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Il Sud arranca tra disoccupazione, emergenza sociale e giovani in fuga

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Il Sud arranca tra disoccupazione, emergenza sociale e giovani in fuga. A delineare il quadro di grande difficoltà ed incertezza che continua a vivere il Meridione è l’ultimo report dello Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Partiamo dal lavoro. La ripresa occupazionale proseguita anche nel 2017 è debole e precaria. Nel Mezzogiorno è aumentata di 71mila unità (+1,2%) e di 194mila nel Centro-Nord (+1,2%). Ma al Sud è ancora insufficiente a colmare il crollo dei posti lavoro che c’è stato durante la crisi. “Nella media del 2017 infatti l’occupazione nel Mezzogiorno è di 310mila unità inferiore al 2008. Mentre nel complesso delle regioni del Centro-Nord è superiore di 242mila unità”.

Nel corso del 2017 l’incremento dell’occupazione meridionale è da attribuire “quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61mila, pari al +7,5%). Mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%)”. Con una brusca frenata di questi ultimi “rispetto alla crescita del 2,5% nel 2016. Il che dimostra che stanno venendo meno gli effetti positivi degli sgravi contributivi per le nuove assunzioni al Sud”.

Giovani sfavoriti

Oltretutto, in questi anni si è ridefinita profondamente la struttura occupazionale a sfavore dei giovani, come dimostra l’invecchiamento della forza lavoro occupata. “Il dato più eclatante è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470mila unità)”.

Negli ultimi 16 anni, sottolinea il report, hanno lasciato il Mezzogiorno un milione e 883 mila residenti. “La metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800mila non sono tornati. Anche nel 2016, quando la ripresa economica ha manifestato segni di consolidamento, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 131mila residenti”.

Sud e allarme sociale

Per lo Svimez il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è quasi raddoppiato tra il 2010 e il 2018, passando “da 362mila a 600mila (nel Centro-Nord sono 470mila). Il numero di famiglie senza alcun occupato è cresciuto anche nel 2016 e nel 2017, in media del 2% all’anno, nonostante la crescita dell’occupazione complessiva, a conferma del consolidarsi di aree di esclusione all’interno del Mezzogiorno, concentrate prevalentemente nelle grandi periferie urbane”.

E si tratta di sacche “di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. In questo contesto diventa preoccupante l’aumento del fenomeno dei working poors. E cioè “la crescita del lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario. È una delle cause, in particolare nel Mezzogiorno, per cui la crescita occupazionale nella ripresa non è stata in grado di incidere su un quadro di emergenza sociale sempre più allarmante”.

Cittadini dai diritti limitati

Ma non basta. “Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”.

Sud e crescita economica

L’anno scorso il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa con il Pil in crescita dell’1,4% (+1,5 nel Centro-Nord). Ma in un contesto di grande incertezza e senza politiche adeguate il Sud rischia di frenare. Già quest’anno il suo Pil dovrebbe salire solo dell’1% (+1,4 nel Centro-Nord). E nel 2019 il tasso di crescita potrebbe attestarsi allo 0,7% (+1,2 nel Centro-Nord). Un dimezzamento nel giro di due anni che danneggerebbe anche il resto del Paese. Basti pensare che secondo lo Svimez “20 dei circa 50 miliardi di euro di residuo fiscale trasferito alle regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi”.

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