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Trump attacca Leone XIV: le sue sparate? Un diversivo, ma col rischio di uno smarrimento generale

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Donald Trump all’attacco di Papa Leone XIV: ne avevamo appena parlato a partire dall’appello pontificio contro la paventata distruzione della civiltà iraniana e il tema è ritornato immediatamente di attualità. Con un post su Truth (il suo social del free speech) e anche con dichiarazioni rilasciate davanti alle telecamere, il presidente degli Stati Uniti demolisce «Pope Leo», come lo chiama lui.

Non ci attarderemo qui sulle opinioni sul vescovo di Roma espresse, in termini largamente stravaganti e a tratti inaccettabili, dal tycoon che risiede al 1600 di Pennsylvania Avenue. Si tratta, con molta probabilità, di un immediato diversivo rispetto alle note difficoltà dell’amministrazione americana nel giustificare la grana iraniana piantata per conto israeliano. Questo ballon d’essai, per quanto ci riguarda, non ci deconcentra né dalle dinamiche geopolitiche, né dalla questione del rapporto tra Papato, Chiesa e mondo contemporaneo mediato dai mezzi di comunicazione. È a proposito di questa relazione, indispensabile non meno che problematica, che sollecitiamo qui l’attenzione dei lettori.

L’antipatia protestante per il Papato 

Nell’articolo precedente, abbiamo scritto che l’esternazione papale sul retro di Castelgandolfo era una piccola umiliazione, a fronte del carattere dirompente dell’ammonimento del Santo Padre rivolto al presidente Usa e alla nazione statunitense. Parlavamo di estemporaneità solo apparente di quelle parole, intendendo dire appunto che l’unica precarietà che le concerneva era quella della scenografia sul cui sfondo erano state pronunciate. Il Papa alla mercé di una piccola selva di microfoni e telecamere, pronto a dire la sua come una voce tra le tante. Naturalmente, è una voce che ha un’eco dirompente, ma per gli antipatizzanti della Chiesa e del Papato meglio che provenga dalla soglia di una porta di servizio anziché dal tronetto e dalla sedia gestatoria.

Per certo, Trump non si è sorpreso sentendo dire da Leone XIV che non bisogna minacciare di estinguere le civiltà e d’infliggere punizioni collettive irrispettose degli innocenti. Né che la guerra vada tendenzialmente espunta dalle relazioni internazionali. I protestanti, a fare tempo da quando si sono staccati da Roma, non amano il Papato e la sua vocazione universalistica, perché insidia le autorità nazionali e rappresenta fisicamente le esigenze inderogabili della coscienza.  Consapevolmente o meno dal punto di vista soggettivo, la sfida di Trump a Leone XIV verte piuttosto sulla riduzione del rango del binomio Papato-Chiesa a quello di uno dei tanti attori del mondo contemporaneo.

La logica dei media 

Per questa ragione, la scelta del Pontefice di rispondere a Trump allo stesso modo in cui ne era stato provocato, cioè a mezzo dei giornalisti a cui si è concesso (ovvero, dai quali è stato ricevuto?) sull’aereo che lo stava conducendo in Algeria, non ci è sembrata la migliore. E questo anche se la risposta di Leone XIV è consistita nel dichiarato rifiuto d’instaurare un dibattito a distanza col presidente americano.  Il problema non è mettersi allo stesso livello del tycoon: per fortuna, non basterebbe un’altra intera vita per colmare lo iato. Il problema è accettare, come fa lui, la logica dei media.

Se Trump non fosse soggetto ai media, si dimenerebbe in pubblico in modo ridicolo? Parlerebbe dal balcone della Casa Bianca con a fianco uno travestito da coniglio per “celebrare” la Pasqua? Direbbe in un’occasione pubblica che il presidente della Repubblica Francese le prende da sua moglie, oppure apostroferebbe i messicani come stupratori? No, all’evidenza. Viceversa, anche se pochi lo sanno, sia pure con forme stilisticamente e semanticamente diverse, l’antipatia per il Papato i presidenti degli Stati Uniti – di un Paese nato e cresciuto come protestante – l’hanno espressa chiaramente anche meno di un secolo fa. Harry Truman, il presidente che ordinò lo sganciamento delle due atomiche sul Giappone nel 1945, durante la Guerra di Corea scrisse a Pio XII una lettera così intestata: «Stimato signor Pacelli, (…)». Né Truman né Eisenhower, però, furono mai soggetti alla stampa o all’esordiente televisione, come del resto i Papi loro contemporanei.

Un mondo frantumato

Sicché, mentre tutti si affannano a scandalizzarsi contro Trump, a esprimere solidarietà a Leone XIV, a strumentalizzare le polemiche internazionali per le beghe politiche interne, torniamo sul tasto per noi dolente del rapporto tra Chiesa e mezzi di comunicazione. I media vengono usati, ma “usano” anche quanti vi fanno ricorso. In altri termini, noi siamo preoccupati tanto per il Papa quanto per il presidente degli Stati Uniti: siamo preoccupati per il nostro mondo, cioè per il nostro tempo.

Il nostro è un mondo frantumato, caotico, disordinato, sempre meno provvisto di riferimenti e sempre più in preda a confusione e smarrimento. Di questo nostro tempo, il principio di autorità e la preoccupazione di preservarne l’autorevolezza sono vittime d’elezione. Quando il vescovo della Sede Apostolica e il capo del più influente Paese del mondo accettano di confrontarsi sul terreno di gioco dei media e di quelli che li fanno, a guadagnarci sono solo questi ultimi, mentre a perderci affievolendosi è il lume della ragione da cui tutti dipendiamo per orientarci.


Donald Trump, la guerra in Iran e le bacchettate di Papa Leone XIV


 

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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