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Stati Uniti, dall’attentato a Trump all’addio di Biden per Harris: il luglio che ha sconvolto l’America

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Il Truman Balcony della Casa Bianca, residenza del presidente degli Stati Uniti

Stati Uniti: il luglio del 2024 è già entrato nella storia. Prima il fallito attentato all’ex presidente e candidato repubblicano Donald Trump, poi il getto della spugna di Joe Biden nella corsa per restare alla Casa Bianca con l’arrivo sulla scena di Kamala Harris in nome dei colori democratici, hanno terremotato la democrazia americana. In tempi di continua rincorsa agli eccessi in tutto il mondo, gli Stati Uniti, a lungo patria per eccellenza dell’esagerazione, non vogliono abdicare alla loro leadership neanche in questo campo.

Bisogna ammettere che già la campagna presidenziale del 2020 e il suo strascico para-insurrezionale dell’Epifania del 2021, con l’assalto a Capitol Hill dei Maga arrabbiati per la sconfitta di Trump, avevano marcato un significativo downgrade della democrazia a stelle e strisce. Il ritorno della violenza politica nelle forme dell’attentato alla vita di un ex e potenzialmente nuovo presidente e il caos per la designazione dell’altro candidato alla Casa Bianca rappresentano, oggi, in parte echi di un passato che si sperava definitivamente archiviato e in parte terreni ampiamente inesplorati. Proviamo a raccapezzarci un po’ in questa situazione quantomai tesa ed ingarbugliata.

L’attentato al tycoon 

Cominciamo dall’inizio più prossimo, che è necessariamente il tentativo di assassinio di Trump da parte di Thomas Matthew Crooks, lo scorso 13 luglio a Butler, in Pennsylvania, durante un comizio. La personalità dell’attentatore, freddato dai cecchini del Secret Service subito dopo avere ferito solo di striscio l’ex presidente ed avere ucciso un uomo e ferito gravemente altre due persone, sembra quella classica dello squilibrato. Questo, però, non spiega ciò che più conta in questa storia.

Le immagini e le ricostruzioni della pianta dell’area all’aperto in cui è avvenuta la sparatoria sono impietose, nell’inchiodare il sistema di sicurezza alle sue responsabilità. C’erano solo due punti dai quali si poteva tirare sul podio da cui parlava Trump: su uno dei due trovavano posto i cecchini che hanno poi eliminato lo sparatore nel giro di qualche secondo, sull’altro c’era appunto l’attentatore. Gli agenti della polizia locale, cioè statale (della Pennsylvania), avevano ricevuto più di una segnalazione dal pubblico circa la presenza sulla tettoia di un individuo intento ad armeggiare con un’attrezzatura idonea alla mira. Un poliziotto, pare, avrebbe provato ad intimargli di scendere, ma avrebbe desistito dopo essere stato minacciato a mano armata dallo stesso Crooks.

Infine, a sentire gli analisti di sicurezza interpellati dai media degli Stati Uniti dopo il fattaccio, non sorprenderebbe che i cecchini abbiano fulminato l’attentatore solo dopo che questi aveva esploso i suoi colpi e fatto la sua vittima, anche se diversa rispetto a quella desiderata. Infatti, il cecchino non militare avrebbe questa regola d’ingaggio: reagire al fuoco e non prevenirlo.

Il disastro della sicurezza

L’impressione lasciata dagli apparati di sicurezza in occasione dell’attentato del 13 luglio è di assurdità e, come minimo, di grottesco dilettantismo. Preso atto dell’inevitabile assunzione di responsabilità da parte della direttrice del Secret Service, Kimberly Cheatle (che si è infine dimessa ieri), che analisi siamo per molti versi obbligati a fare?

È semplice: Donald Trump, benché sia stato presidente degli Stati Uniti per un mandato, è percepito come talmente estraneo all’establishment e le sue proposte sono talmente invise al mainstream politico e mediatico interno ed internazionale, da fare ritenere che persino la sua eliminazione fisica sarebbe tutto sommato preferibile al suo ritorno al potere. La probabilità di ciò, ancorché presunta dal tycoon prima del 13 luglio, si è tramutata in certezza in occasione dell’attentato a Butler. C’è differenza tra immaginare e sapere, tra presumere e portare addosso i segni dell’esperienza. Se Trump era un radicale già prima, è difficile dire se avere rischiato la pelle finirà per moderarlo, ovvero lo caricherà ulteriormente. I segnali dei primi giorni sono contrastanti, perché alla retorica unitiva del Paese si è subito aggiunta quella pseudoreligiosa della sopravvivenza miracolosa per un ritenuto intervento divino protettivo (“I had God on my side”).

La tendenza all’esasperazione dei conflitti e l’intolleranza verso le altrui idee ed opinioni si aggravano. E, bisogna ben dirlo, Trump non è la prima vittima di violenza fisica in nome della sua violenza verbale: il paradosso si conferma una regola ferrea.

Il passo indietro

Se Atene piange, Sparta non ride: si diceva così nell’antica Grecia e altrettanto può predicarsi dei due partiti degli Stati Uniti. I tiri di Crooks hanno finito per risparmiare Trump, ma a stretto giro a cadere (politicamente) è stato Joe Biden. Il presidente, attorno all’ora di pranzo di Washington del 21 luglio, ha infine gettato la spugna, annunciando nell’interesse della Nazione la propria rinuncia a correre per un secondo mandato. La convention democratica, in programma a Chicago dal 19 al 22 agosto, incoronerà la sua vicepresidente Kamala Harris, alla quale il capo della Casa Bianca ha subito assicurato il suo appoggio (endorsement) via web. A seguire, la classe dirigente democratica ha fatto lo stesso, in testa i coniugi Clinton e Nancy Pelosi, l’ex speaker della Camera dei rappresentanti e, si dice, vera eminenza grigia capace di piegare la resistenza di Biden sulla trincea del mantenimento della candidatura.

Le ipocrisie dei Dem

Donna, afroamericana, già in ticket con il presidente uscente e così, ad un tempo, legittima erede dei suoi fondi elettorali (anche se la circostanza è contestata dai Repubblicani in diversi Stati) e padrona di tutti i dossier, Harris è una scelta sostanzialmente obbligata per i Dem. Democratici che, però, dovrebbero recitare diversi mea culpa, anche se naturalmente non lo faranno, con la scusa: “A la guerre comme à la guerre”. L’ipocrisia, con cui hanno prima negato e poi coperto la sostanziale inadeguatezza originaria e la completa incapacità sopravvenuta di Biden per ragioni di salute a disimpegnare la più grande responsabilità nazionale, è sfrontata. Averlo prima istigato ed avergli poi tenuto bordone nell’arrivare a ridosso del conferimento della nomination, dopo la vittoria nelle primarie, prima di ritirarsi, è il colmo oligarchico per chi ha l’ardire di chiamarsi democratico. Sono stati i clan (anche ma non solo familiari), versione americana delle nostre correnti, ad avere deciso il candidato democratico alle Presidenziali 2024. Nelle ultime ore, si parla di possibili nuove mini-primarie, ma si tratterebbe comunque di una foglia di fico posticcia.

La pantomima dei sondaggi

Nel frattempo, è partita la pantomima dei sondaggi, i quali, si sa ormai, servono a provare ad orientare le scelte almeno quanto a fotografarle. Si può sentire che il 61% degli americani non voleva la ricandidatura di Biden, mentre, due giorni dopo, la sua vicepresidente di 4 anni e tuttora in carica sarebbe appena sotto, o pari, o addirittura qualche punto sopra Trump? Se volete la nostra, non credete al 61% di chi non avrebbe voluto Biden: se questi si fosse comunque ricandidato, non avrebbe certo perso col 39%. Anche Harris se la giocherà con Trump per poche migliaia di voti negli Stati in bilico (swing States).

Una faglia nella democrazia 

Il nostro auspicio è che, di qui al 5 novembre, negli Stati Uniti si escludano le contestazioni della legittimità, della moralità e della dignità dei due candidati e ci si concentri, limitandosi, sui loro programmi. Diversamente, la faglia nella democrazia americana si approfondirà e le sue conseguenze saranno assai pericolose per gli equilibri già precari del mondo intero. Le prime scintille tra Trump e Harris (a suon di “pazza” e “truffatore”) inducono a ragionevole pessimismo.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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