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Lo stupro di Ancona e la sentenza shock: se sei brutta non è vero

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Stupro ad Ancona: come mai il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso di mandare gli ispettori nel capoluogo marchigiano? Partiamo dal 2015, quando una 22enne peruviana denuncia una violenza sessuale da parte di un connazionale coetaneo, mentre un altro faceva da palo.

Nel luglio 2016 il Tribunale di Ancona condanna entrambi per violenza sessuale, il primo a 5 anni e il palo a 3. La sentenza però viene ribaltata in appello con una decisione sorprendente. Che deflagra per i suoi contenuti solo quando lo scorso 5 marzo la Cassazione annulla il verdetto di secondo grado. E rimette le parti in causa alla Corte d’appello di Perugia, che dovrà riesaminare l’intera vicenda.

Ordinaria amministrazione, se non fosse che la Cassazione si concentra su una serie di affermazioni della motivazione della sentenza di secondo grado che fanno sobbalzare sulla sedia. E che ad Ancona hanno scatenato pure alcune manifestazioni di piazza contro il verdetto di assoluzione.

La scaltra peruviana

La sentenza d’appello – redatta oltretutto da un collegio interamente femminile – parte ritenendo non credibile il racconto della parte offesa, definita una «scaltra peruviana». Secondo i giudici di Ancona, la donna non sarebbe credibile perché «troppo brutta» per aver subito una violenza sessuale.

Al giovane, scrivono ancora testualmente i giudici d’appello, «la ragazza neppure piaceva, tanto da averne registrato il numero di cellulare sul proprio telefonino con il nominativo di “Nina Vikingo”, con allusione a una personalità tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare».

Stupro: la prova dell’ago

Molti anni fa un avvocato aveva difeso uno stupratore con un singolare esperimento. Aveva chiesto al presidente del tribunale di infilare un filo nell’ago tenuto dallo stesso difensore. Il presidente, un po’ stupito ma incuriosito, si appresta ad eseguire l’operazione quando il difensore si mette ad agitare l’ago. Spazientito il presidente sbotta: «Ma se lei non sta fermo!». «Appunto», risponde il leguleio (che non appare altrimenti definibile) tornando al suo posto.

Cosa voleva dimostrare? Che lo stupro è impossibile senza il consenso della parte offesa. La stessa linea del «se l’è andata a cercare», che si pensava ormai definitivamente abbandonata nelle aule di giustizia per la violenza sessuale.

Ispettori ad Ancona

La discriminazione su reati del genere, stavolta di natura estetica, se già è difficilmente accettabile da parte di chi nell’esercizio della difesa tende a sostenere qualunque tesi favorevole all’imputato, diventa però spaventosa quando è utilizzata dal giudice, “terzo” per definizione. Incredibile poi se il giudice “terzo” che deve decidere su un caso di stupro è declinato al femminile.

Ma non facciamoci illusioni. L’ispezione di Bonafede porterà a poco. Non si troveranno segreti inconfessati in quel di Ancona. Solo giudici molto discutibili e lontani anni luce dalla realtà di tutti i giorni.

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