Simone Inzaghi: il “demone” piacentino della panchina lascia quella dell’Inter dopo 4 anni e un solo Scudetto vinto l’anno scorso (oltre a 2 Coppe Italia e 3 Supercoppe italiane). Il principale quotidiano sportivo nazionale, La Gazzetta dello Sport, lo stronca: è una critica di livello giornalistico, o qualcosa di più simile alle sparate da social? Ci facciamo la domanda perché provare a darle una risposta può servire a stigmatizzare anche un certo modo di fare comunicazione.
A scanso di equivoci, una premessa s’impone. Siamo consapevoli che il calcio, prima e più che uno sport, è un gioco. Praticandolo, dunque, si combatte contro gli avversari e non contro se stessi. Per cui la vittoria, anche nel calcio, è lo scopo del gioco e, in tale senso, la cosa più importante. Detto questo, proveremo a ragionare su come si fanno i bilanci dei risultati di Inzaghi e come si dovrebbero fare quelli sui percorsi compiuti per ottenerli.
Il dopo Conte e le difficoltà dell’Inter
Nell’estate 2021 Simone Inzaghi si era accomodato sulla panchina nerazzurra, appena lasciata libera con il consueto strascico di polemiche e incomprensioni da Antonio Conte. La successione al collega salentino non era banale, perché l’ex bianconero di campo e panchina aveva appena riportato lo scudetto all’Inter dopo 11 anni di attesa (l’ultimo era quello targato José Mourinho, nella stagione del “Triplete”).
C’erano poi altri due aspetti problematici: l’uno, atavico per l’Internazionale FC, e l’altro invece legato alle sue contingenze societarie. Il problema atavico dell’Inter – rispetto a chi come lei ha vinto di più, cioè Juventus e Milan – è la difficoltà nel cominciare a vincere e quella ancora maggiore nel ripetersi.
In 117 anni di storia, sono stati solo due i cicli importanti (entrambi legati alla famiglia Moratti): il quinquennio Mancini–Mourinho (iniziato con il titolo nazionale assegnato per squalifica delle due rivali storiche nel caso Calciopoli); e soprattutto quello della grande Inter di Helenio Herrera negli anni ’60 del secolo passato (3 scudetti, 2 coppe Campioni e 2 Coppe Intercontinentali, più un’altra semifinale e un’altra finale europee perse e l’unico spareggio scudetto mai disputato, vinto nel 1964 dal Bologna).
Per il resto, a parte il mini ciclo 1952-1953 degli assi Skoglund e Nyers, le vittorie dell’Inter sono state rapsodiche, cioè distanziate nel tempo. Magari da record, come quella di Trapattoni nel 1989 (58 punti su 68 disponibili), ma isolate, quasi a mettere alla prova la fedeltà dei tifosi.
Da Zhang a Oaktree: meno soldi e…
Il problema contingente dell’Inter che Inzaghi si è trovato ad affrontare è il tipo di proprietà della società. Il giovane presidente cinese Steven Zhang era già alle prese con le difficoltà di bilancio che lo avrebbero poi condotto, al termine della scorsa stagione, a perdere la proprietà del club, passato di mano al fondo statunitense Oaktree come pegno escusso di un debito non estinto. Le cessioni dell’esterno Achraf Achimi e del centravanti Romelu Lukaku, necessarie per fare cassa, erano state le motivazioni impugnate da Conte per lasciare Milano con un anno di anticipo sulla scadenza del suo contratto. Per il mister pugliese l’Inter era una squadra finita, destinata ad un drastico ridimensionamento dei risultati, conseguenza inevitabile di cessioni, mercati asfittici e contenimento degli ingaggi.
Pragmatismo emiliano
Simone Inzaghi non si è perso d’animo. E col suo pragmatismo tipicamente emiliano in 3 dei suoi 4 anni con la Beneamata è sempre andato a bersaglio. Nel 2021-2022, la Coppa Italia e la Supercoppa di Lega hanno minimamente lenito il rammarico per lo Scudetto perso a beneficio dei cugini del Milan, da cui i nerazzurri si sono fatti recuperare un bel po’ di punti di vantaggio, tre dei quali in pochi minuti dello sventurato derby di ritorno.
Nella successiva stagione 2022-2023, l’Inter ha bissato i due allori dell’annata precedente e, pure a fronte di una Serie A mai contesa al travolgente Napoli di Luciano Spalletti, ha raggiunto dopo 13 anni la finale di Champions League, dovendo però arrendersi (con onore e di misura) al Manchester City di Pep Guardiola.
La scorsa annata, 2023-2024, è stata quella (oltre che della terza Supercoppa consecutiva) del sospirato e trionfale 20° Scudetto, conseguito matematicamente proprio nel derby contro i rivali rossoneri, al termine del torneo staccati in classifica di 19 lunghezze.
Il 2025 del “vorrei ma non riesco”
La stagione che si è appena conclusa è stata, come detto, l’unica avara di vittorie per l’Inter di Inzaghi. In corsa su tutti i fronti sino alla fine, i nerazzurri sono stati prima eliminati dal Milan in semifinale di Coppa Italia; quindi hanno nuovamente dovuto cedere lo Scudetto al Napoli dell’ex Antonio Conte. Infine, lo scorso 31 maggio, hanno perso la seconda finale di Champions League disputata nell’arco di tre anni, annichiliti da un perentorio 5-0 rifilato loro dal Paris Saint-Germain di Luis Enrique, al termine di un match in cui i milanesi non sono mai entrati realmente in partita.
La Gazzetta dello Sport, di fronte a questi risultati in chiaroscuro e tenuto conto della scelta di Simone Inzaghi di lasciare Milano per l’Arabia Saudita (all’Al-Hilal percepirà, si dice, 50 milioni di euro in due stagioni), ha decisamente stroncato il tecnico piacentino: ha avuto più Inzaghi dall’Inter che l’Inter da Inzaghi; 2 scudetti buttati in 4 anni sono troppi, tenuto conto che allenava la squadra più forte; il gioco non è stato rinnovato nel tempo; la scelta di trattare con gli arabi prima di finire la stagione è stata deleteria; lo 0-5 di Monaco di Baviera contro i parigini è una macchia indelebile nella sua carriera e una disfatta storica per il club.
Luci e ombre da tenere insieme
Certamente i due campionati persi dall’Inter (2022 e 2025) pesano anche sul tecnico di San Nicolò a Trebbia. Troppe le occasioni in cui la squadra ha perso punti preziosi e alla portata, quest’anno addirittura spesso da situazioni di vantaggio. Più di un dubbio, in particolare, viene sulla gestione dei cambi in partita e su certe ostinazioni sul modulo di gioco (3-5-2), alla cui immodificabilità si è sacrificata l’esclusione di elementi di dubbia affidabilità in frangenti decisivi. La sconfitta senza giocare contro il Paris, infine, dev’essere messa in conto anche al mister, ben più delle dimensioni della débâcle.
Simone Inzaghi, però, conquistando l’accesso a due finali di Champions e la partecipazione al Mondiale per Club Fifa che comincia tra pochi giorni negli Usa, ha contribuito con i suoi giocatori (dall’età media più elevata della Champions League) a risanare largamente il bilancio dell’Inter. La vittoria di uno scudetto non è mai banale, men che meno per l’Inter. Inter che, anche e soprattutto grazie a Inzaghi, ha ritrovato dopo molto tempo una dimensione europea, non solo per avanzamento nelle competizioni ma anche per mentalità, gioco e capacità di sacrificio (finale del 31 maggio scorso a parte).
Ridurre tutto questo a dire che Inzaghi ha perso 2 scudetti e non ha vinto nessuna Champions è banale. E non lascia che due possibilità d’interpretazione: o l’arrendevolezza completa all’approssimazione della comunicazione al tempo dei social, o una strategia a favore (o a sfavore?) dell’Inter mal dissimulata. Nessuna delle due in qualunque declinazione ci pare all’altezza della tradizione del nostro giornalismo sportivo.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







