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Trump: dal Venezuela alla Groenlandia, l’Occidente s’interroghi sull’innocenza perduta

Donald Trump: altro che sempre indeciso, della serie “Trump always chickens out” (acronimo Taco). Il presidente Usa ha cominciato il 2026 a passo di carica, nell’anno delle elezioni di Midterm che decideranno in misura significativa le sorti del suo secondo mandato. Il 3 gennaio, all’alba, le forze navali e aeree statunitensi (da mesi schierate in assetto da guerra al largo del Paese) hanno attaccato obiettivi militari scelti del Venezuela, mentre le forze speciali hanno provveduto alla cattura, l’arresto e l’esfiltrazione del presidente Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores. 

La coppia presidenziale venezuelana è stata trasferita a New York, dove i coniugi sono stati formalmente incriminati per narcotraffico, narcoterrorismo (non però lady Maduro) e reati d’armi. Rischiano la pena dell’ergastolo. Dopo l’udienza preliminare in cui si sono dichiarati non colpevoli e prigionieri politici, Maduro e signora torneranno in aula il 17 marzo prossimo. Il loro giudice è il Tribunale federale del Distretto meridionale di New York, mentre la loro prigione è il Metropolitan Detention Center di Brooklyn.

La Groenlandia ci serve

Mentre il mondo non si era ancora del tutto ripreso dall’atto di guerra appena ordinato dall’Amministrazione statunitense, il presidente americano è tornato a parlare della Groenlandia in termini che ne vagheggiano l’annessione, o meglio qualcosa di sostanzialmente simile, da parte degli Stati Uniti. Il messaggio è come al solito chiaro e perentorio. “We need Greenland from the standpoint of national security”: abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale.

Ne è seguita la prevedibile levata di scudi dei diretti interessati isolani e delle autorità del Regno di Danimarca, a cui la Groenlandia appartiene dal XVIII secolo. L’interesse a stelle e strisce per l’isola è ricorrente nella narrazione del tycoon sin dal suo primo mandato (2017-2020). Trump sostiene che è tempo o addirittura già tardi per Washington di arginare l’intrusività russa e cinese nell’area. Mentre anni fa aveva parlato della possibilità di acquisto dai danesi (ipotesi rilanciata nelle ultime ore dal Dipartimento di Stato) com’era avvenuto con l’Alaska dai russi nell’800, ora lascia intendere di potere passare alle vie di fatto ove la disponibilità strategica della Groenlandia non passi agli Usa in breve tempo.

Tra favola e realtà

Vediamo di trattare separatamente i due casi, anche se sono accomunati dall’ascrizione al medesimo disegno egemonico degli Stati Uniti, attualmente manifestato alla sua maniera da Donald Trump.

Per quanto riguarda il Venezuela, Washington non sopporta il chavismo di cui Maduro era l’epigono. Come ha ribadito recentemente la Strategia per la sicurezza nazionale, l’Emisfero occidentale – cioè l’intero Continente americano – è considerato prioritario dalla Casa Bianca, nel senso che gli Stati che ne fanno parte devono come minimo non contrastare gli interessi statunitensi. Meglio, naturalmente, se si acconciassero a farli o almeno a favorirli. Gli eredi di Hugo Chávez e più remotamente di Simón Bolívar, per il loro retaggio politico-ideologico e la loro ostilità al disegno egemonico degli States, non sono graditi da nessun inquilino della Casa Bianca. Non basta. La politica condotta da Caracas negli ultimi 25 anni non ha solo pregiudicato gli interessi in loco delle compagnie petrolifere statunitensi, ma ha anche fatto slittare il Paese nell’orbita di quell’asse internazionale variamente denominato (Brics o altrimenti) che rifiuta la centralità di Washington, del dollaro e del modello di società e sviluppo occidentale.

È chiaro, pertanto, che il riferimento alla liberazione del Venezuela da un dittatore – quale Maduro è stato certamente – al massimo è un argomento di politica interna agli Usa. Per ragioni elettorali, Trump non può certo disinteressarsi degli umori dei latinos, infatti si è preso come Segretario di Stato Marco Rubio, di notorie origini cubane. È con Rubio che Trump ha gestito l’operazione “Absolute Resolve” di cattura ed estradizione forzosa di Maduro ed è commentandola nelle ore e nei giorni seguenti che ha fatto cenno proprio a Cuba, nonché alla Colombia e al Messico come a Paesi che dovrebbero darsi una regolata. Lo stesso tema del narcotraffico e delle compiacenze statali sudamericane, pur essendo tutt’altro che campato per aria, non giustifica un’azione di potenza e prepotenza come quella dei giorni scorsi, né trasforma un atto di guerra in un’operazione (peraltro impossibile) di polizia internazionale.

Con Groenlandia, Danimarca e Nato…

Il caso della Groenlandia è più semplice e ci appare quasi folcloristico. Mentre nel caso venezuelano esiste un’opposizione almeno ideologica alla pretesa statunitense di dominio, in quello danese le autorità e i partner dell’Ue e della Nato si dibattono in una situazione paradossale almeno quanto quella ucraina. Dicono, infatti: se gli Usa pretendessero di accampare diritti sulla Groenlandia che appartiene a un Paese dell’Europa e dell’Alleanza atlantica, questo significherebbe la fine del mondo occidentale. Proprio per questo, al netto delle brutali modalità comunicative di Trump, l’America otterrà senza troppa fatica ciò che vuole da un sistema che la gravita attorno come fa un insieme di satelliti col suo pianeta. La dichiarazione congiunta rilasciata a margine del meeting dei Volonterosi di Parigi di ieri fa fede della massima disponibilità verso le esigenze degli Stati Uniti.

Si è parlato, nelle ultime ore, della possibilità di un sostanziale via libera al controllo militare dell’isola, senza ingerenze di Washington negli affari interni. L’avreste mai detto che agli americani non interessa la politica interna di un Paese di ghiaccio? E che, tutt’al più, sono interessati alle sue risorse e soprattutto all’agibilità delle rotte che vi si aprono a seguito dei mutamenti climatici? Dicono che Trump non escluda di ricorrere alla forza militare, ma la forza militare degli Usa (ancorché in misura poco più che simbolica) è già di stanza in Groenlandia. Chi dovrebbe combattere, Trump? Forse, se stesso?

L’Occidente elabori il lutto  

In Venezuela, la situazione post-blitz è ancora incerta. L’Amministrazione statunitense rivendica di avere il controllo del Paese, ma l’affermazione pare un tantino esagerata. La vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez, lo ha ufficialmente sostituito e, benché si possa intuire che sia un’interlocutrice accettabile per la Casa Bianca in nome del suo pragmatismo sulle capitali questioni energetiche, la retorica le impone di ostentare fierezza contro la prepotenza americana. È però Washington ad avere il coltello dalla parte del manico, con l’imposizione di sanzioni petrolifere che hanno già gravemente impoverito il Paese e l’incolpazione del regime chavista per questa situazione. L’ambiguità statunitense traspare comunque dalla gelata riservata alle aspirazioni della leader dell’opposizione venezuelana in esilio, María Corina Machado. Qualche buontempone dell’informazione si spinge a dire che Trump non voglia issarla a Caracas perché gli è stata preferita l’anno scorso per l’assegnazione del Nobel, ma c’è un limite anche alla credulità generale. 

Come detto, invece, la Groenlandia è un affare meno serio, perché è una partita tutta interna a un mondo che gli Stati Uniti dominano incontrastati. Per carità di patria, infine, evitiamo di pronunciarci sulle dichiarazioni del nostro Governo e della presidente Giorgia Meloni a proposito delle vicende venezuelane. Affermare che sarebbe legittimo, benché non condivisibile, reagire contro forme ibride di ostilità (come quelle rappresentate dal narcotraffico e dal favoreggiamento dell’immigrazione illegale) con bombardamenti e il rapimento di un capo di Stato, è un’acrobazia politico-diplomatica di cui avremmo fatto volentieri a meno. Sarebbe bastato prendere atto che gli Usa sono capaci di fare molto di ciò che vogliono. Oppure, considerare che per l’Occidente, concetto assai caro alla presidente del Consiglio, è giunto il tempo di elaborare il lutto della perdita dell’innocenza.

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Corrado Cavallotti è laureato con lode in Giurisprudenza all’Università Cattolica. Ha vinto il Premio Gemelli 2012 per il miglior laureato 2010 della Facoltà di Giurisprudenza di Piacenza. Ama la storia, la politica ed è appassionato di Chiesa. Scrive brevi saggi e collabora con il periodico Vita Nostra.

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