Sondaggi politici: la notizia è che la super-media Agi/Youtrend di vari rilevamenti demoscopici, a cura di Lorenzo Pregliasco, ha attestato una percentuale maggiore di consensi dell’1% (45,6 contro 44,6) alla sommatoria delle forze politiche di centrosinistra (Partito democratico, 5 Stelle, Avs, Italia Viva e +Europa) rispetto a quelle di centrodestra (Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati). Per Nando Pagnoncelli di Ipsos, sondaggista del Corriere della Sera, il distacco a favore delle sinistre sarebbe più basso (0,5%), a condizione però di includere nell’attuale maggioranza i seguaci del generale Roberto Vannacci (Futuro Nazionale), accreditati di oltre il 4%. Diversamente, per Ipsos l’attuale opposizione si troverebbe con un vantaggio anche maggiore, superiore appunto ai 4 punti percentuali.
Confrontando le due rilevazioni, si nota qualche scostamento abbastanza significativo. Se per Youtrend la Lega si attesterebbe ancora al 7%, a sentire Ipsos non raggiungerebbe il 6% (5,8). Anche il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni è dato più alto da Pregliasco (28,2%) che da Pagnoncelli (26,2%). Il Pd è saldamente seconda formazione in assoluto (tra il 22,4 e il 22,3%). Ipsos dà più consensi sia al Movimento (14,3%) che a Forza Italia (9%) di quanto non faccia Youtrend (rispettivamente 12,8% e 8,2%). Vannacci è sottostimato da Pregliasco rispetto a Pagnoncelli di oltre mezzo punto (3,4% contro il già citato 4,1%).
Campo largo e l’antipatia per Trump
Celebrazione non più che agrodolce, insomma, per il governo Meloni che lo scorso 2 maggio è diventato il secondo più longevo dell’Italia repubblicana. Con i suoi 1.288 giorni in carica, infatti, ha superato il Berlusconi IV (di cui l’attuale premier faceva parte come ministro senza portafoglio della Gioventù) e mette nel mirino il più duraturo di sempre, il Berlusconi II (1412 giorni). Durare conta? In un Paese che ha avuto 68 governi in meno di 80 anni di regime, qualcosa conta, anche se sarebbe meglio che non fosse così.
Ad ogni modo, un beneficio sicuro della continuità di governo è la riconoscibilità politica e personale all’estero. Il vantaggio si apprezza soprattutto in frangenti internazionali turbolenti come quelli attuali. Purtroppo per Meloni, l’ambizione di potere lucrare per sé e il Paese i dividendi di una certa solidarietà ideologica con l’amministrazione repubblicana degli Usa è stata cocentemente insoddisfatta dalla strategia del continuo scarto e rilancio di Donald Trump.
Molti, anzi, pensano che lo scacco del referendum costituzionale sulla magistratura perso poco più di un mese fa e l’attuale perdita di consenso attestata dalla più parte dei sondaggi dipendano proprio dall’identificazione fatta dagli italiani tra l’inquilina di palazzo Chigi e l’impopolare tycoon della Casa Bianca. Noi pensiamo che non si tratti solo di questo, lo abbiamo scritto più di una volta: le italiane e gli italiani, benché se ne lamentino apertamente, in cuor loro non disprezzano l’instabilità politica, perché frequenti cambi di governo e mai due legislature consecutive dello stesso segno rendono ancora più arduo governarci. Vedremo se nel 2027 saremo smentiti.
Troppa incertezza su molte variabili
Torniamo comunque ai sondaggi, per fare qualche considerazione generale al loro riguardo. Anzitutto, rileviamo che parlare di elezioni quando manca ancora almeno un anno al loro svolgimento, non si conoscono le alleanze ed è ignota persino la legge elettorale con cui si voterà, significa dare corpo a speranze anziché fare ragionevoli previsioni. Questa nota, infatti, fa il paio con la seguente: i sondaggi servono a produrre determinati risultati cari ai committenti, almeno altrettanto quanto non servano a provare effettivamente a predirli. Piuttosto, ipotizzare il ribaltone nella prossima legislatura è un azzardo calcolato sulla base dell’insofferenza nazionale per la continuità a cui abbiamo appena accennato.
Un discorso a parte, benché sia necessariamente collegato alla perdurante indeterminatezza sulla legge elettorale con cui si voterà, riguarda la stima di Azione di Carlo Calenda e Futuro Nazionale di Vannacci. Le due fonti demoscopiche che abbiamo riportato sono concordi nel considerare la formazione dell’ex ministro fuori dal campo largo progressista. Tuttavia, nei giorni scorsi, l’ideatore della formazione liberaldemocratica ha dichiarato che, ove i progressisti pensassero di farsi guidare dall’attuale sindaco di Genova, Silvia Salis, lui e i suoi potrebbero aprire un’interlocuzione con il centrosinistra.
Francamente, ci sembra che si tratti di una provocazione e nient’altro. Salis non è nemmeno iscritta al Pd e Calenda, che rimprovera a Elly Schlein di rimanere appesa a Giuseppe Conte, dice di preferire una candidata civica per antonomasia come un sindaco al segretario del maggior partito dello schieramento? Salis, poi, sarà anche una buona amministratrice (governa la sua città da meno di un anno, peraltro), ma dove e come si legittimerebbe quale leader di coalizione e aspirante capo del governo? Calenda vorrebbe dettare legge in base alle sue idee che ovviamente considera buone, ma in politica contano anche e soprattutto i voti.
Gli esperimenti alla Vannacci e l’elettorato
Quanto a Vannacci, a suo tempo mettevamo in guardia dal rischio che si rivelasse il proverbiale “amico del giaguaro”, cioè che fosse di fatto in sintonia col «mondo al contrario» che stigmatizzava a parole. Adesso che è sceso dal treno leghista che aveva preso con destinazione Strasburgo e si è fatto il suo solito partitino per gemmazione nel Parlamento italiano (dichiarando come propri deputati e senatori fatti eleggere da altri sotto le loro insegne e i loro programmi), punta a passare all’incasso in patria.
Spera di essere determinante per fare avere ancora la maggioranza al centrodestra nella prossima legislatura, lucrando una rendita di posizione. Non può essere come il centro, non condividendone la stessa ampiezza dei margini di manovra, ma qualcosa conta di potere fare. Sarebbe a dire? Se per assurdo diventasse il capo del centrodestra, schiererebbe l’Italia con la Russia? Ovvero, più probabilmente non meno che grottescamente, proverebbe come la grande stampa a fare credere che Trump e Putin siano alleati, per cui direbbe che l’Italia può tranquillamente continuare a fare il satellite degli Stati Uniti?
Non sappiamo se ci sia e quale eventualmente possa essere un rimedio di ingegneria elettorale utile a penalizzare il più possibile, vale a dire sterilizzare operazioni di questo tipo. Senz’altro, però, ove ci fosse e dovesse essere efficace, secondo noi dovrebbe assolutamente trovare posto in qualsiasi ipotesi di nuova legge elettorale. Non ci illudiamo, in ogni caso: finché esperimenti di questo tipo, del tutto auto-riferiti, troveranno riscontri popolari – cioè suffragi, voti – anche per pochi che dovessero essere, vorrà dire che l’andazzo della politica politicante ci starà ancora bene.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







