Superlega europea di calcio: blitzkrieg respinta con perdite. La sortita tentata da 12 dei principali club del gioco di squadra più amato sul Vecchio continente è andata male. O, almeno, così sembra; nel senso che, mediaticamente parlando, si è risolta in una figuraccia. L’inizio era già stato segnato da due defezioni rilevanti, quelle di PSG e Bayern Monaco. In 48 ore, poi, si sono sfilati quasi tutti e Andrea Agnelli, uno dei promotori dell’impresa col madridista Florentino Perez, ha dovuto alzare bandiera bianca: progetto sospeso. Niente di strano, sul piano sostanziale: che potesse essere una tecnica per trattare con le istituzioni sportive da una posizione rafforzata, era risaputo.
Quello che forse non si sarebbe detto era che, ahinoi ancora nel pieno della pandemia da Covid, il mondo dell’informazione ribaltasse la scaletta, mettendo la questione Superlega in testa ai sommari. E soprattutto, che la politica reagisse a brutto muso, nonostante sia ovunque impegnata a sbrogliare ben altre matasse. Ma da dove è partita l’immediata riscossa istituzionale? Guarda caso, dall’Inghilterra: che è anche, per inciso, la patria di metà delle società di calcio ribelli dell’Uefa. I Britannici amano sempre mettersi al centro dell’attenzione. Bisogna ammettere, però, che ci sanno anche fare.
Dal calcio romantico a quello commerciale
La questione è ormai molto risalente. Da quando il gioco del calcio professionista ai massimi livelli ha preso la via della spettacolarizzazione televisiva, la spirale dei suoi costi non ha cessato di montare. Il calcio, comunque, non è mai stato l’affare principale degli imprenditori coinvolti: da sempre, è un mezzo per promuovere il loro nome e i loro brand. In passato, l’ingresso in questo settore è servito ai proprietari di club anche per ottenere vantaggi fiscali. Oggi, le cose sono molto cambiate. Le proprietà, salvo alcune ancora localmente o familisticamente radicate (come Real Madrid e Barcellona da una parte e Juventus dall’altra), sono sempre più distaccate dal rapporto con la tifoseria e interessate solo al business finanziario. E quest’ultimo si esaurisce o quasi nello sfruttamento dei diritti d’immagine.
Per questo, la commercializzazione del prodotto tende a prevalere sul merito sportivo e su altri aspetti, come la fidelizzazione del pubblico dei sostenitori e la funzione di rappresentanza tradizionale e di coesione sociale di questo gioco. È chiaro che partite tra squadre forti, con cospicue tradizioni di vittorie e capaci di schierare i migliori calciatori del momento, sono pagate di più dagli investitori pubblicitari, perché sono più viste dal pubblico. Questo bisogno di trasmettere sempre più partite in tv aveva già snaturato la massima competizione continentale: la vecchia Coppa dei Campioni è diventata Champions League dalla stagione 1992-1993. Dall’eliminazione diretta si è passati ai turni preliminari e ai gironi e sono state ammesse fino alle quarte classificate dei migliori campionati nazionali.
La mossa sbagliata, tra azzardo e contraddizioni
Negli ultimi anni, a fronte di un calo medio dell’interesse del pubblico (specie di quello giovanile), le esigenze commerciali richiedono non solo un gran numero di partite internazionali, ma anche la massimizzazione della loro spettacolarità. Insomma: niente squadre che, nelle loro divisioni nazionali non sono al vertice; non parliamo di quelle che possono oscillare fra parte sinistra e parte destra della classifica. La pandemia, con la cancellazione degli introiti dei biglietti (fonte di sostentamento già recessiva), ha spinto Milan, Inter e Juventus per l’Italia, Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid per la Spagna e Liverpool, Manchester United, Chelsea, Arsenal, Manchester City e Tottenham per l’Inghilterra a tentare la secessione.
La mossa era segnata da pretese a dir poco esagerate e contraddittorie. Intanto, molti dei tesserati dei club si sono subito clamorosamente dissociati dall’iniziativa, portandosi dietro il tifo organizzato e non. Possibile che le società non abbiano prima fatto digerire la proposta ai loro uomini? Quanto alle pretese, l’idea di continuare a giocare i campionati nazionali e fare contemporaneamente concorrenza alla Champions e all’Europa League era buffa: l’Uefa, che organizza queste ultime, non raggruppa forse anche le federazioni nazionali? E la Fifa (la federazione mondiale) avrebbe forse potuto tacere? E poi, ultimi in ordine d’intervento ma assolutamente non per importanza, bisognava tener conto dell’opposizione dei politici e, nel caso dei Paesi più seri e strutturati, specialmente dei governi.
Caso che si è puntualmente verificato in Inghilterra, dove il vulcanico primo ministro Boris Johnson ha subito seppellito le velleità scissionistiche dei club di casa sotto una minaccia di ritorsioni normative a tutto campo. Risultato: le squadre inglesi sono state le prime, ad una ad una, a capitolare. E si sono tirate dietro tutte le altre, nell’abbandono del progetto Superlega prima ancora che esso si concretizzasse.
I guai dei bilanci e la lezione britannica
Il flop di questa proposta di Superlega non cancella i problemi e gli appetiti dei maggiori club calcistici europei. Quello che vogliono, come ha lasciato intendere ieri il presidente della Juventus Andrea Agnelli in un’intervista a Repubblica, è più soldi dall’Uefa, con cui la trattativa riprenderà. In pratica, vorrebbero trattare per conto proprio gli incassi derivanti dalla commercializzazione dei diritti d’immagine della Champions e non, come ora, vederseli girare dalla federazione, che li distribuisce fra 45 società. Il problema, insomma, è la spartizione della torta con i club di minor peso. A quanto pare, però, di un’autocritica sull’inflazione parossistica del monte-ingaggi, frutto dell’esasperazione dei diritti individuali e dell’interposizione degli agenti procuratori tra calciatori e società, non pare esservi traccia, per il momento.
Il mondo dell’informazione, come si diceva all’inizio, ha forse spiazzato gli scissionisti, che magari pensavano di veder passare in cavalleria la notizia della Superlega, silenziata dal quotidiano bollettino di contagi, decessi e vaccini. È stata, però, la politica a richiamare i club calcistici più prestigiosi e facoltosi a due esigenze essenziali: il rispetto delle regole (almeno quelle di cornice) e il rispetto del popolo (in questo caso, quello dei tifosi e degli appassionati). E la riscossa pubblica è partita dall’Inghilterra. Come quando 35 anni fa, dopo aver creato il problema degli hooligans, culminato nella tragedia dell’Heysel, lo risolse facendo squalificare le proprie squadre, oggi il Regno Unito ha fatto battere in ritirata gli scissionisti dell’Uefa. In nome del patriottismo e della sportività: temi sui quali, ammettiamolo, può ancora insegnare a molti.
Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.







