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Tridico e l’aumento di stipendio all’Inps: scandalo o tempesta in un bicchier d’acqua?

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Pasquale Tridico è il presidente dell’Inps dal marzo 2019. È stato scelto su indicazione del Movimento 5 Stelle all’epoca del governo con la Lega. E oggi Tridico è al centro di mille polemiche per il bell’aumento di stipendio che ha ricevuto per rivestire questo ruolo. Giusto o sbagliato che il presidente dell’Istituto di nazionale previdenza sociale abbia ottenuto quasi il triplo dei suoi precedenti emolumenti?

Per un momento lasciamo perdere le bordate dell’opposizione e gli imbarazzi nella maggioranza dopo l’arrivo della notizia. E andiamo con ordine, mettendo in fila gli anelli portanti di questa vicenda, per capire se si tratta di un vero scandalo o di una tempesta in un bicchier d’acqua.

Il curriculum di Tridico

Calabrese, classe 1975, si è laureato in scienze politiche alla Sapienza di Roma. Nel 2001 ha conseguito un master in economia e relazioni internazionali. Nel 2003 altro master a Brighton, in Inghilterra e nel 2004 acquisisce un dottorato in economia. È professore universitario di Economia a Roma ed è conosciuto in almeno altri dieci atenei europei. Insomma, prima dell’incarico all’Inps non vendeva bibite al San Paolo di Napoli per guadagnarsi la pagnotta.

Lo scandalo a mente fredda

Da cosa nasce lo scandalo che sta riempiendo le pagine dei media? Dall’aumento del compenso di Tridico da circa 60mila a 150mila euro annui. Salvini ne chiede le immediate dimissioni; altri gridano che è una vergogna quando molti lavoratori non hanno ancora ricevuto la cassa integrazione. Lui ha dichiarato che il compenso non ha effetto retroattivo; e che comunque la richiesta di aumento non è sua ma è partita dal Consiglio dei ministri. Non sappiamo se i 60mila e i 150mila euro siano lordi o netti; ma se i 60mila fossero stati lordi, equivalevano a circa 35mila netti, pari a meno di 3mila euro al mese. Si dice anche che il suo predecessore, Tito Boeri, ricevesse solo 100mila euro lordi all’anno.

Quanto vale l’Inps?

Nel periodo gennaio-luglio 2020, le entrate tributarie dello Stato hanno raggiunto i 230,9 miliardi. Nel 2019 le entrate sono state di 471,6 miliardi, calcolando imposte dirette, indirette, Irpef, accertamenti tributari, accise e incassi dai giochi.
L’Inps invece ha previsto entrate dai contributi per il 2020 per oltre 236 miliardi di euro e 233 miliardi di euro di prestazioni. In complesso, però, per altre voci, il bilancio di previsione indica un rosso di oltre 6,38 miliardi (in miglioramento del 35% rispetto al 2019). Una differenza che sarà sostenuta dalla fiscalità generale.
Quindi, fermandoci a questi dati, l’Ente presieduto da Tridico “movimenta” tra entrate e uscite una somma equivalente alle entrate tributarie dello Stato italiano e pari a circa il 20% del Pil nazionale.

I top manager di Stato

Altro aspetto della vicenda. Possiamo paragonare l’Inps a Eni, Enel, Snam, all’ex Finmeccanica ora Leonardo, a Poste, Terna, Enav, Saipem? Se consideriamo il ruolo dello Stato, si possono definire tutti enti pubblici o quasi. Inps escluso, sono tutte società quotate in Borsa, ma anche i suoi top manager sono di nomina governativa.

Quanto guadagnano i “boiardi” che ne sono al vertice? Le cifre lorde che abbiamo trovato risalgono al 2018, ma non crediamo che nel frattempo siano calate:

  • Claudio Descalzi, amministratore delegato (e direttore generale) dell’Eni: 5,94 milioni;
  • Francesco Storace, ad dell’Enel: 5,03 milioni;.
  • Luigi Ferraris, ad di Terna (Società pubblica di trasmissione dell’energia elettrica): 2,83 milioni;
  • Alessandro Profumo, ad Leonardo: 1,66 milioni.
  • Marco Alverà, ad Snam: 1,61 milioni;
  • Giuseppe Bono, ad di Fincantieri: 1,57 milioni;
  • Stefano Cao, ad Saipem: 1,487 milioni;
  • Matteo Del Fante, ad di Poste Italiane: 1,48 milioni.

La classifica va ancora molto avanti, ma ci sembra di aver già dimostrato cosa volevamo dire: se il limite per gli emolumenti dei dipendenti pubblici dovrebbe fermarsi – per legge – a quello del primo magistrato d’Italia, Sergio Mattarella (239mila euro l’anno), questi manager pubblici, per usare un eufemismo, l’hanno superato in scioltezza.

E Tridico, se consideriamo i 150mila euro che avrebbe ottenuto, è ancora in “credito” di circa 90mila euro. Dopo l’aumento, il suo “stipendio” attuale è simile a quello di un presidente di tribunale che, onestamente, manovra molti meno soldi, molti meno dipendenti ed ha molto meno rilievo mediatico e politico.

Aumento opportuno?

Vogliamo dire che in un momento di “lacrime e sangue” il provvedimento sembra inopportuno? Che gli italiani hanno appena approvato con il referendum un taglio dei parlamentari che in soldoni, vuol anche dire “spendiamo meno”? Che l’Inps ha dimostrato durante l’emergenza disfunzioni e ritardi che sembrano poco accettabili?

Sì, lo possiamo dire, se diciamo anche che l’istituto guidato da Tridico – non per merito suo – ha “retto” ad uno stress senza precedenti, riuscendo in poco tempo ad erogare i redditi di cittadinanza assieme ad una cassa integrazione con numeri molto distanti da quelli consueti. E allora lamentarsi per i pochi spicci di aumento a Tridico ci sembra ingeneroso, ipocrita e teso solo a buttare sabbia negli occhi della gente.

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Massimo Solari è avvocato cassazionista e scrittore. Ha pubblicato diversi volumi sulla storia di Piacenza e alcuni romanzi. Ha tenuto conferenze e convegni sulla storia di Piacenza. Ha collaborato con le riviste Panoramamusei, L'Urtiga, e scrive sul quotidiano Italia Oggi.

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