quasi apertamente ammesso dalle autorità, non sono certo un buon viatico per la credibilità internazionale dell’Italia.

Si deve, invece, parlare di rappresentazione grottesca per la scena dello sbarco della giovane all’aeroporto di Ciampino in abiti islamici. E naturalmente per quanto ne è seguito, in termini non solo politici ma anche di malcostume civico e soprattutto mediatico. Anzitutto ricapitoliamo brevemente la vicenda, prima di vedere come il governo sia riuscito a sporcare il quadro che aveva contribuito a dipingere.

Servizi italiani e colleghi turchi

Silvia Romano, cooperatrice della onlus Africa Milele, era stata rapita il 20 novembre 2018 in Kenya. I locali criminali che l’avevano catturata agivano per procura. Infatti, l’ostaggio era stato subito girato al gruppo estremista somalo Al Shabaab. Il trasferimento verso la Somalia è stato affrontato dalla prigioniera anche attraverso interminabili tragitti a piedi. I rapitori, considerati terroristi dagli Stati Uniti e dai loro principali alleati, sono affiliati ad al-Qāʿida dal 2012. Puntano all’instaurazione della sharī‘a nello Stato somalo e sono avvezzi alle stragi, specie di cristiani.

La trattativa coi rapitori si è concretizzata a partire dal novembre scorso, quando si è avuta la ragionevole certezza che l’ostaggio fosse in vita. L’operazione, giunta a un punto di svolta il mese scorso, è stata condotta sul campo dagli agenti dell’Aise comandati dal generale Luciano Carta. Il buon esito della vicenda ha necessitato la cooperazione non solo dei servizi somali, ma anche dei buoni uffici della Turchia. Il paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan è infatti da tempo il principale partner somalo. Il contributo del Mit (servizi segreti turchi) è stato fondamentale per circoscrivere l’area su cui si trovava la prigione di Silvia Romano. L’operazione finale, comunque, è stata condotta dagli uomini dei nostri apparati di sicurezza.

Spiazzante esibizione sull’Islam

Sin qui, niente di speciale. I rapimenti a scopo di autofinanziamento sono una prerogativa abituale dei gruppi armati in Paesi dilaniati da guerre civili. Il pagamento di riscatti con fondi riservati a cura degli stessi servizi segreti pure. A differenza, fortunatamente, del caso di Giuliana Sgrena, la liberazione della Romano non ha implicato spargimento di sangue di nostri funzionari operativi. Qui però finiscono le circostanze ordinarie e cominciano, nostro malgrado, le dolenti note.

Il patatrac si è compiuto non appena Silvia ha rimesso piede sul suolo nazionale. Attesa da tutti i media, ha disceso i gradini dell’aereo presentandosi fra due degli agenti che l’avevano liberata rivestita del jilbab. Si tratta di un lungo abito femminile, proprio della tradizione islamica. Quello indossato dalla Romano era di colore verde. Dello stesso colore era il velo (hijab) che ricopriva il capo della cooperante. Una volta sbarcata, ad attenderla ha trovato oltre ai suoi familiari sia il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

Quando poi ha conferito con gli inquirenti, Silvia ha raccontato di essersi convertita all’Islam durante la prigionia, assumendo il nome di Aisha. Ha precisato di averlo fatto liberamente, dopo aver chiesto di sua iniziativa ai carcerieri di poter leggere il Corano. Ha detto anche di essere stata trattata bene. A coronamento della sorprendente vicenda, il giorno dopo su Repubblica un portavoce di Al-Shabaab ha confermato che il sequestro era a scopo estorsivo e che il denaro incamerato sarebbe stato impiegato a fini di armamento delle milizie jihadiste. L’intervista al quotidiano diretto da Maurizio Molinari sarebbe stata però smentita in queste ultime ore, sempre da fonti dell’organizzazione terrorista somala.

Polverone mediatico e pecche del Governo

Il resto è cronaca. Gli insulti dei “leoni da tastiera” sul web alla Romano, accusata di tradimento e fake news varie. Le polemiche politiche, con un deputato della Lega (Alessandro Pagano) che in Parlamento l’ha apostrofata come “neo-terrorista”. Le difese altrettanto interessate dalle altre parti politiche. Senza dimenticare l’indegna ressa di fotografi e cineoperatori sotto casa della ragazza a Milano al momento del suo rientro. E alcune minacce da ignoti, che comunque le forze dell’ordine prudenzialmente non si sentono di ignorare.

Il problema però, inutile girarci attorno, è stata la gestione mediatica delle modalità del rientro in Italia da parte del governo. Data la peculiarità della scelta di conversione alla religione e, così, in qualche modo alla cultura dei suoi carcerieri da parte della Romano, il suo rientro doveva avvenire in forma riservata. Anzitutto perché si trattava di proteggere la ragazza il più a lungo possibile dagli hater dei social media. Ma soprattutto perché le autorità italiane non avrebbero dovuto prestarsi a fare equivocare i risultati di un’operazione di grande rilievo dei nostri servizi di sicurezza. L’ostentazione della conversione all’Islam – fatto privatissimo di coscienza della persona interessata e, sia chiaro, assolutamente lecito – era una delle condizioni della liberazione? Le autorità italiane si erano in qualche modo impegnate in tal senso? Improbabile per non dire inverosimile, ma la sceneggiata di Ciampino dà adito purtroppo quasi ad ogni illazione.

L’improvvisazione di Conte e Di Maio

È l’improvvisazione dei vertici dell’Esecutivo ad aver propiziato una simile eterogenesi dei fini. Convinti di aver segnato un gran punto a proprio favore, Conte e Di Maio si sono presentati insieme a Ciampino. Inutile dire che la duplicazione delle presenze dei massimi vertici governativi si spiega con le dinamiche interne alla maggioranza e al Movimento 5 Stelle.

Mettendo però la faccia su un’esibizione così spiazzante e d’impatto mediatico tanto negativo, presidente del Consiglio e titolare della Farnesina l’hanno fatta grossa. E hanno messo in mezzo anche Silvia Romano, contribuendo a vittimizzarla una seconda volta. Avrebbero forse fatto meglio ad occuparsi di come disciplinare più seriamente le missioni dei cittadini italiani all’estero in luoghi non sicuri. Speriamo trovino modo, pur nell’emergenza pandemica, anche per fare questo.

 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

1 commento

  1. Bravo Corrado, come sempre hai fotografato perfettamente l’episodio e condivido in pieno la conclusione personale.

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