Giovanni Toti, recentemente confermato governatore della Liguria a furor di popolo (56,13% di voti validi), è al centro di una bufera social per le sue “incaute” dichiarazioni sugli anziani.
Parlando degli ultimi 25 morti di Covid in Liguria, Toti (o chi per lui) ha scritto tra l’altro in un post sulla sua pagina Facebook: “Solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Sono proprio i nostri anziani i più colpiti dal virus e sono quelli che vanno tutelati di più: si tratta di persone spesso in pensione, che non sono indispensabili allo sforzo produttivo del Paese ma essendo più fragili vanno salvaguardate in ogni modo”.
Dopo i primi commenti irati e la solita valanga di insulti, Toti prova a correggere il tiro: “I nostri anziani sono i più colpiti dal virus, persone spesso in pensione che possono restare di più a casa e essere tutelate di più”, aggravando la situazione. Infine, in un terzo post si scusa per “una cosa malfatta”.
Toti non dà i numeri
Ma ha così torto? Partiamo dalle cifre, premettendo che chi scrive ha 65 anni. Secondo un recente rapporto Ispi (Istituto Studi Politica Internazionale) sia in Italia che nel resto del mondo l’82% dei deceduti per Covid aveva più di 70 anni e il 94% aveva più di 60 anni. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità “al 28 ottobre 2020 sono 420, dei 37.468 (1,1%), i pazienti deceduti SARS-CoV-2 positivi di età inferiore ai 50 anni”.
Questi dati danno perfettamente ragione al 52enne Toti, che, semmai, è stato un po’ brutale nella sua comunicazione. Dati che vanno inquadrati nella situazione generale.
Quale Lockdown in Italia?
L’ulteriore considerazione da fare è infatti che la curva dei contagi e l’indice Rt (indice di trasmissibilità dell’infezione, oggi all’1,7%) continuano a salire. Come sale – con una minima tendenza alla stabilità – il numero dei contagiati (da tre giorni attorno ai 30mila).
Non possiamo attendere gli effetti dell’ultimo Dcpm sui numeri della pandemia, dato che, a detta di molti, è stato fin troppo blando. Le altre nazioni europee (Francia, Regno Unito, Germania, Spagna, Belgio) sono in lockdown o stanno pensando di ripristinarlo. Ma da noi, a detta di molti se non di tutti, un lockdown simile a quello della scorsa primavera sarebbe oggi improponibile.
Principalmente per tre motivi: “Non ce lo possiamo permettere” perché sarebbe eccessivamente oneroso per il bilancio dello Stato; i cittadini che non si sono sentiti supportati nel precedente blocco temono – a ragione – che lo Stato si comporterebbe nello stesso modo anche oggi; il fronte unito dei cittadini spaventati dalla pandemia, che ha retto molto bene la prima volta, oggi è molto frammentato; e rischieremmo di trovarci nella stessa situazione di qualche giorno fa, con molte piazze in rivolta, magari moltiplicata dieci volte.
Il Governo Conte sta pensando ad un inasprimento dell’ultimo Dcpm senza tornare ad un lockdown come quello di marzo-maggio. E allora? Allora si pensa a zone rosse limitate ai luoghi più provati, anche se ci ricadrebbe probabilmente quasi tutta la Lombardia, cuore pulsante dell’economia italiana.
Sarebbero della partita Roma e la Campania, il cui governatore De Luca ha già espresso il suo dissenso. Sarebbe un lockdown con scuole aperte (ma istituti superiori e università chiuse); e aperti sarebbero i luoghi di lavoro o almeno la maggior parte.
A morire sono i vecchi
A questo punto torniamo sulle considerazioni di Toti, che ci convincono come ci convincono le drammatiche statistiche riportate prima: di Covid muoiono soprattutto i vecchi.
Secondo l’Istat gli Italiani che hanno superato gli 80 anni sono il 7% della popolazione. Il 10% sono tra i 70 e gli 80 (e siamo al 17%). Tra i 65 e i 70 c’è il 5,8% che porta la nostra cifra al 22,8%, quasi un Italiano su 4. Se dovessimo aggiungere la fascia di età tra i 60 e i 65 (il 6,5%) avremmo un totale vicino al 30% della popolazione.
Tutti pensionati?
Con qualche distinguo: se è vero com’è vero che questo 30% ha visto la stragrande maggioranza dei decessi per Covid, è altrettanto vero che molti anziani sono ancora nel mondo del lavoro, o perché non ancora pensionati o perché, pur pensionati, continuano a lavorare per mille e uno motivi.
Moltissimi di loro sono lo scudo sociale per i figli che lavorano; sono allo stesso tempo gli asili nido di ultima istanza, la Cassa integrazione non pervenuta, la firma in banca per i debiti di figli e nipoti. Dunque, tra l’anziano ricoverato (e a volte dimenticato) nella casa di riposo e l’anziano che lavora, fa la spesa per i figli e fa da baby sitter c’è una bella differenza.
Non solo: “proteggere” gli anziani vorrebbe dire anche non farli interagire con figli e nipoti, dato che, per l’Istituto Superiore di Sanità, la pandemia oggi si diffonde più nelle famiglie che fuori, mettendo soprattuto a rischio quelli che convivono coi figli e i nipoti.
Non nel mio giardino
Difficile la scelta che compete nei prossimi giorni al Governo: ma, tra le altre misure, la scelta della clausura per gli anziani potrebbe essere in campo. Quanto potrà essere efficace lo abbiamo già visto. Quanto sarà dolorosa lo possiamo solo immaginare.
Del resto noi Italiani siamo famosi per i sì, “ma non nel mio giardino”. Giusto ridurre la mobilità sociale, ma no alla chiusura di bar, ristoranti, palestre e cinema. Giusta la scuola a distanza purché non riguardi mio figlio.
Giusto lo smart working purché non riguardi gli impiegati del mio Comune, sennò come faccio a rinnovare la carta d’identità. E sì pure al lockdown in Lombardia, ma se dovesse interessare anche Piacenza (che ha indici di contagio molto più alti del resto dell’Emilia-Romagna e superiori anche alle lombarde Cremona e Pavia) per carità, no di certo.
E naturalmente, va benissimo il confinamento degli anziani, “così posso portare mio figlio dai nonni, che sono sicuro saranno sempre in casa”.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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