Trasformismo, ribaltone, inciucio. Le anime belle che da giorni si ostinano a ripetere questo mantra sul Conte 2 si possono mettere il cuore in pace. Questa pratica politica è parte dell’italico Dna fin dalla culla, se non da prima dell’Unità.
Cavour e soci
Nel 1852, cioè 9 anni prima della proclamazione del Regno d’Italia, il trasformismo si era già manifestato. All’epoca si chiamava “Connubio”, il regista si chiamava Cavour che era riuscito ad unire la parte più progressista dei deputati della destra con la parte più moderata della sinistra di Urbano Rattazzi, per poter attuare rilevanti riforme.
Poi, fin dall’Unità, entra nel Dna del Parlamento regio: già i governi della destra storica, al potere dal 1861 al 1876 erano usi ricercare tra i parlamentari della sinistra l’appoggio per determinati provvedimenti. In seguito, il trasformismo ha visto il suo massimo sviluppo con i governi successivi, della sinistra storica, a partire da De Pretis, che affermava nel 1882: “Se qualcheduno vuol entrare nelle nostre file, se vuole accettare il mio modesto programma, se vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. A De Pretis era succeduto Francesco Crispi, che da fiero avversario del suo predecessore era diventato improvvisamente suo supporter, forse folgorato sulla via di Damasco, pardon, del potere.
Trasformismo giolittiano
Una medaglia al valore del trasformismo spetta indubbiamente al liberale Giovanni Giolitti, che con una politica particolarmente disinvolta riuscirà a restare al potere per molti anni tra il 1892 e il 1921. Va anche ricordato che in quel periodo i parlamentari non rispondevano a logiche di partito e venivano eletti per il loro prestigio personale, dunque il trasformismo poteva anche avere una sua dignità.
Dopo la parentesi del fascismo, caduto a sua volta sotto il fuoco amico del voto di sfiducia del Gran Consiglio del 25 luglio del 1943, arriviamo alla nostra Repubblica. Senza dimenticare che l’Italia ha terminato entrambe le guerre mondiali dalla parte avversa rispetto all’inizio dei conflitti.
Anni d’oro
La prima repubblica era caratterizzata dalla politica dei due forni del partito socialista, al governo con la Dc ma alleato al Pci negli enti locali. Ma il famoso fattore K impediva l’ingresso del Pci nella stanza dei bottoni come l’arco costituzionale ne impediva l’accesso all’Msi. Di conseguenza il trasformismo doveva necessariamente fermarsi prima delle ali estreme. Il che comunque non impediva il varo di governi della “non sfiducia”, di “unità nazionale” o delle “convergenze parallele”. Da noi, così, anche prima del 1968 la fantasia era già arrivata al potere.
Da Berlusconi a Prodi
E la seconda repubblica? Stava ancora emettendo i primi vagiti quando il primo governo Berlusconi, eravamo nel gennaio del 1995, cadeva sotto i colpi del pool di Milano. Berlusconi veniva sostituito da Lamberto Dini, suo ministro del tesoro. Il governo Dini nasce come governo tecnico istituzionale per traghettare il Paese alle elezioni. Ma nel ’96, alle successive elezioni, vince l’Ulivo di Romano Prodi, spalleggiato da Dini che ottiene in premio il ministero degli Esteri.
L’ultimo miglio
Nel 2011 entra a palazzo Chigi il senatore Monti a capo di un governo tecnico sostenuto da tutti i gruppi politici. Secondo molti – tra i quali il diretto protagonista – la caduta del Berlusconi IV sotto i colpi dello spread è stato un vero e proprio colpo di Stato. Fatto è che anche Monti viene costretto a dimettersi nell’aprile 2013 a fronte del ritiro della fiducia da parte del Pdl. Una parte del Pdl con Alfano appoggia i successivi governi Letta, Renzi e Gentiloni. E siamo al governo Conte la cui situazione è sotto gli occhi di tutti.
Trasformismo e Costituzione
Vi abbiamo risparmiato le giravolte di Andreotti, passato nei suoi sette governi per maggioranze le più variegate possibili, come stendiamo un velo pietoso sui vari Razzi e Scilipoti. Nel corso degli anni si è anche provato ad arginare il fenomeno del trasformismo progettando di vincolare i parlamentari al loro mandato: chi cambia casacca torna a casa e sale il primo dei non eletti. Fenomeno particolarmente virulento nella scorsa legislatura, quando 566 parlamentari (su 915) avevano cambiato casacca (solo 18 in questa legislatura). Ma i tentativi hanno cozzato col dettato costituzionale dell’articolo 67: “ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.
Oltre confine
E all’estero, come la mettiamo? Sconosciuto o quasi negli Stati Uniti e in Francia, episodi di trasformismo si evidenziano sia in Inghilterra che in Germania. Nel Regno Unito i favorevoli e contrari alla Brexit sono trasversali e passano da un gruppo all’altro con una certa disinvoltura. I governi di coalizione (Grosse Koalition) della Merkel hanno dovuto spesso ingoiare bocconi amari caricando a bordo pezzi di formazioni che fino al giorno prima erano stati fieri avversari.
Dna o necessità?
Ma torniamo all’Italia: dal 1852 al 2019 si contano 170 anni vissuti all’insegna del trasformismo. Oppure è il trasformismo, di cui si sta consumando l’ennesimo episodio, l’essenza stessa della politica italiana?
Dna, dicevamo all’inizio. E forse stato di necessità, perché ricordiamo che fin dalle invasioni barbariche gli italiani hanno praticato un complesso sistema di alleanze variabili per sopravvivere: il Papa alleato degli austriaci contro la Francia o dell’impero contro la Spagna. Guelfi contro ghibellini per il Papa o per l’impero, ma sempre con l’occhio buttato nell’orticello di casa.
Insomma, forse la conclusione migliore è quella di Leo Longanesi che proponeva di ricamare nel bianco del nostro tricolore la scritta “tengo famiglia”.
Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.
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